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classe di membri dello stato, quella dei municipii che uscirono dalla collezione dei dritti di città. Così che niuno si poteva contare in modo qualunque presso i Romani, senza un posto per piccolo che fosse in questo gran comiziato (216). La preponderanza per non dire tutta la forza di questa assemblea era dal lato della assemblea; ma non essendo esclusa persona siffatta preponderanza non era oziosa, e siccome la plebe non poteva risolvere da sola, se non si bilanciava colle curie, ella non era in una opposizione ostile. Questo ordinamento delle centurie si alzò così eminente sulla tribù che per questo solo il nome del re Servio venne famoso sino a noi. Quindi si è lungamente e generalmente avuto per fermo che questo ordinamento era più certo e meglio conosciuto che qualunque altra parte della costituzione romana se non per altro perchè Tito Livio e Dionigi l'hanno spiegato ed espresso in numeri. Poche persone soltanto mosse da pensieri più sani hanno osato di credere che ciò che se ne riferisce non conviene, per lo meno, all'età in cui noi abbiamo un' istoria contemporanea. Oggidì non è più contrastato la parte veramente importante di questa osservazione, e siccome fu pubblicata una relazione molto più autentica si possono segnalar con certezza gli errori comuni o particolari ai due storici. Niuno dei due poteva conoscere la descrizione che stava nei comentari attribuiti al re stesso, ed ognuno scrisse mosso da pensieri affatto diversi e difettosi. Ciò che distorrebbe di credere che Cicerone abbia attinto a questa autentica sorgente, non è che il genere di erudizione che non gli era per nulla famigliare ; del resto le sue indicazioni sono accurate e se ne può far conto. Non devono far meraviglia gli errori dei due storici; perchè non parlavano di cose

correnti, nè mutate da poco; ma d'istituzioni che l'erano
già d' assai lungo tempo. Tito Livio dice espressamente
che queste disposizioni non hanno nulla di comune con
l' ordinamento delle centurie della sua epoca ; e questo è
il motivo per cui ne espone il sistema, come n' espone
quello dell' antica tattica a proposito della guerra latina.
È forza che vi siano state altre indicazioni ben più diver-
genti, poichè Plinio prende per termine della fortu-
ma della prima classe 1oooo assi , ed Aulo Gelio
125,ooo (217); numeri che non si possono avere nè come
alterazioni di manoscritti, nè come sbagli d' autori.
I due storici s'ingannano in ciò che confondendo i bor-
ghesi ed il comune, si danno a credere che il medesimo
popolo che qui in allora godeva d'un'intiera eguaglianza,
fosse stato ordinato di modo che tutto il potere venisse nelle
mani dei ricchi, benchè a dir vero non senza gravarsene
molto, Dionigi v' aggiunge un errore di più tenendo come
un'istituzione di fortuna le diciotto centurie dei cavalieri,
che avevano i primi gradi nella costituzione di Servio.
L'aristocrazia serba in se stessa un'intiera egualità:
il più povero e l' oscurissimo dei nobili di Venezia quello
la di cui famiglia da secoli non avea occupato alcun officio
d'onore, era nel gran consiglio considerato come l' eguale
di quelli che aveano nome, e splendide ricchezze. Una
dominazione di famiglie così numerose come quelle di Ro-
ma, costituiva una democrazia fra queste famiglie, come
interverrebbe alla democrazia di un cantone che non fosse
più popoloso: non vi avea aristocrazia che verso i comuni.
Questo è ciò che non conobbero Dionigi e Tito Livio. Ser-
vio non cangiò in nulla l'eguaglianza degli antichi cittadini.
La timocrazia o aristocrazia delle fortune non contemplò che
quelli che erano estranei affatto agli antichi borghesi, o non

altro che quelli che gli appartenevano, quantunque ben alieni d'aver partecipato all' eguaglianza. Servio accolse ne suoi comizi le sei centurie di Lucio Tarquinio, che ebbero il nome di sei suffragi, onde tutti i patrizi vi si trovarono contemplati. In questa costituzione medesima non è credibile che abbiano posto fra loro delle differenze rispetto alle fortune. Tito Livio che per verità obbliò che Tarquinio le avea instituite, le distingue con molta ragione dalle dodici centurie che vi avea giunte Servio (118). Questo intervenne fra i primi dello stato ; quando invece avrebbe dovuto dire fra i primi del comune perchè i patrizi erano nei sei suffragi e niuno fra loro ha potuto entrare nelle dodici centurie. E sarebbe appunto a queste dodici centurie che Dionigi avrebbe dovuto restringere i suoi pensieri rispetto l' elezione fatta da Servio dei cavalieri, nelle famiglie le più agiate e di maggior riputazione, dove egli invece allarga questa scelta a tutte le diciotto (219). Perchè i patrizi quantunque in genere fossero i più ricchi e i più rispettati aveano per nascita e per origine un posto nei sei suffragi per poveri altronde che potessero essere alcuni di loro. Del resto è nella natura stessa delle cose, che colui che ordinava gli ordini dello stato, radunando ed eleggendo i notabili del comune, abbia posto in non cale il nobile di Medullia o di Tellene, obbliato e caduto in bassa fortuna, e che non abbia inscritto nelle centurie che l'uomo ricco nato libero, che conformemente all'idea fondamentale di questa classe possedeva il corredo d'un cavaliere, purchè l' onor suo fosse immacolato; e per ultimo che questo legislatore non abbia pur accolti i più valorosi se erano senza beni di fortuna. Mario non sarebbe punto entrato nel corpo dei cavalieri; ma Servio non voleva far dono di corone alla virtù individuale; fu suo pensiero di creare un ordine complessivo e di congiungere le notabilità plebee alle notabilità patrizie. Presso i Greci per tutto ove l' antica dominazione non ritraeva dell'oligarchico la transizione che la natura medesima creava in un nuovo stato di cose, si fu l' unione in un sol ordine dei superstiti membri della morente aristocrazia coi ricchi proprietari del comune o sottopoì. I membri di questo ordine erano designati col nome un reis, perchè potevano fare l'officio di cavalieri a loro proprie spese. La parola francese cavaliere, quantunque sia bene guardarsi dai significati accessori si è ancor quella che rende più convenientemente la denominazione antica. In un'età in cui le viete idee sugli antenati si erano dileguate da lungo tempo, i filosofi Greci definirono la nobiltà secondo l' opinione veramente accolta, dicendo che consisteva in buoni natali ed in ricchezze ereditate (22o). Non fu che una nobiltà soldatesca, come quella di cui vanno superbe molte nostre provincie, che abbia potuto mantenersi nell' opinione senza il conforto delle ricchezze. Dappertutto l'ordine privilegiato stimò le ricchezze e lo splendore che ne seguita come la sola strada che potesse condurre a nobiltà. E fu sempre così. Eraclide Aristodemo autore del re di Sparta, ha detto: il denaro fa l' uomo. Alceo lo cantò dopo lui come una sentenza dei saggi (221), e per pessimo che ciò possa parere, e che lo sia in effetto, non si saprebbe impugnare che in una impresa simile a quella di Servio l'agiatezza e non i natali immuni di fortuna doveano essere il fondamento dell' aristocrazia plebea che si voleva costituire secondo le nuove forme ; se non che bisogna aver occhio di non confondere la prima istituzione con - quella che venne più tardi o di dar merito a Servio di quel milione d'assi, che diventò in progresso la tassa delle fortune dei cavalieri. I posteri di quelli che furono inscritti non hanno potuto pensare ad altre condizioni fuori dell'eredità, tanto rispetto ai patrizi quanto ai plebei. Polibio dice: al presente i cavalieri sono eletti secondo la fortuna (222), È forza dunque che prima fosse altrimenti, e che per conseguenza la nobiltà servisse di regola. Zonara racconta che per premio del merito i censori potevano far passare aerarii nelle tribù o far salire al grado di cavalieri il volgare plebeo, e che aveano pure il diritto di cancellare i due ordini dello stato per pena di una vita scapestrata (223). Quivi s' incontra chiaramente l' opposto di una regola che dipenderebbe dalla fortuna tal quale si fu , quando colui che possedeva le sue quattrocento mille avea il diritto di riclamare l' entratura fra i cavalieri, e quando a dispetto d' ogni virtù il difetto di qualche miliaia di sesterzi riduceva alla condizione plebea (224). I censori allora prescrivevano pur anche la vendita del cavallo di colui che si mostrava indegno d'averlo; ma non però si allargava più oltre il potere della nota censoria, se tuttavia non avea pur anche l' effetto di far uscire dalle tribù per trapassare negli erari. È precisamente per via della collazione di un cavallo, che le ricompense censorie consacrate alla virtù civica individuale, divenivano possibili, come nella gran Bretagna il generale o l'ammiraglio senza fortuna innalzati al grado di pari, sono dotati dalla nazione quantunque nel suo essere i pari non possono sussistere che come proprietà fondiaria collettivamente preponderante. I quadringenta non potevano essere allora la base della fortuna dei cavalieri, come è manifesto al primo aspetto. Le cinque classi alzandosi sempre di 25,ooo assi, cominciando dalla quarta qual' immenso intervallo vi sa

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