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III.

Poichè ripresa avea l'alma digiuna

L'antica gravità di polpe e d'ossa,
La gran sentenza su la fronte bruna

In riga apparve trascurante e rossa.
A quella vista di terror percossa

Va la gente perduta; altri s' aduna,
Dietro le piante, che Cocito ingrossa,

Altri si tuffa nella rea laguna.
Vergognoso egli pur del suo delitto'

Fuggia quel crudo, e stretta la mascella ,

Forte graffiava con la man lo scritto.
Ma più terso il rendea l'anima fella;

Dio fra le tempie. gliel' avea confitto,
Nè sillaba di Dio mai si cancella.

IV.

Uno strepito intanto si sentìa,

Che Dite introna in suon profondo e rotto
Era Gesù, che in suo poter condotto

D'Averno i regni a debellar venia.
Il bieco peccator per quella via

Lo scontro , lo guatò senza far motto:
Pianse al fine, e da cavi occhi dirotto

Come lava di foco il pianto uscìa.
Folgoreggiò sul nero corpo osceno

L'eterea luce, e d' infernal rugiada

Fumarono le membra in quel baleno.
Tra il fumo allor la rubiconda spada

Interpose Giustizia: e il Nazareno
Volse lo sguardo e seguitò la strada.

a la Morte.

Morte, che se’ tu mai? Primo dei danni

L' alma vile e la rea ti crede e teme;
E vendetta del ciel scendi ai tiranni,
Che il vigile tuo braccio incalza e preme.

Ma l'infelice, a cui de' lunghi affanni

Grave è l'incarco e morta in cuor la speme,
Quel ferro implora troncator degli anni,

È ride all' appressar dell’ore estreme.
Fra la polve di Marte e le vicende

Ti sfida il forte, che ne rischi indura;

E il saggio senza impallidir ti attende.
Morte che se tu dunque? Un'ombra oscura,

Un bene, un male, che diversa prende
Dagli affetti dell' uom forma e natura.

Ritratto de' Francesi.
Fingi, o scultor d' umano sangue lordo

Sovra carro di bronzo il Genio Franco,
E cospiranti in micidiale accordo

Livore e crudeltà gli poni al fianco.
Ai pianti, ai prieghi di pietà sia sordo

Il ferreo cuor di stragi unqua mai stanco;
Ruoti la spada il destro braccio, e ingordo

All'oro stenda, e alle rapine il manco.
Sotto il piè vincitor l' iniquo prema

Giustizia e Fedeltà; veli sua fronte

Religione, e per l'orror ne gema.
Irto abbia il crine, ed infuocati gli occhi

E sian nel volto queste note impronte:
„Son lo sdegno di Dio, nessun mi tocchi.“

LUIGI LAMBERTI.

1758–1813.

I cocchi.

ODE.
Pera chi osò primiero,

Fidato a briglie e a mal securo ingegno,
Dell' indocil destriero
Aggiogar la cervice a debil legno;
Ond' alto assisi su volubil soglio,

Ebbri d'insano orgoglio ,
Avvisaron quaggiù gli egri mortali

Di farsi a Giove uguali!
O del fatal costume,

Artefice cagion d'ampie ruine,
Ta sul Tartareo fiume
Prema il flagel delle feroci Erine!
Dunque, senza che l' uom caggia e trabocchi
Dai perigliosi cocchi,
Abbastanza da se già non s' apría

Vasta al morir la via ?
Coi cari giorni, ahi! quanti

Pagar la pompa dei sublimi carri,
Da ferree ruote infranti,
O sotto l' unghie de corsier bizzarri.
Enomao il sa, che a cruda morte corse,
E il suol d' Elide morse,
Scosso per opra di venale auriga

Dall' infedel quadriga.
Senza l' equestre fasto,

Se fra i bassi guerrier l'ire movea,
Forse maggior contrasto
Facea Troilo al furor dell' asta Achea.
Senza i destrier frenati, orbo rimaso,
Forse addutta all' occaso,
Non piagnevi, oh d' Egèo famoso seme,

Del sangue tuo la speme.
Sventurato fanciullo!

A lui che valse il formidabil gioco
Fuggir di Marte, e nullo
Pagar tributo di Ciprigna al foco;
Se poscia in onta dell' Ortigia Diva,
Sulla Trezenia riva,
L' estinse, ammenda ai non commessi falli,

L' ira de' suoi cavalli ?
Sedea su altero cocchio

In atti il giovan dolcemente acerbi,
E con le mani e l'occhio
Vegliava al fren dei corridor superbi;
Quando dal grembo dei mugghianti flutti,
Ecco su i lidi asciutti,
Di ver la racemifera Epidauro

Balzar mostroso tauro.
Allo spettacol diro,

Rincularo i cornipedi feroci,
Nè più il flagel sentiro,
O il noto suon delle animose voci;

Quindi sbattendo i rabbuffati colli,
Per la gran tema folli,
Si disserrar, forzando e briglie e morso,

Precipitosi al corso.
Come fischiando scoppia,

E fugge pietra da aggirata fionda,
Corse l' equina coppia
A dritta e a manca per la curva sponda;
Insin che all'urto degli acuti sassi,
Rote, timone ed assi
Si scommosser crocchiando, e in cento parti,

Volar troncati e sparti.
Te fra le briglie avvolto,

Ippolito, traean pei scabri liti,
Indarno a pregar volto
I rei destrieri di tua man nudriti.
Così, qual giglio in su 'I fiorir reciso,
Isti acerbo all'Eliso,
Ed ei , che mal sul Pegaseo si tenne,
Ad incontrar ti venne.

La Vendemmia.

CANZONE.
Dalla luce educati, e dagli ardori

Dell'Apollineo lampo,
Già per l'aperto campo
Brillan delle mature uve i tesori ;
Già le varie sue pompe ostenta lieto
Il bel culto vigneto,
Che più bella non han porpora, od auro

Metimna, ed Epidauro.
Villanelle, che i dì paghi, e securi

Traete al Lambro intorno
A che fate soggiorno ?
Uscite omai dai semplici abituri.
Ve'! come stanca e ripiegata in arco
Sotto il soave incarco
A se ne chiama la feconda vite :

Uscite all' opra, uscite!
Ma pria che siate a bei lavor converse

Ergansi voti ai Numi,
E dai correnti fiumi

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Escan tre volte, e sei le mani asterse ;
Tolga il puro candor del lieve ammanto
A nevi, e a latte il vanto,
Ma più ancor sian dei lini e della salma

Puri i costumi, e l' alma.
Forse noto non v'è; ma un'alma Diva

Dai sempiterni chiostri
Sovente ai lidi nostri
Preme col sacro piede or poggio, or riva:
Quivi occultando la sembianza vera
Va con gli agresti in schiera,
E adombrata dal vel che la ricopre

Tratta le rustich' opre.
Già tempo i figlj dell' ingrata terra

Al Regnator superno
Delle stelle il governo
Credeansi torre, e il provocaro in guerra:
Stolti! che presumean col frale e tardo
Braccio al trisulco dardo
Star contra, e alzarsi per caduche scale

Ove uman vol non sale.
Ai fianchi allora dell'eterno senno

Le Dive, e gli Dii tutti
Alla battaglia instrutti
Stetter nell' armi, e ne seguiro il cenno;
E quai di te non desti eccelse prove,
O Incremento di Giove,
Grand' Evio, atto del pari ai miti studi,

E al fragor d' aste e scudi?
Sol d'Eleusi la Dea dei serti amica

Dal sì nuovo periglio
A ravvivar col ciglio
Venne dei campi l' utile fatica,
Nè in umile sdegnò forma terrestre
Esercitar la destra,
Ove lo stuol villesco era ridutto

A cor di Bacco il frutto.
Sotto la mano usa a brandir lo scettro,

E ad aggiogar serpenti
I grappoli ridenti
Facean onta ai piropi, e al biondo elettro;
Poi sì fatto un licore indi si espresse,
Che al paragon mal resse
Quel che dall' urne d'oro Ebe dispensa

All'Olimpica mensa.
De rei Germani alfin spenta la rabbia,

Fra lieti inni la Dea

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