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Questi poeti non avevano posto mente ch era impossibile che Roma fosse affamata da un nemico che non era accampato che sul gianicolo, quand'anche fosse stato padrone del fiume. Onde gli annalisti immaginarono delle escursioni sulla riva sinistra; e per ovviare all'inconveniente che procedeva dall' assenza dei fatti, in pari tempo che volevano onorare gli antenati inventarono uno stratagemma dei consoli per adescare gli Etruschi e fargli una gran strage. Era assai pel poema che Roma fosse divorata da una fame senza speranza. Allora un giovinetto per nome Caio, imprese coll'approvazione del senato d'uccidere il re. Conscio della lingua etrusca s'innoltrò sino al pretorio ove percosse invece di Porsena uno dei servitori del re. Preso e disarmato, pose la sua mano diritta sul braciere ardente dell'altare come per ridersi dei tormenti che gli apparecchiavano. Il re lo lasciò partire in pace, e Scevola che fu così chiamato per essere restato monco della man destra l'avvisò quasi per mostrargli la sua riconoscenza di conchiudere la pace se gli era cara la vita giacchè trecento giovani-patrizi (421) aveano giurato di consacrarlo alla patria; aggiungeva che la sorte lo avea designato pel primo. Fu ricompensato dal senato in un più splendido modo di Coclite (422), però un'altra tradizione più modesta, designava per sua ricompensa prata Mucia in transtevere; era a quel che parve una terra di pochi arpenti. Come non fu ricompensato con qualche consolato? È una questione che voglio sciogliere io stesso, giacchè la legge romana delle cerimonie esigeva pure per i sacerdoti l' integrità delle membra : ora si sa che le altre magistrature aveano conservate qualche funzione sacerdotale; dunque era necessario una siffatta condizione (425).

D'altronde se il nome di Scevola era C. Mucio, era plebeo come la famiglia di questo nome, che non appare nei sasti che trecento anni dopo e con un carattere plebeo assai prominente; come per esempio un P. Mucio senza soprannome che è tribuno nel quarto secolo; il consolato adunque non poteva essere aperto a Scevola quand'anche Porsena fosse caduto nelle sue mani. E ben deve essere collocata fra i splendidi esempi delle vanità di famiglia censurate da Livio e da Cicerone l'usurpazione che fecero i Muci a questo proposito. Il vero nome romano, chiamato in seguito pronome, non prevalse meno nell'uso presso gli antichi che nell'Italia presente il nome di battesimo. Polibio pure dice ordinariamente Publio, e Tito invece di Scipione e di Flaminio (424), e siccome a partire da questa epoca si affievolì quest'uso, così deve essere stato tanto più forte quanto i tempi erano più antichi. Potrebbe essere adunque che l'eroe degli antichi canti non si fosse chiamato che Cajo. Ed è tanto più verosimile che in origine sia stato rappresentato come patrizio secondo che lo chiamò Dionisio (cosa che per un Mucio non può essere scusata che dall'ignoranza d' un forestiero) in quanto che parla di trecento giovani compagni della sua impresa, i primi della romana gioventù, per conseguenza uno per ogni gente ed egli stesso è chiamato nobile da T. Livio. Secondo Varrone il soprannome dei Muci aveva tutt'altro senso e significava un amuleto (425). Nè gli era particolare giacchè parecchie famiglie erano soprannominate Sceva. Ma siccome scaevus significa sinistra, quest'eroe della tradizione ha potuto chiamarsi Scevola molto tempo prima che i Muci diventassero splendidi. Per prezzo della pace il vincitore volle che si restituissero sette pagi ai Vejenti (426) e il forte Gianicolo non fu evacuato che dopo che furono dati gli ostaggi. Ecco si dove la vanagloria di un età più civile offesa dalla disi fatta degli antenati, addolcì la spiacevole verità. Tacito è l' unico che proferisce senza ambagi la terribile parola; la città fu costretta a porsi nelle mani del vincitore (427) cioè a sottomettersi a lui come al suo padrone, di modo che la repubblica gli rassegnò la sovranità, ed i particolari la libera disposizione dei loro beni, della libertà, della vita, senza alcuna restrizione. Lo stato vinto si trovava allora verso lo stato dominante nei medesimi rapporti dell'individuo che ha perduta la sua indipendenza in conseguenza dell'arrogazione o del necum (428) (pegno della persona per debiti) colui che cessava d'essere padrone non conservava che a titolo di peculio ciò che fin allora era stato suo proprio. Interveniva lo stesso ad uno stato che avea consegnata la sua cosa pubblica ad un padrone di modo che seguendo il piacer suo, costui poteva prendere ciò che voleva, e non solamente il territorio del comune ma la fortuna di ognuno. Questa privazione dei diritti non cessava che quando un atto simile all'emancipazione ridonava la capacità personale. Quando una città fatta suddita a questo modo è privata d'una determinata parte del suo territorio e bene spesso di un terzo, è un atto unilaterale di piena potenza ; in questo caso il resto, a meno che non fosse formalmente francato da ogni prestazione era sommesso a un tributo, che per lo più presso i romani era del decimo del prodotto. Ho chiamato l'attenzione sul fatto che Roma avesse perduto il terzo dei cantoni plebei che possedeva sotto Servio Tullio, ed ho fatto osservare che ciò dovette aver luogo nella guerra che noi chiamiamo di Porsena. La menzione degli annali che parlavano di sette pagi, non mostra che non fossero presi che questi soli. Si era pur conservata una tradizione secondo la quale i romani altre volte pagavano la decima agli etruschi (429). Il che non si può riferir che a quest'epoca ; la decima toccava le regioni che s'erano conservate, e l'ager publicus. Non vi poteva esser discorso di trattato colla città che aveva perduto la sua indipendenza, che quando l'avesse ricuperata, nell' istesso modo che un individuo non poteva contrattare con quelli ch' erano sottomessi alla sua paterna autorità che erano suoi schiavi. Onde di due cose l'una, o Plinio si serve di un'espressione assai disadatta, o le leggi che Porsena prescrisse ai romani appartengono al tempo in cui gli era già stata resa l'indipendenza di diritto, quantunque fosse senza garanzia, e realmente nulla. Il documento che cita come esistesse ancora ci rivela in che bassezza erano caduti. Gli si interdice formalmente di usare il ferro in qualunque altro officio dall' agricoltura in fuori (45o); quelli a cui s'imponeva una tal condizione, dovevano già essere stati obbligati a consegnar tutte l'armi (451). La condizione dell' omaggio che Roma rese a Porsena come a suo signore s'incontra implicitamente nella narrazione che dice che il Senato gl'inviò un trono d'avorio e le altre insegne della dignità reale (452); perchè ci si narra appunto nell' istesso modo che le città etrusche avea vano riconosciuto L. Tarquinio Prisco per principe. Ciò che T. Livio racconta dell' evacuazione del Gianicolo pare appartenere alla liberazione della città disarmata. I venti ostaggi patrizi maschi e femmine sono per numero in relazione manifesta colle curie delle due prime tribù che sono giustamente percosse dal più gravoso sacrificio, perchè in tutte le altre occasioni erano quelli che raccoglievano maggiori vantaggi. V'ha pure un doppio racconto su questi ostaggi; e il più celebre dice che Clelia precipitandosi nel fiume colle vergini, fuggì dall' Etruria, dove fu rimandata, e che Porsena le rese la libertà con facoltà di liberare anche dei maschi; e che le fece dono di un cavallo e di armi (455), onde la repubblica le alzò nella via sacra una statua rappresentante una giovinetta a cavallo. La narrazione men cognita sa sorprendere gli ostaggi da Tarquinio, nell'istante in cui sono condotti nel campo etrusco, e vuole che siano stati tutti uccisi da Valeria in fuori, che ritornò a Roma (454). In questo mezzo Porsena era ritornato a Clusio; aveva mandato suo figlio Aronte con una parte dell'armata contro Aricia, città in allora capo del Lazio (455). Gli abitanti ebbero sussidi da altre città e fra queste da Cuma i di cui guerrieri condotti dall'eroe della guerra tirrena compirono la disfatta degli Etruschi e ne amazzarono il generale. I fuggitivi trovarono a Roma un amorevole ospitalità e da curare le loro ferite onde taluni non vollero più abbandonare la città ed edificarono il Vicus Tuscus. Porsena per non essere vinto di generosità (456) restituì gli ostaggi ed i sette pagi. Gli annalisti romani fanno l'eroe etrusco assai generoso a pregiudizio dei sudditi e degli alleati, giacchè questi pagi erano stati restituiti ai Veienti. Se fossero stati gravati di ciò non si sarebbero fatto scrupulo d'imputar loro qualche perfidia atta a sdegnare l'animo generoso del Signore e farlo risolvere ad una pena nell'istesso modo che si fa procedere l'abbandono che fece dei Tarquini. Ma al tempo dei Decemviri s'era ancora così lungi dall'avere ricuperati i cantoni etruschi che il Tevere era il confine del

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