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contro i loro propri membri, se non che questi ultimi aveano il diritto di richiamarsi al gran consiglio (59o). La legge Valeria concesse ai plebei questo medesimo diritto di appellare al proprio comune, cioè all' assemblea dei loro pari (591); io dissi al loro comune perchè l'appello era portato d' innanzi le tribù plebee (592), e non alle centurie , di modo che la conservazione di questo diritto fu posto immediatamente sotto la guardia dei capi di tribù. Il diritto di provocazione non si stendeva oltre un miglio di distanza dalla città (595): quivi cominciava l'imperium illimitato (594), che colpiva i patrizi come ogni altro Quirito. E fu in virtù del suo imperium che Lucio Papirio potè volere il sangue di Q. Fabio. La legge Valeria non ebbe altra sanzione penale dalle dichiarazioni in fuori che chiunque vi contravvenisse farebbe male, e T. Livio ne è commosso come che fosse un testimonio della virtù degli antichi tempi; tuttavia è una ammirazione di cui non sono gran fatto degni in questo particolare. Non s'era instituita una pena determinata perchè era indispensabile di non contrastare per nulla alla sovrana potenza il diritto della propria conservazione che non si dovea inceppare per nulla con dei limiti immutabili. Così che il violatore della legge poteva essere condannato a gravi pene proporzionate al suo delitto: ma si poteva altresì dichiarare innocente la più grande infrazione alla lettera della legge se non che erano d'uopo per fare l'accusa dei rappresentanti inviolabili del comune che potessero interporsi e dar protezione in caso di bisogno. Si volle che coteste leggi siano state rese nel primo anno dopo l' espulsione dei Tarquini e nel medesimo anno fu conchiuso il più antico trattato con Cartagine che Poli

bio tradusse (595) dietro la tavola originale che si trovava al campidoglio negli archivi degli edili e che era in lingua così vecchia, che dei romani dotti nella antichità mal sapevano indovinarne il senso. Forse T. Livio non si pose a voler ricercare la storia autentica di questi antichi tempi; e forse Macro istesso, l' unico degli annalisti che giovarono maggiormente l'opera sua, quegli che sentì più d'ogni altro il bisogno di consultare dei titoli, dico che forse non avea mai letto i libri di Polibio ; e non è inverosimile che questa tavola sia perita nell'incendio del campidoglio prima che Macro avesse fatto le sue ricerche. Ciò che si può tenere come comprovato si è che T. Livio a norma del suo costume di non rannodare i materiali della sua opera, che a misura del suo progresso, non si giovò di Polibio, il quale in allora non era generalmente molto riputato (596), nè se ne giovò che quando mise mano alle guerre puniche, del resto non sarebbe stato inaccessibile ad un motivo capace di determinare più d'un romano ad osservare il silenzio su questo riguardo; voglio dire che asfatto inconciliabile colla narrazione poetica già fatta storia vera, egli tradì il segreto dell' antica grandezza di Roma e della sua decadenza dopo il bando dei Tarquini, segreto che in seguito la posterità s' ingegnò di nascondere con una pazza ansietà come una macchia incancellabile per la memoria degli avi. Quando la repubblica conchiuse questo trattato possedeva ancora tutta l'eredità della monarchia. Ardea, Anzio, Aricia (597), Circeio e Terracina sono chiamate città soggette e Roma stipula per loro come per se medesima. Tutta la spiaggia è qualificata del nome di latina, e così il paese del Lazio ed in un estensione ben più larga che da Ostia a Terracina. Potrebbe intervenire che tutto il paese sino a Cuma sosse stato così denominato; perchè noa vi era ancora la Campania, e forse toccava sino ai terr mini dell' Italia (598) e per queste contrade che erano ancor libere, i cartaginesi si contentano di non far conquiste nè costruire fortezze. Si interdice ai romani ed ai loro alleati la navigazione verso tutti i porti che sono al sud del promontorio Ermaico, il quale termina all' oriente il golfo di Cartagine, e senza dubbio non fu soltanto come lo crede Polibio per escluderli dalle ricche contrade che si accostano alla picciola Sirti. Per verità era più utile di far di Cartagine il deposito dei prodotti di queste regioni e riservargli il profitto del commercio di cambio; ma era ben più importante d'interdire con questa severa esclusione agli audaci navigatori tirreni ogni tentazione di aprire un diretto commercio coll' Egitto. Conviene che questa restrizione sia stata pur posta per gli etruschi, i di cui trattati di commercio coi cartaginesi sono stati ricordati più sopra con Aristotile. Dirò altrettanto delle disposizioni seguenti. In Sicilia, Cartagine non avea ancora una provincia; ma Solunto e Panormo vivevano sotto la loro protezione sulla costa settentrionale della Sicania, erano città fenicie libere come Utica, Lepti e Cadice ; erano i resti d' una moltitudine di possessioni che prima dell' immigrazione greca i Tiri tenevano in tutti i porti ed in tutte le isolette che circondano la Sicilia (599). I cartaginesi assicurarono ai negozianti romani i medesimi vantaggi che ai propri. A Cartagine, sulla costa libica all'occidente del promontorio Ermaico ed in Sardegna fu permesso ai romani di navigare e fare il commercio; ma la vendita dei loro carichi doveva farsi per incanto pubblico, e in questo caso lo stato si rendeva garante del prezzo verso il negoziante sorestiero. Questo era senza dub

bio reciproco ed offriva allo straniero nn doppio vantaggio; se fosse stato altrimenti sarebbe stato in balia di alcune case che facevano monopolio oppure avrebbe corso pericolo di perdere le sue merci vendendone a caro prezzo ma a compratori poco sicuri. Dippiù l'asta pubblica avea per effetto di garantirlo dall'esazione dei doganieri perchè tutti i diritti si percepivano ad un tanto per cento del valore e non a norma d'una tariffa determinata; la rendita era fissa ciò che aumentava di più il pericolo di una stima esagerata.

Fino negli ultimi tempi era necessario per l'autenticità dei documenti pubblici romani che fossero corredati dell'indicazione del consolato sotto il quale erano stati redatti; è dunque impossibile che si fosse mancato a questa autenticità in una convenzione.

Si leggeva altresì nel trattato di alleanza coi latini che era stato conchiuso da Sp. Cassio (4oo). Non avendo Polibio alcun motivo particolare di designare i consoli non si può dubitare che la tavola del trattato non contenesse i nomi di Bruto e di Orazio come di colleghi. Ma ciò fa cadere tutto il racconto secondo il quale dopo la morte di Bruto P. Valerio sarebbe rimasto solo console ed avrebbe dato le sue leggi; ciò disfa pure anche l'altro racconto che fa un Sp. Lucrezio successore di Bruto. V' erano verosimilmente dei fasti che notavano questi quattro cittadini come componenti la prima magistratura, ed ecco come il nome di Lucrezio si sarà mescolato a quello dei consoli. O meglio ancora ciò sarà stato del tutto immaginato: diversi fasti aveano una doppia indicazione sui consoli dell'anno 247: a norma di cert'uni adottati da Dionisio furono Valerio ed Orazio; secondo altri Valerio e Sp. Lucrezio. Tito Livio seguito gli ultimi (4or) ma l'uno e l'altro autore

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si saranno lasciati traviare da un annalista che cercò di

conciliare queste discordanze con delle sottigliezze. Lucrezio dicevasi non sarà stato nominato dopo la morte di Bruto; prima di tutto il padre di Lucrezia avea diritto a quest onore, ma senza dubbio era vecchio, e se morì ancora nel suo magistrato, Orazio ha potuto succedergli (4o2). Qui pure Dionisio non discorda dalla via che prese; nota nel 247 un secondo consolato di Orazio e pone in quest' anno la consacrazione del Campidoglio. T. Livio adottò tutto questo che è contrastato senza porvi mente, e ne dà Lucrezio per consolo del terzo anno.

Occorre un' altra discordanza dei fasti dei due storici rispetto all' anno 248 in cui Dionisio nomina Sp. Larcio e Tito Erminio che Tito Livio non conosce come consoli. L'uno e l'altro sono celebrati nei canti eroici per essere stati compagni di Coclite alla difesa del ponte, gli annalisti li fanno pur entrare nella battaglia della guerra di Porsena , onde introdurre dei nomi nel vuoto delle antiche narrazioni. Siccome Dionisio nota egli stesso che non ha nulla a dire del loro consolato (4o3), è evidente che pur quivi T. Livio ci rappresenta la vecchia narrazione col meno d' alterazione possibile. Questi consoli, come molti altri vi fureno interpolati per colmar le lacune d'un anno, fors'anco per interrompere la serie dei consolati dei Valerj. Se si cancellano, occorre che nei primi cinque anni uno dei consoli è sempre un Valerio, cioè una volta Marco, e nel restante tempo Publicola. Gl' onori straordinari che da quei primi tempi furono ereditari in questa casa fanno presumere che vi fosse un'altra ragione oltre la considerazione personale. Per ognuno di questi onori v' ha una storia particolare, come è notato nei libri del diritto cerimoniale; voglio tenermi al fatto senza spiccarmi da lui.

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