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Ed era sì gagliardo,
Che d'ogni fiera ardia seguir la traccia:
E spessè volte trovandosi in caccia,
Agli orsi ed a' leon dette la stretta:
E correndo a staffetta
(Or chi sia, che mel creda?)
Al suo padrone arrecava la preda :
E come il lupo suol far del montone,

Destro se la gettava in sul groppone.
Ebbe arte fuor di modo, e maestria

Nel vagheggiare, ovi ei valeva un mondo:
E in aspetto giocondo
N’ andava passeggiando altero e grave:
E con un certo suo ghignar soave
Tutte le cagne innamorar facia;
Ma la galanteria,
Ch' egli ebbe singolare,
È, ch' ei non fu mai sentito abbajare;
Ma facea certi suoi mugolamenti,

Da fermarsi ad udirlo i fiumi e i venti.
Di quella al mondo tanto in pregio e cara ,

Che tra gli uomini poca oggi si vede,
Sincera e pura fede
Sì ricco fu, che non mangiò mai cane
Più fedele di lui, carne nè pane..
Pur quella cieca, e d' ogni bene avara
Morte, con doglia amara ,
Gli tolse al fin la vita.
Ma Giove tosto, con doglia infinita,
Accolse l alma sua candida e bella ,

E in ciel ne fece una lucente stella.
Schiamazzaron gli uccelli allor nell' aria:

Nell' acque i pesci stralunaron gli occhi:
Gracchiarono i ranocchi:
Sopra la terra urlaro in guisa orrenda,
Le Fate, i Mostri, gli Orchi e la Tregenda.
Così degli animai la turba varia,
A se stessa contraria,
Graffiandosi e stridendo,
Il ciel empiè d' un rombazzo stupendo,
Con alte grida richiamando in vano

Grifantonio, Dione, e Padovano.
Vengano dunque questo afflitto giorno

Satiri, Ninfe, Fauni e Pastori,
Pieno avendo di fiori
D'arancio il grembo, e il sen di rose e gigli
Azzurri, gialli, candidi e vermigli:

E al sepolcro suo ricco ed adorno,
Gli spargan d' ogni ’ntorno:
E piangendo a cald' occhi,
Ognun l' abbracci, ognun lo baci, e tocchi
Con reverenza; poichè insieme accolta

Tutta de' can la gloria ivi è sepolta.
Le lingue tutte avrebbono a parlare:

Tutte le penne scriverne dovrieno:
Gli scultor tutti avrieno
A ’ntagliarlo di marmo: e in bei colori
Distender lo dovrien tutt' i pittori
Il me', che far si può, sol per mostrarne
All' altre etadi, e darne
Esempio all' universo;
Acciocchè sempremai la prosa e 'l verso,
E la scultura insieme col disegno,

Della sua gran beltà facesser segno.
Vanne gridando forte,

Canzon, per tutto: e di', come la Morte, -
Il più bell' animale, ed il più accorto,
Che fusse mai di quattro piedi, ha morto.

ANNIBAL CARO.

1507—1566.

SONETTI.
Donna, qual mi foss'io, qual mi sentissi,

Quando primier in voi quest'occhi apersi,
Ridir non so: ma i vostri non soffersi,

Ancor che di mirarli a pena ardissi.
Ben gli tenn' io nel bianco avorio fissi

Di quella mano, a cui me stesso offersi: - E nel candido seno, ove gl' immersi,

E gran cose nel cor tacendo dissi:
Arsi, alsi, osai, temei, duolo, e diletto

Presi di voi; spreggiai, posi in obblio

Tutte l'altre ch' io vidi, e prima, e poi.
Con ogni senso Amor, con ogni affetto

Mi fece vostro, e tal, ch' io non desio,
E non penso, e non sono altro che voi.

In voi mi trasformai, di voi mi vissi

Dal dì che pria vi scorsi, e vostri fersi
I miei pensieri, e non da me diversi,

Sì vosco ogn' atto, ogni potenza unissi.
Tal per desio di voi da me partissi
. Il cor, ch' ebbe per gioia anco il dolersi

In fin che piacque ai miei fati perversi

Che da voi lunge, e da me stesso gissi. Or, lasso, e di me privo, e dell' aspetto

Vostro, come son voi? dove son io

Solingo, e cieco, e fuor d' ambedue noi ?
Come sol col pensar, s' empie il difetto

Di voi, di me, del doppio esilio mio ?
Gran miracoli, Amor, son pur i tuoi.

Carlo il Quinto fu questi. A sì gran nome

S’ inchini ogni terrena potestate;
Ogn’ istoria ne scriva, ed ogni etate

Sovra d'ogn' altro Eroe l'onori, e nome. Come vincesse invitti Regi, e come

Varie genti, e provincie, e schiere armate,
E terre unqua non viste, e non pensate,

E se medesmo, e le sue voglie ha dome,
Il mondo il sa, che ne stupisce: e 'l Sole,

Che con invidia , e meraviglia il vide

Gir seco intorno alla terrestre mole,
Cui già corsa or in Ciel con Dio s'asside.

E lei d' alto mirando, e le sue fole;
Per te (le dice) io sudai tanto? e ride.

Eran l' aer tranquillo e l onde chiare;

Sospirava Favonio e fuggia Clori;
L' alma Ciprigna innanzi ai primi albori,

Ridendo, empiea d' amor la terra e 'l mare. La rugiadosa Aurora in ciel più rare

Facea le stelle e di più bei colori
Sparse le nubi e i monti; uscia già fuori
Febo, qual più lucente in Delfo appare:

Quando altra Aurora un più vezzoso ostello

Aperse, e lampeggiò sereno e puro

Il Sol, che sol mi abbaglia e mi disface.
Volsimi; e 'ncontro a lei mi parve oscuro

(Santi Numi del ciel, con vostra pace!)
L'Oriente che dianzi era sì bello.

Epitaffio in onore di Masaccio pittore.
Pinsi: e la mia pittura al ver fu pari:

L' atteggiai, ľavyivai, le diedi moto,
Le diedi affetto : insegni il Buonarroto
A tutti gli altri, e da me solo impari. -

CANZONE.
Nell'apparir del giorno

Vidi io (chiusi ancor gli occhi) entr'una luce,
Ch' avea del cielo i maggior lumi spenti ,
Una Donna real, che come duce
Traea schiera d' intorno,
E cantando venia con dolci accenti:
O fortunate genti,
S' oggi in pregio tra voi
Fosse la mia virtute,
Com'era al tempo degli antichi Eroi:
Che se tra ghiande, ed acque, e pelli irsute
Beata si vivea l' inopia loro;
Qual vi darian per me gioia, e salute

Un vero secol d'oro ?
Quando l'eterno Amore

Creò la Luna, e 'l Sole, e l'altre stelle,
Nacqu'io nel grembo all' alta sua bontate.
L'alme Virtuti, e l'opre ardite e belle,
Mi sono o figlie, o suore;
Perchè meco o di me tutte son nate.
Ma di più degnitate
Son' io. Io son del cielo
La prima meraviglia.
E quando Dio pietà vi mostra, e zelo,
Me sol vagheggia, e meco si consiglia,
Che son più cara, e più simile a lui.
E che tien caro? e che gli rassomiglia
Più che 'l giovare altrui?

Io son, che giovo, e amo,

E dispenso le grazie di lassuso;
Sì come piace a lui, che le destina.
Già venni in terra, é Pluto, ch' era chiuso .
Vapersi, e tenni in Samo
Lei per mia serva , ch' era in ciel Reina.
Ma 1 furto, e la rapina ,
L' amor dell'oro ingordo
Trasser fin di Cocito
Le furie e 'l lezzo, onde malvagio, e lordo
Divenne il mondo, e 'l mio nume schernito,
Sicch' io n' ebbi ira, e fei ritorno a Dio.
Or mi radduce a voi cortese invito

D' un caro amante mio.
Per amor d'uno io vegno

A star con voi; ch' or sotto umana veste
Simile a Dio siede beato, e bea.
Dal ciel discese, e quanto ha del celeste
Questo vil basso regno
L’ha da lui, che n'ha quanto il ciel n' avea.
Pallade, e Citerea
Di caduco, e d' eterno
Onore il seno, e 'l volto
Gli ornaro, ed io le man gli empio, e governo.
Così ciò ch'è da voi mirato e colto,
O che da noi diriva, o che in voi sorge,
Ha Fortuna, e Virtute in lui raccolto:

Ed egli altrui ne porge.
Se ne prendeste esempio

Come n' avete, avaro volgo, aita;
E voi tra voi vi sovverreste a pruova.
E non avria questa terrena vita
L' amaro, il sozzo, e l'empio
Onde in continuo affanno si ritruova.
Quel che diletta, e giova
Saria vostro costume.
Nè del più, nè del meno
Doglia, o desio, ch' or par che vi consume,
Turberia 'l vostro nè l'altrui sereno.
Regneria sempre meco Amor verace,
E pura fede, e fora il mondo pieno

Di letizia, e di pace.
Ma verrà tempo ancora,

Che con soave imperio al viver vostro
Farà del suo costume eterna legge.
Ecco, che già di bisso ornata, e d'ostro
La desiata Aurora

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