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impossibile di pcter formar le legioni. Il comune che si radunava di notte in segreto nei quartieri esclusivamente abitati da lui sul monte Aventino e sugli Esquili, negò in una maniera imperturbabile di fornir i soldati. Invece di chiedere come prima dei leggieri sollievi, riclamava altamente l'estinzione dei debiti. Il tumulto era così violento che i patrizi moderati consigliavano di comperare la pace anche a questo prezzo; altri speravano che si mitigherebbe se si rendesse la libertà e la proprietà a quelli che l'anno precedente s'erano fatti inscrivere a questo prezzo. Appio insisteva pel partito del rigore; proclamando che questi miserabili erano anche troppo generosamente trattati, che conveniva infrangere la loro insolenza e che un dittatore lo potrebbe. I suoi aderenti lo destinavano a ciò, ma prevalsero nell'elezione i più mansueti (541), e il pensiero dell'autore del consiglio che si doveva avventurare tutto diventò un mezzo di riconciliazione per la nomina di Marco Valerio (542). Il quale raccolse i soldati con un editto simile a quello che avea proclamato Servilio; perchè il comune si confidava nella forza della dittatura del pari che nella parola di un Valerio. Furono levate dieci legioni (545) ed inviate tre armate contro i Sabini, gli Equi, ed i Volsci; la vittoria si dichiarò ovunque per Roma con più rapidità e splendore che non l' avrebbe desiderato il senato (544). Si ricompensò il dittatore accordandogli onori straordinari ma non già la libertà degli schiavi per debiti che riclamava in conformità alla sua parola. Allora depose la dignità per non essere condotto dal potere alla dannosa tentazione di rompere colla violenza l'abuso scandaloso d' un diritto formale. Gli stessi plebei ravvisarono che non poteva spingere più oltre la fede della data parola ; e l' accompagnarono riconoscenti dal foro alla propria casa. L'armata del dittatore forte di quattro legioni fu congedata dopo il trionfo; ma quelle dei consoli erano ancora raccolte (545) e sotto pretesto ch'erano minacciati di nuove ostilità fu ordinato che dovessero rimanere sul campo ; allora scoppiò la rivoluzione : l'armata nominò per capo L. Sicinio Belluto, passò l'Anio e rafforzò un campo sul monte sacro nel territorio Crustumerio (546); i consoli coi patrizi ritornarono a Roma senza aver sofferto un'ingiuria. Molte narrazioni di questa prima storia di Roma furono segnalate come favole per le contraddizioni e le impossibilità che implicano. La prima ritirata del popolo è immune di questi difetti come la raccontano T. Livio e Dionisio che si estende in maggiori particolari. Nè si può pretendere che sia assolutamente impossibile che si abbia conservato memoria delle diverse opinioni che dividevano il senato, e memoria di quelli che le difesero quantunque senza dubbio questa memoria non fosse stata consegnata negli antichissimi annali. Nulla dimeno la coerenza intrinsica altro non dimostra che l'aggiustatezza dello spirito dell' annalista che formò la narrazione adottata al presente; ciò che si fa manifesto per le inconciliabili contraddizioni che esistono tra queste narrazioni ed altre tradizioni che in altri tempi non furono meno accreditate. Cicerone che seguiva in tutto degli annali affatto diversi di quelli di T. Livio, parla delle negoziazioni del dittatore M. Valerio cogli emigrati come di un fatto non dubbio e gli attribuisce la gloria di aver ridonata la pace, per cui e non per vittorie avute gli venne in retaggio il soprannome di Massimo (547). Conviene aggiungere a questo racconto ciò che lo stesso T. Livio riferisce ad un punto ben lontano della storia di questi tempi ; cioè che un dì sul punto d' un' emigrazione del comune un dittatore infisse il chiodo (548) giacchè non può essere stato nominato alcun dittatore al tempo della seconda ritirata. Riferiremo più tardi le divergenze che corrono sul numero e sul nome dei primi tribuni del popolo. In fine gli annali non erano tutti d'accordo sul punto che l'armata si fosse pacificamente accampata sul monte Sacro e che conseguisse il suo intento senza violenza. Pisone , come me lo mostra T. Livio aveva scritto che i plebei s' erano impadroniti del monte Aventino. Cicerone dice che si posero prima sul monte Sacro, e poi sull'Aventino (549). Sallustio scrive la medesima cosa (55o), e quando in Cicerone il nemico del tribunato si fa innanzi dicendo che nacque dalla guerra civile in un tempo in cui i quartieri della città eran presi ed occupati da uomini armati (551), tutto questo si riferisce al medesimo racconto. Pisone stesso non escludeva forse il monte Sacro, nè si può presupporre del resto che il comune non abbia fatto occupare da uomini armati i suoi quartieri della città; poichè in allora le donne e quelli che erano senza difesa avrebbero dovuto prendere la fuga o servire d' ostaggi; e probabilmente procede da questa circostanza tutto ciò che si riferisce a certe radunanze preventive tenute sul monte Aventino ed agli Esquigli. Fu dunque in questi ripari che si ritrassero i plebei che dimoravano sparsi nella città; e sul monte Sacro accampava l'armata riunita, a cui si congiunsero forse alcuni volontari della campagna vicina; quivi si trovavano i capi ; quivi si negoziò la pace. I patrizi non avrebbero potuto chiudere la città a questa armata a cui erano aperte le porte delle colline plebee ; ma ognuno dei sette colli era una cittadella (552), e il Palatino, il Quirinale, il Celio potevano essere difesi come tali al pari del Campidoglio ; ora questi colli erano muniti d' uomini armati nell' istesso modo che l'Aventino l' era stato dal partito contrario. Si sarebbe potuto combattere, come a Firenze senza dar l'assalto e nell' interno della città, al foro , al Velabro, e nella Subura. I plebei non essendo altro che il basso popolo che costituisce la più gran parte delle popolazioni urbane, non si ha d' immaginare che Roma rimanesse deserta. Non v' ha dubbio all' incontro che non vi siano entrate alcune bande della campagna perchè non è da credersi che i patrizi ed i loro clienti abbiano potuto tenersi di fuori. A farne giudizio dall'esempio delle grandi città d'Allemagna e d'Italia che mettevano in campo quindici centinaia di cavalieri borghesi forniti di tutto punto ed altri ancora le genti dovevano annoverare dei migliaia d'uomini in grado di portar l' armi. Dovevano pure essere numerosi, i discendenti di quelli da cui era stata altre volte esclusivamente costituita la nazione romana ; ed in genere le tradizioni che esprimono i numeri indicano abbastanza che le genti annoveravano molti membri. Non vorrei però aver per istorica l'opinione che dà ai Potizi verso il 44o dodici famiglie e trenta uomini adulti; questi numeri sono appunto di quelli che nelle narrazioni dei libri sacerdotali portano il medesimo carattere dei nomi ben cogniti di personaggi nelle formole di diritto; e tutto ponderato i 5oo Fabi non posano sopra una base più certa dei trecento mila barbari di Mardonio; oppure le donne e i faneiulli sono compresi in questo numero. Nè possiamo meglio fondarci sui loro quattro mila clienti nè sui cinque mila dei Claudi, per trarne una conseguenza storica qualunque relativamente alla quantità dei subordinati di cui potevano disporre i patrizi. Tuttavia bastava una general notizia dello stato delle cose perchè gli annalisti, senza pericolo d' ingannarsi, come senza tradizioni precise, potessero raccontare che i patrizi presero le armi coi loro clienti immediatamente dopo la ritirata del popolo, e che ne mici ostinati della pace si accecarono al punto di credersi abbastanza forti contro il comune, e contro i nemici estermi (555). Ma v'aggiunsero colla medesima esattezza che i clienti erano artigiani e genti di mestiere (554); una moltitudine insomma nella quale non si facevano punto leve per le legioni, e che non conoscevano per niente lo studio delle armi, nè potevano essere opposti ai campagnuoli esercitati nella guerra. Fu questa divisione di forze che salvò Roma dove non si poteva temere un macello come quello di Corcira; perchè la nazione non era punto divisa da una parte in uomini agiati di rango eminente e dall' altra in una moltitudine di proletari che gli fossero direttamente opposti, e di cui non si poteva dubitare pure un momento che non trionfassero, quando gli fosse venuto il pensiero di ribellarsi. Avrebbe costato torrenti di sangue la prova di vincere a forza i quartieri patrizi, se la fame non li avesse domati ; il risultato doveva esserne almeno incerto, pei vincitori ritti sulle rovine fra le nazioni conquistatrici degli Etruschi e dei Volsci non avrebbero avuto da congratularsi lungamente del funesto trionfo. Se all' incontro si prolungava la discordia mentre erano sotto le armi, i patrizi in possesso dell'inestimabil vantaggio di formar il governo, avevano il tempo ed i modi di operare una scis

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