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Davanti a lor s’ assise, e mentre intanto
Compratori attendea,
Questi bei sogni entro di se volgea.

Io questi vetri il doppio venderò
Di quel che mi costaro.
Onde il denaro mio raddoppierò:
E nella stessa guisa,
E comprando e vendendo,
Potrò per breve strada, e non fallace,
Crescere il capital quanto mi piace.
Ricco allor divenuto
Lascerò di vetrajo il mestier vile;
Un legno mercantile
Io condurrò sin nell'Egitto; e poi
Ritornerò fra noi
Con prezïose merci; e già mi sembra
Di mia nave al ritorno
D'esser fatto il più ricco mercatante,
Che si trovi in Levante.
Acquistati i tesori,
S'han da cercar gli onori;
Onde lasciata allor la mercatura,
Un Bassà da tre code
Esser creato io voglio:
E se pieno d' orgoglio
Il Visir Mustafà
Negare a me volesse
Sì bella dignità;
Ricordati, direi,
Chi fosti, e non chi sei;
Di me più vil nascesti ... e se superbo
Negasse ancor .... su quell' indegna faccia
Scaricherei colla sdegnosa man
Di mia vendetta un colpo,
E in quell' informe ventre smisurato
Un calcio tirerei da disperato.

Il disgraziato Alì cotanto viva
S’ era pinta la scena, e così vera ,
Che urtò col piè furioso,
E rovesciò sul suol la sua paniera;
E con un calcio in un momento
Tutte gettò le sue speranze al vento.

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VITTORIO ALFIERI.

1749–1803.

SONETTI.

Al Mosè di Michelangelo.

1781.
Oh! chi se tu, che maestoso tanto

Marmoreo siedi, ed hai scolpito in volto
Triplice onor, ch' uom nullo ha in sé raccolto,

Legislator, guerrier, ministro santo ?
Tu del popol d'Iddio, che in lungo pianto

Servo è sul Nilo, i ferrei lacci hai sciolto,
Il tiranno d'Egitto in mar sepolto,

Gl’ idoli in un con gl' idolatri infranto.
Quant' eri in terra, in questo sasso or spiri,

Chè il divin Michelangelo non tacque

Niuno in te de' tuoi caldi alti desiri;
Michelangel, che a te minor non nacque,

E che intricato in tuoi raminghi giri
Avria fatt' egli scaturir pur l' acque.

1790.

Bianco - piumata vaga tortorella,

Ch' or su la mia fenestra il vol raccolto,
Ti stai dolce-gemente in tua favella,

Fisa i raggianti occhietti entro il mio volto;
Che vorresti pur dirmi, o tu sì bella?

Mira, a mia posta anch' io ti guardo e ascolto;
Che messaggera d' amorosa stella,

Certo ver me le rapid' ali hai sciolto.
A te, che amor per lunga prova intendi,

Nè per prospera sorte il cor ti smalti,

A te vengh' io narrar miei lutti orrendi.
Deh! basta; intesi: ah, sola sei! già gli alti

Strali mi passan del pianto che imprendi.
Già piango, e tremo che il tuo duol mi assalti.

1792.

Per la decima volta or 1 Alpi io varco;

E il Ciel, deh, voglia ch' ella sia l' estrema!
L'Italo suol queste ossa mie, deh, prema,

Poichè già inchina del mio viver l'arco!
Di giovenile insofferenza carco,

Quando la mente più di senno è scema,
Io di biasmarti, o Italia, assunsi il tema,

Nè d' aspre veritadi a te fui parco.
Domo or da lunga esperienza, e mite

Dai maestri anni, ai peregrini guai

Prepongo i guai delle contrade avite.
Meco è colei, ch' ognor seguendo andai:

Sol che sian pari le due nostre vite,
Chieggioti, Apollo, s' io fui tuo pur mai.

1798.

Povero e quasi anco indigente or vuoi • Ch' io pur diventi, o ingiusta sorte? e sia !

Fammi anche infermo, e serbami alla ria

Esul vecchiezza ed ai fastidi suoi !
Non perciò tor me stesso a me tu puoi;

Chè il durar contro a' guai gloria mi fia.
Sol y ha tre strali, a cui nè lieta pria

Mi avresti avvezzo mai, nè avversa poi:
L'onor piagato, che di morte è scoglio,

Libertà, non che tolta, anco scemata,

E di perder mia donna il fier cordoglio.
All'onor sopravvivere, bennata

Alma non deggio; a libertà, nol voglio;
Non posso sopravvivere all' amata.

EPIGRAMMA.

I Giornalisti.
Dare e tor quel che non s'ha,
È una nuova abilità.

Chi dà fama ?
I Giornalisti.

Chi diffama?
I Giornalisti.

Chi s' infama?
I Giornalisti.

Ma chi sfama
I Giornalisti?
Gli oziosi, ignoranti, invidi, tristi.

GIORGI BERTOLA.

1753—1798.

FAVOLE.

I due viaggiatori.
Due vilissimi insetti,

Ma pieni di coraggio
Da' lor natii boschetti
Si posero in viaggio,
Dicendo: ove si ha cuna
Non si fa mai fortuna;
Noi qui dobbiam languire
Tra la plebe più bassa ,
O sotto il piè perire
D'un animal che passa?
Viaggiamo, usciam di guai;

Il mondo è grande assai.
Scorser di fronda in fronda

Tutta la patria sponda;
Dopo la terza aurora
Toccan selva straniera,
Ove d' insetti è schiera
Di lor più vili ancora,

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