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Che tra l' erba frequente
Striscian timidamente:
Nè pastor mai, nè belva

Non piede in quella selva.
Oh sì! fra queste piante,

Disser gl' insetti arditi,
Posiamo il passo errante;
Qui non vivrem romiti;
Avrem sicuro impero
D'insetti sovra un gregge;
Noi detterem qui legge:
E regnano da vero
Sugl' insetti minori

Gl insetti viaggiatori.
Quanti veggiamo, oh quanti,

insetti ove son nati,
Fra stranieri ignoranti
Ergersi letterati!

Il viaggiatore, e il Vento.
Nel bel mezzo di gennajo

Fea viaggio non so chi;
Di gran guanti e d'erto sajo
Contra il freddo si munì:
Ma alla picciola sua testa
Largo alquanto il cappel gia,
E da un vento che si desta
Gli è improvviso tratto via;
Il cappel, quasi abbia piume,

Rota, e termina nel fiume.
Oh cospetto! il Viaggiatore

Disse al Vento, e montò in furia :
Garbinaccio traditore,
Fatto a me cotale ingiuria
Alcun vento non ha mai;
E viaggiato ho mille miglia
Con cappel più largo assai.
Tutta tutta la famiglia
Sopra i monti e in mezzo all' onde
Ho de venti conosciuto,

Nè il cappello ho mai perduto.
Ride il vento e gli risponde:

Gran ragion di tue querele!

D'ignorar non hai tu scorno,
Viaggiator di mille miglia,
Ch' ove è rischio ognor cautele
Contro a' rischj il saggio piglia;
E che occorrer potea un giorno,
Camminando alla bufera,

Ciò che occorso ancor non t era ?
Non dir mai: danni io non temo,

Perchè ognor ne fui digiuno;
Sei de rischj nell'estremo,
Non temendone nessuno.

Gli Augelli, e i Pesci.
GLI UCCELLI. Pesci, o Pesci, felici

Più di noi quanto siete!
Se vengono nemici
O con amo o con rete,
Tosto giù nel profondo
Correr vi è dato: in fondo
Del mar, de' fiumi e chi

Mai d'assalirvi ardì ?
I PESCI. Augelli, o Augelli, voi

Felici più di noi!
Che a ritrovar lo scampo
Libero avete il campo;
E gir v’ è dato lunge,
Ove fucil non giunge;
Presso alle nubi e chi

Mai d'assalirvi ardì?
GLI UCCELLI. Ma quale aerea parte,

O quale erma campagna
Dal rischio ci diparte

Dell' aquila grifagna?
I PESCI. E noi chi salvi tiene

Dalle immense balene,
E dagli altri pirati

Pesci disumanati ?
Non ti lagnar dei mali,

Non creder soli i tuoi;
Ognuno de' mortali
Ha da soffrire i suoi.

La Nuvola, e il Sole.
Sorse verso la sera

Nuvola nera nera:
Già del Sol l' aureo raggio
Pel mar facea viaggio.
La Nuvola, che stolta!
Disse del giorno al re:
Che sì che questa volta
Non ho timor di te?
Il corso or mi contrasta ,
Se l' animo ti basta:
Ti offusco, ti confondo

In faccia a tutto il mondo. E il Sol: vinci a tuo grado

Allor che altrove io vado. Quanti che il volgo abbagliano

Con fasto di parole,
Son nuvole che sfidano,
Quando tramonta , il Sole.

La farfalla sulla Rosa.
Farfaletta dorata

Sulla Rosa sedea,
E superba dicea:
Per me la Rosa è nata;
E spiegava le alette,
E le fresche cimette
Del fior giva scotendo;
E scherzando, e giojendo,
Ripetea baldanzosa:

Nata è per me la Rosa.
Or mentre qual reina

Sta su quel trono e parla,
Giovane contadina
S’ invoglia di predarla;
La man furtiva stende,
Entro il pugno la prende,
Le pinte ali le toglie

E poi la Rosa coglie.
Non ti fidar, se infiora

Tuoi dì sorte pomposa;
Pensa che sei tu ancora
Farfalla sulla Rosa.

IPPOLITO PINDEMONTE.

1753-1823.

SONETTI.
Scrilto nell'album presentatomi dai Certosini di Grenoble.
O cupe valli, o monti ermi e silvestri

Pieni di Deitade, o balze, o grotte
Distruggitrici di pensier terrestri,

O di virtù fide maestre e dotte;
O tra gli antri echeggianti, e per le alpestri

Orride rocce cadenti onde e rotte;
O madre de' più tristi affetti ed estri

Sacra degli alti boschi eterna notte:
O dimora pacifica e romita,

Me con le piante, me d'errar già lasso

Con la mente ognor folle e ognor pentita, Ricevi in grembo; e l'alma a un tempo e il passo,

Se qualche aura m' avanza ancor di vita ,
Ferma, e mi dona dopo morte un sasso.

Sul sepolcro di Laura in Avignone.
A te, polve immortal, che adoro e grido,

Polve, che un dì splendesti al Sorga in riva,
Deggio il mio vate: e non per l' alto grido

Della fragil beltà che in te fioriva;
Ma per quell' alma cui tu fosti nido,

Che quanto si mostrò più fredda e schiva
Tanto nel sen dell' amator suo fido

Quella fiamma gentil più tenne viva.
Che avria ben tronco la querela antica,

E il lamentar, di che non fu mai lasso,

Se sortita avess' ei men casta amica.
Ah volgi, Italia mia, qua volgi il passo,

Vieni, piega il ginocchio, e la pudica
Bella polve ringrazia, e bacia il sasso.

Per l'albero della Libertà in Parigi dopo la Rivoluzione del 1789.
Grande in mezzo di Francia arbore s'alza ,

Che molta parte colle frondi estreme
Del bel cielo d'Italia ingombra e preme,

Tal succhia umor dalla materna balza.
Tirannia il vede, e dal suo trono sbalza,

Che sotto i piè traballar sente e freme;
E tanto più crudel, quanto più teme,

Il vile acciar contro il gran tronco innalza.
Folle! non sai che verde sempre e viva

La grand' arbor rimane, e sol la schianta

Quella man che la pose e la coltiva?
E voi, saggi, onde Italia oggi si vanta,

Se frutti amari fino a qui vestiva,
Maledite i cultori, e non la pianta.

PASSANDO IL MONT-CENIS,

e lasciando ľ Ilalia. Cetra, che molti affanni .

Mi sapesti fugar dall' egro petto,
Fosti de' miei primi anni,
Degli ultimi sarai cura e diletto.
Con te fermai talor di ninfa schiva
Il bel piè, che fuggiva:
Con te più dolce ancora
Fei la dolce dimora
Del solitario mio verde ricetto.
Che se l' auree tue fila io forse allento,
Quando più l' anno imbianca , e il bosco tace,
Col primo augel ch' io sento,

Tu ancora, o cetra mia, torni loquace.
Ed or che gli ermi gioghi

Dell' Alpi oso varcar, tu svegli meco
Di questi alpestri luoghi
Con ignota armonía l' attonita Eco,
Che agli Aquilon, che fremon tra le fronde,
Ed al fragor dell' onde,
Che ruinando al basso
Sbalzan di sasso in sasso,
Sol rispose finor dal cavo speco;

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