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gere pur anche gli altri se non le si dava il prezzo che Savea chiesto per tutti. Il re si pentì dell'incredulità che lo privava della più gran parte di un tesoro non possibile a ricovrarsi. La profetessa gli mise nelle mani gli ultimi tre libri e si dileguò. L'impresa di Pomezia avea dato principio alle guerre contro i Volsci e gli Equi, che empiono i primi annali della repubblica. Tarquinio fondò due colonie sulle terre conquistate, Signa, e Circeio. La grandezza dei Gabi in tempi molto remoti ci è fatta palese dai muri del santuario del tempio di Giunone. E Dionigi lo scorse ancora più chiaramente nelle rovine del vasto recinto atterrato da un conquistatore distruttore (perchè la città era edificata sul piano) e lo scorse negli avanzi di parecchi edifici. Annoverata fra le trenta città latine non volle inclinarsi alla risoluzione di un'assemblea dove quelli che non erano eguali aveano però un eguale suffragio; onde ne nacque fra lei e Roma una guerra ostinata. Non v' erano che dodici miglia fra una città e l'altra e per parecchi anni il paese frapposto ebbe a sostenere tutte le miserie della guerra, ove non se ne poteva indovinar la fine perchè tutti e due erano inespugnabili nelle loro mura. Sesto figlio del tiranno si diede alle sedizioni; il re la di cui collera poteva parere eccitata dagli insolenti diporti lo condannò ad una vergognosa pena come l'ultimo de' suoi sudditi. Sesto venne a Gabi come profugo: i segni sanguinosi dei mali trattamenti che egli avea tocchi e soprattutto la cecità che s'impossessa di coloro che devono perire gli acquistarono confidenza ed affezione. Prima comandò dei volontari, poi gli si affidarono migliori truppe, e le sue intraprese prosperavano, perchè la preda ed i soldati non mancavano negli accordati convegni. Abbandonato dalla fortuna gli abitanti di Gabio gli tolsero quella dittatura per cui si credevano certi di poter fare una guerra felice. Restava a varcare l'ultimo passo del tradimento laddove non v'erano soldati mercenari non poteva aprirsi una porta senza pericolo. Sesto fece richiedere suo padre del modo che dovea tenere per dargli Gabio nelle mani. Questi che accolse il messo nel suo giardino passeggiò con lui tutto taciturno atterrando con una sua verghetta le teste dei papaveri più alti, e lo accommiatò senza altra risposta, Con questo avviso, Sesto, simulando colpe uccise od esigliò i Gabi che gli poteano far forza. Fe dono dei loro averi al più basso popolo per guadagnarsi dei partigiani, e forte d'una potenza non contrastata mise la città all'arbitrio del padre. Ma la sigurtà che dava una fortuna non interrotta fu turbata da un orribile presagio, un serpente fuggì dall'altare della regia casa e portò via la carne della vittima. Era allora il tempo della più grande opinione dell'oracolo Pizio, il re mandò a Delfo Tito ed Aronte suoi figli ricchi di larghi presenti (515) onde poter conoscere il pericolo che gli soprastava, La Pizia le di cui suggestioni non facevano che meglio confermare i presentimenti, per cui noi dobbiamo trovare il nostro sentiero nella notte dei destini (suggestioni che traviavano quegli a cui mancavano questi presentimenti) la Pizia rispose che Tarquinio cadrebbe quando un cane parlasse con voce umana (514). Colui a cui il Dio pensava si trovava nel tempio cogli ambasciatori, e s' era reso gradito pel dono d' una verga d'oro, chiusa e nascosta in un bastone sorato. La sorella del re Tarquinio maritata a Marco Giunio avea partorito due figli, che il padre avea lasciati pupilli. Il primogenito fu ammazzato dal tiranno per dar di piglio ne suoi averi,

l'altro per nome Lucio salvò la vita con una simulata stupidità nutrendosi di miele e di fichi selvatici (515). I fatui erano sacri pure ai Romani ; d'altronde in qualità di tutore Tarquinio si godeva tutta la fortuna dell'imbecille parente. Questo Lucio Giunio che per tal causa era chiamato Bruto avea compagnato a Delfo i giovani Tarquinii. Quand' ebbero adempito alla commissione del padre consultarono l'oracolo per se onde sapere chi regnerebbe in Roma dopo lui. La sacerdotessa rispose il primo che darà un bacio a sua madre. I figli del re risolsero di commettersi al destino e di ordinare le cose in maniera che Sesto non ne sapesse nulla. Bruto calò dalla montagna correndo e si lasciò cadere di modo che colle labbra toccò la terra al cui centro è Pyto suo primo santuario. Altri presagi ed altri sogni turbavano il re, alcune aquile aveano nidificato sopra una palma del suo giardino, e mentre erano andati a cercare da nutrirsi, avvoltoi in gran numero calarono sul nido ed atterrarono gli implumi, e respinsero le aquile al loro tardo ritorno. Il re sognò che due pecorelle nate dal medesimo padre gli erano condotte all'altare e che egli sceglieva la più bella per vittima quando si trovò rovesciato dall'altra; nel medesimo tempo sognò che il sole mutava di corso ritornando d'occidente in oriente. Indarno gl'interpreti dei sogni gli davano avviso di guardarsi di colui che gli sembrava semplice come un montone; indarno era d'accordo l'oracolo colla notturna visione; era forza che il destino si adempisse, Ardea la città dei Rutuli negava di sottomettersi al re: su assediata con grandi forze ; ma siccome giaceva su un monte solitario e vulcanico scheggiato a perpendicolo, era fortezza inespugnabile anche laddove la roccia si abbassava perchè avea muraglie ammatonate di tuffo. Una tal fortezza sarebbe stata inespugnabile anche per l'arte di far gli assedi in quest'epoca più moderna dove la meccanica fu condotta a maggior persezione come antecedentemente s' erano meglio informati gl' intelletti all' eloquenza ; sarebbe stata inespugnabile quando però non s avessero potuto condurre delle torri sino all' altezza dello scoglio. Ma in quei tempi quando il tradimento non espugnava le fortezze, la fame era l'unico modo di condurre alla resa un propugnacolo che non si poteva nè scalare nè minare. L'armata romana che era a campo in cospetto di Ardea attendeva dunque sotto le proprie tende che i Rutuli avessero consunte le loro provvisioni. Quivi fra i discorsi delle mense sorse fra i figli del re e loro cugino Lucio Tarquinio una disputa sulla virtù delle lor mogli. Lucio Tarquinio traeva il suo nome da Collazia ch' egli abitava, e di cui era stato investito (516); era nipote di Aronte fratello maggiore di Tarquinio Prisco dopo la morte del quale era venuto ad accasarsi a Roma. La guerra era temporeggiata e tutti furono a cavallo per sorprendere le mogli. A Roma le principesse si trastullavano, e gustavano le dolcezze d' un banchetto fra i vini coronati : da Roma i giovani corsero a Collazia ove trovarono Lucrezia che produceva la notte filando fra le sue schiave. Nè la sete del sangue; nè l'avarizia dei tiranni dell'antichità erano le parti che più potevano sgomentare i popoli soggetti ; ma piuttosto che nè moglie, nè fanciulle ne garzone non potevano sottrarsi altrimenti che colla morte al disonore della loro feroce concupiscenza. Gl' insulti simili a quelli che sostenne Lucrezia erano molto comuni; come i cristiani sotto il giogo dei turchi non aveano persone che li difendesse dall'infame libidine prima che persona pensasse alla possibilità d'infrangere i ceppi infami.

Ciò che perdette i Tarquini si fu che il grado della figlia

di Tricipitino non bastò a preservarla dalle contaminazioni. Sesto acceso di colpevoli desideri venne l' altro giorno a Collazia, e col favore dell'ospitalità verso le persone d'una medesima gens, si pose nella casa del suo cugino. Nel silenzio della notte entrò armato nella camera di Lucrezia e trionfò minacciandola di mettere accanto a lei il cadavere d'uno schiavo strangolato, simulando così di vendicar l'onor maritale e facendo maledir la sua memoria da colui ch'ella amava. Il timor della morte non avea potuto domarla, Chi potrebbe dopo Tito Livio raccontare la disperazione di Lucrezia (517)? fece chiamare lo sposo e il padre e lor fece intendere come erano occorsi atroci satti. Venne Lucrezio accompagnato da quel Valerio che ottenne in seguito il nome di Publicola Collatino venne con quel Bruto così tenuto a vile, trovarono l' inconsolabile Lucrezia in abito di lutto seduta in una cupa prostrazione; intesero da lei la violenza fatta e glie ne promisero vendetta, e giurarono sul suo corpo istesso la loro alleanza. Era venuto l' istante per Bruto di deporre la sua simulazione come Ulisse avea gittato il mantello del mendico. Portarono Lucrezia sulla piazza di Collazia: quivi i cittadini si dichiararono nemici di Tarquinio e promisero d' obbedire ai liberatori. Quelli ch'erano in grado di portar l'armi accompagnarono il feretro sino a Roma. Chiuse le porte Bruto in qualità di tribuno dei Celeri convocò l' assemblea del popolo. Tutti gli ordini dello stato erano mossi d'un medesimo spirito: i cittadini deposero unanimamente l' ultimo re dalla sua dignità e proferirono il bando contro lui ed i suoi. Tullia fuggì dalla città senza che glie ne venisse alcun male. Il popolo abbandonò ai mani delle sue vittime il pensiero della vendetta. Al primo annunzio di questo tumulto il re si mosse

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