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I Valeri avevano una casa al piede della Velia ; era l' unica di tutte le case di Roma che avesse le porte che riescissero in istrada, e questo privilegio d'onore cominciò dal tempo in cui Publicola, o Marco soprannominato Massimo avea ottenuta un'area di terreno per edificare (4o4). Essi fruivano della proedria onore greco di cui non s'incontra altro esempio presso i Romani; perchè al circo, al teatro di Roma, avevano un posto distinto adagiati in una sedia curule (4o5). Gli si accordò la sepoltura entro il recinto delle mura (4o6), e in progresso, quando abbandonarono l'uso di seppellire i morti per abbruciarli, non s'accendeva il rogo sul sito della sepoltura, ma vi si deponeva il feretro come una maniera simbolica di conservar il diritto (4o7). Se queste distinzioni fossero state destinate a ricompensar dei servigi avrebbero dovuto essere conferite pure a degli altri per altre più grandi azioni. Ma nè Camillo nè i Deci trasmisero simili onori ai loro posteri. Nondimeno v ha nulla che ci debba fare attoniti, se vi ha qualche fondamento per la congettura, che, durante le transizioni progressive della costituzione (4o8) la casa Valeria fosse per qualche tempo in possessione d' esercitare il potere reale per mano di uno de' suoi come rappresentante i Tiziani. Appuntata quest'idea le misure prese per moderare il poter consolare, prendono un apparenza di fondamento storico; e a questo modo si può intendere anche la narrazione che ci dice che Valerio abbattè la casa che avea sulla pendice Velia e ch' egli ebbe un terreno alle falde di questa pendice; era come un pegno che avrebbe tenuto il poter regio nella sua qualità di cittadino. È provato dall'origine sabina ben nota di questa casa che non altri che i Tiziani erano rappresentati da loro. Il suo Epo

mimo Voleso è in qualità di Sabino nominato come il compagno di Tazio (4o9). Voleso che si dice essere padre di Publicola, di Massimo, ed anche di un Manio, e di un Lucio (41o), non è altri che desso; si riferiscono a lui gli uomini dell'antica tradizione onde non manchi nei fasti il nome del padre. Il solo Dione Cassio con la sua consueta circospezione, qualifica formalmente Marco Valerio come gentilis di Publicola (411). In quanto all'autore dei fasti capitolini bastava per lui che i suoi lettori non facessero alcuna attenzione all' inconseguenza con cui, secondo gli annali che si seguivano allora dava le dignità Curuli dal 254 sino al 26o ai figli di quest'avolo immaginato e costituiva uno dei suoi nipoti tribuno militare per l' anno 358. - - - La bugiarda usurpazione d' un apparenza storica va

ancora più lungi : il poema faceva perire Mario Valerio Massimo al lago Regillo, e siccome s ebbe per istoria tutto il racconto di quella battaglia s' immaginò , e pure assai tardi, un Manio a cui si può riferire tutto ciò che negli ultimi anni gli annali dicevano di Mario che solo era conosciuto da Cicerone e da Tito Livio (412), gli si diede perfino il soprannome di Massimo. Il falsatore stimando che era tenuto di porre qualche concordanza in tutti questi racconti che non dovevano essere rivocati in dubbio nè in generale nè in particolare, ha potuto essere assai discreto e giustificarsi benissimo a suoi propri occhi. Quante volte non confusero Manio e Marco (415) l Cosa monta ch' egli fosse stato sincero; noi non metteremo un minimo prezzo alla nostra libertà nè ci lascieremo opprimere dal suo spirito ristretto e volto al male. Per quanto tempo i Valeri stettero in possessione del consolato della loro tribù o quando finì o è ciò che i fasti non ci possono insegnare. Se l'antica storia romana non si può mantenere, ciò non procede dalla costituzione, di modo che la certezza comincierebbe dal governo consolare, e perchè si sarebbero contrassegnati dei consoli annuali. Al di qua della rivoluzione, il suo contenuto è poesia e finzione, ed i fasti che dovevano dare della consistenza ai fatti, furono disposti per colmare l'intervallo. Nè è cosa di poca importanza che la guerra di Porsena sia riposta dagli uni nel secondo anno della repubblica e da altri nel terzo, poichè si tratta del più grande avvenimento dell'epoca. Un avviso ancora più importante, si è che siffatta guerra potrebbe appartenere ad un' epoca affatto diversa, e che in tutta la narrazione che se ne fa, non v' ha nulla che possa conservare un carattere storico al cospetto di un esame critico qualunque,

LA GUERRA DI PORSENA.

La narrazione che dopo lo smarrimento degli antichi annali ebbe fortuitamente l'apparenza d'un istoria tradizionale, riferisce che dopo la battaglia della foresta d'Arsia, i Tarquini, per avere una più poderosa protezione si recarono alla corte del re di Clusio, Lar Porsena (414) dove dopo aver tentati tutti i modi di conciliazione, mosse la sua armata contro Roma per riporlo in seggio. Ma questo racconto non può essere generalmente adottato. Cicerone che però conosceva assai bene la famosa tradizione di Porsena e di Scevola (415), dice che nè i Veienti, nè i Latini poterono mai ricondurre Tarquinio sul trono (416). Così di due cose l'una; o egli teneva la guerra di Veia, in cui perì Bruto, per quell'istessa di Porsena, oppure avea quest'ultima come una guerra di coriquista, e la sceverava dal tentativo che fecero gli stati circonvicini per conferire ad un protetto la dominazione su Roma caramente vendendogliela. E questo senza dubbio è il più antico modo di esporre la cosa. Dietro questa narrazione anche le truppe etrusche di Porsena si movono contro Roma, giacchè così lo riferisce pur Tito Livio. Quando Dionisio vi fa partecipare Ottavio Mamilio ed i Latini, ci trae veramente in inganno; non si volea che il genero stesse indifferente. Nella narrazione poetica l'armata etrusca appare ad un tratto con forze poderosissime sul Gianicolo, ed i Romani cedendo al numero fuggono da questo propugnacolo verso il fiume. Orazio Coclite s'oppose al nemico che lo inseguiva, desso aveva la guardia del ponte, ed avea con lui Sp. Larcio e T. Erminio. Tre uomini protessero Roma, come tre uomini le avevano conquistata la sovranità d'Alba, e senza dubbio ve n' era uno di ciascuna tribù (417). Mentre respingevano gl' assalitori, la turba dietro loro, ruppe il ponte, per lor ordine. Intrepidi facevano testa a migliaia di nemici. M. Orazio congedò perfino i suoi compagni, e come Aiace s oppose tutto solo finchè il frastuono della caduta del ponte e le grida degl' atterratori non l'avvertirono che l'opera era compita. Allora invocò il padre Tiberino perchè accogliesse se e le sue armi nell' onda sacra, saltò nei vortici, e sotto le furie nemiche pervenne a nuoto sino in città (418). Ogni romano quando la fame sece le sue strage in Roma gli diede in riconoscenza quello di cui poteva privare se stesso; in seguito la repubblica gli alzò una statua e gli fece dono di tante terre quante ne poteva percorrere cell'aratro in un giorno. La statua era al comizio (419); avvenne che fu colpita dal fulmine e che per un perfido consiglio degli Aruspici fu relegata in un luogo dove non fu più mai rischiarata dal sole; ma discoperta la frode, la statua fu riposta sul Vulcanale sopra il comizio, e gli Etruschi furono messi a morte. Ciò fece prosperar la repubblica; allora i garzoni cantavano nelle strade Malum consilium consultori pessimum est,

e da poi questo proverbio s'aggirò nelle bocche del popolo (42o). Per correre coll'aratro nel senso che la donazione avrebbe compreso tutto il terreno rinchiuso da un solco, che alla sera guadagnerebbe il punto d' onde era partito al levare del sole (come nelle pianure di Macedonia il sultano Maometto secondo investì l'eroe dei Romanzi turchi di tutto il terreno che poteva correre a cavallo in una giornata), sarebbe una cosa affatto inammissibile se si potesse cercar quivi una storica tradizione. Questo solco d'Orazio avrebbe chiuso ad un dipresso una lega quadrata, e più di 2oo anni dopo quando di già l'Italia era conquistata si concesse al vincitore di Pirro cinquanta arpenti ; ricompensa ch' egli ebbe per una liberalità senza misura. La repubblica non aveva nè la possibibità, nè la volontà di far simili donazioni ; ma il poeta era libero di non curarsi di siffatte considerazioni. I limiti fermati dagli antichi costumi e dalle leggi sulla proprietà fondiaria, così salutare come erano per la nazione erano pure un freno ai desideri degli individui. In tutti i tempi l' abbondanza parve la più dolce ricompensa della virtù onde pari ai poeti d'Epiro e dell'Olimpo che cantavano gli arnesi dorati dei Clefti, e le auree coperture di Lucena, i vati romani davano alle ricompense largite a Coclite ed a Scevola uno splendore che Ennio istesso non avrebbe potuto crearne di simili per Scipione l'affricano.

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