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st'aristocrazia si sarebbe ribellata al pensiero che L.Tarquizio che voleva annoverare come cliente qualunque appartenesse ad uno dei ricchi gentili. Se si bada alle mutazioni che il progresso del tempo trae nelle relazioni, l'esistenza di parecchi suffragi sembrerà affatto inammissibile. L'esempio di tutte le età e di tutti i luoghi c'insegna che le case (gentes) fino che fu necessario una nascita immune di derogazione, hanno dovuto veder spegnere ben tosto le loro famiglie patrizie. Se le famiglie plebee che vi si erano formate, e se i clienti avessero vuotato nella gens, ne avrebbero conservata la voce quand'anche non vi fosse più stato alcun patrizio. Ora sopra trecento case, non potea non accadere, dopo alcune generazioni (55); di modo che nei loro propri comizi non avrebbero potuto conservare la preponderanza. Il risultato dei suffragi per testa in ciascuna curia sarebbe stato ancora più sfavorevole. Le gentes, case, essendo essenzialmente patrizie nel loro politico significato la definizione di Lelio quantunque non provi per anco che non vi aveano che dei patrizi nelle curie fonda per lo meno l'esattezza della dottrina secondo la quale essi ne costituivano la sostanza. Il progresso della narrazione di questo medesimo Lelio che si fortifica dell' autorità di Labeone c'insegna che i comizi delle curie erano convocati da un littore, dove quelli delle centurie lo erano da un trombetta (58). Dionigi dice che i patrizi erano chiamati per nome da un araldo, e che il popolo era avvertito dal suono del corno (59). Labeone e Dionigi s' accordano dunque evidentemente per designare le curie come quelle che erano i comizi dei patrizi : la medesima identità appare pur laddove T. Livio rapporta che Tarquinio Prisco assegnò ai patres ed ai cavalieri dei Seggi al Circo, e Dionigi dice al contrario che si fu alle curie (6o).

Per dimostrare questa grave asserzione in un modo più deciso e compito, voglio preoccupare il lettore di un argomento il di cui vero posto è ancora lontano, e sul quale ci converrà ritornare dappoi.

Tutto quello che i nuovi frammenti della repubblica ci additano di più importante sul dritto pubblico di Roma, si è che i re quando erano stati eletti dalle curie, non potevano far a meno di dimandare l'imperium (governo) a queste medesime curie, poichè un loro rifiuto avrebbe attraversata l'elezione (61). Cicerone poteva sapere tutto questo dai libri dei pontefici e degli anguri; e quanto più è strano di vedere deliberare due volte la medesima assemblea , e consentirle la facoltà d' annullare la propria elezione con una seconda risoluzione, tanto più Cicerone, è accurato a dichiarare che le cose passavano veramente di siffatta maniera. E nella sua età stessa questa accuratezza non era soverchia perchè Dionigi e Tito Livio hanno inteso entrambi che si discorresse di due diverse assemblee, come si fece dopo Servio Tullio. Entrambi hanno tenuto come popolo l' assemblea elettorale. Dionigi chiama patrizi quelli che confermavano la scelta, e Tito Livio usa la parola patres per designare il senato che era parte essenziale in ogni operazione delle curie ; ma forse in questo luogo ed in più occasioni che non si stima, egli pensava confusamente ai patrizi. Ogni lettore senza che occorrano molte parole, vede assai bene che ciò che Cicerone chiama lex curiata de imperio, è assolutamente la medesima cosa dell'auctoritas patrum di Tito Livio, e la ratifica dei patrizi di Dionigi.

È dunque chiaro che l'auctoritas patrum che sino alla legge di Menio fu necessaria alla validità delle elezioni, non era altra cosa, che la legge curiata de imperio, che

i dittatori medesimi erano tenuti di sollecitare. Questi patres erano i patrizi ; e sono così chiamati nella maniera la più esatta (55). La storia non ha altra prova più trionfante di questa rispetto l'identità dei comizi per curie con l'assemblea dei patrizi.

IL SENATO, GL INTERRÈ, I RE.

I contemporanei di Camillo che credevano fermamente alle tradizioni relative a Romolo avrebbero riso di chiunque si fosse avvisato come lo fecero trecent'anni più dopo gli spiriti più svegliati, di tenere l' istituzione del Senato come un atto della volontà libera e savia del fondatore. Intorno al mediterraneo, presso tutti i popoli atti ad accogliere una legislazione, il Senato era così essenziale così indispensabile, come l' assemblea del popolo ; era una scelta dei cittadini più maturi. Ed Aristotele dice che il Senato non manca in alcuna città qual che si sia il governo aristocratico o popolare; e fino nelle oligarchie istesse, per picciolo che sia il numero di quelli che hanno parte alla sovranità, parecchi consiglieri hanno l'officio di apprestare i decreti (64).

Noi abbiamo di già detto che il Senato Romano rispondeva alle tribù nell' istesso modo che quello di Clistene avea provveduto per l'Attica; ma è lecito di sospingersi più innanzi e di asserire senza esitare, che in origine quando il numero delle case era intiero, il Senato le rappresentava immediatamente ed in un rapporto proporzionato al loro primo numero. I trecento Senatori a Roma rispondevano alle trecento gentes, numero al quale noi ci siamo volontieri accostati non senza molte buone ragioni. Cosicchè ciascuna casa o gens avrebbe avuto nel consiglio il suo decurione, il suo Aldermann il capo delle assemblee. V” erano a Sparta ventotto Geronti ; strano numero in vero, ma siccome l'aggiunta dei due re lo portava a trenta, ciò si spiega per via della medesima ipotesi. Trenta Genos erano rappresentati (65); gli Agiadi, e gli Euripontidi l'erano dai re ; ed una volta che le credenze popolari ebbero ammesso che queste due case discendevano da fratelli gemelli, questi nomi furono riferiti a dei pretesi rampolli di due fratelli mitologici (66). Non è possibile di credere che la nomina del Senato fosse lasciata in origine all'arbitrio dei re. Dionigi accenna che si procedesse per via di elezione; e per verità il concetto che se ne forma non pare che si possa difendere, perchè non sarebbero le curie, ma bensì le case che in origine avrebbero nominati i loro deputati. Il Senato era diviso in decurie ed ogni decuria rispondeva ad una curia. E se interveniva che lo stato non avesse punto di re, dieci Senatori pigliavano il governo in quest'interregno. Non si sa ancora che regola si tenesse a questo proposito ; poichè gli storici non ci forniscono che alcuni particolari in contraddizione fra loro; nè questo dee far meraviglia, perchè già da tre secoli questa magistratura era giù d' esercizio (67). A stima di Tito Livio quando non vi aveano che cento Senatori se ne eleggeva uno per ogni decuria. Questi Senatori costituivano un collegio di dieci membri ciascuno dei quali esercitava il poter regio per cinque giorni; le insegne della dignità passavano dall'uno all'altro di modo che se nel giro di cinquanta giorni non era per anco eletto il re, si facevano da capo. Dionigi al contrario racconta che i duecento padri onde era fatto il Senato, alla morte di Romolo, erano divisi in venti decurie, e che la sorte ne designava una per fornire gl' interrè; e poi un altra quando quest' ultima avesse fornito il tempo del suo officio. Per ultimo Plutarco che non contende il numero dei cento cinquanta Senatori ignora assolutamonte le decurie ; ma racconta che il poter reale trapassava dal primo Senatore sino all' ultimo, così non restava nelle mani di ciascun d essi che la metà d'un giorno, e la metà d'una notte, e quando accadea che il popolo non fosse venuto per anco all'elezione del re si rifaceva il circolo (68) però questo racconto cade facilmente insieme al fragile fondamento su cui si posa, io voglio parlare del falso numero dei Senatori. In quanto a Dionigi era così preoccupato delle pritanie dell'Attica che presupponeva diritti eguali a tutti i Senatori. L'asserzione di Tito Livio è fondata sulla preminenza dei Ramneti riproducendo quei decem primi, che altro non erano che i dieci membri ognuno dei quali era il primo della sua decuria (69), noi possiamo con tutta sicurtà dichiararci in suo favore. Il Senato deliberava sul candidato che l'interrè propomeva alle curie, e finchè una sola tribù esercitò il diritto di eleggere, la scelta si faceva dalle curie che la rappresentavano nel Senato. Il diritto delle curie li stringeva all'ammissione, o alla repulsa; era una rogatio, un mettere alle voci, come si costumava rispetto alle leggi. Ecco perchè si dice dell'interrè regem rogare, ciò che significa ch' egli interrogava sulla sua ammissione. Ed è così che ci si riferisce l'innalzamento di Numa e di Anco, e che ci si dice che Servio Tullio si aggiudicasse il trono (7o), senza elezione preventiva per parte del Senato. Si tenne lungo tempo dopo il medesimo modo rispetto al consolato onde

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