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s'incontra di nuovo la parola rogare. Ammesso una volta il re, si chiedeva per la via dell' inaugurazione la conferma immediata degli Dei. E forse vi fu un tempo di così credula ingenuità in cui degli auguri non favorevoli seppero indurre ad una nuova elezione. Però questa non bastava per conferire al re i pieni poteri (l'imperium ); convenia che l'investitura gli fosse stata data da una legge speciale, e che l' eletto ne proponesse egli stesso l'ammissione; la ripulsa lo avrebbe tratto senza dubbio a rinunciare alla sua dignità. Per quel che spetta alla sua origine, può ben spiegarsi per questa circostanza che negli antichissimi tempi, i Quiriti potevano alla loro volta ambire alla dignità reale se non che il diritto di elezione stava nei Ramneti. Non per questo importava meno, che l'altra tribù ne confermasse la scelta ; il che intervenia quando le curie dell'una e dell' altra conferivano l'imperio. Quando fu raccolta altresì la terza tribù, parve pur giusto di far concorrere i suoi all'accettazione dopo che le altre due avevano eletto il candidato. Un tal' ordine di cose sopravvisse alla sua origine e si possono trovar ragioni di perpetuarlo sino ad un' epoca in cui tutte le curie aveano parte all'elezione propriamente detta, sia che il candidato nominato avesse, come i magistrati Greci a sostener una inquisizione per dar prova che niente gli era contrario, che prendesse possesso del suo magistrato, e che niente ne lo rendeva indegno (e in questo caso i commissari aveano obbligo di farne rapporto alle curie) (71); sia che si stimasse che degli uomini liberi dovessero tenere la collazione d'una sì grande potenza come un affare così grave e così degno di maturo giudizio che si riservassero di deliberarne due volte. Tale era il pensiero di Cicerone pur rispetto ai magistrati annuali, e più circoscritti (72). Nulladimeno le

curie non potendo deliberare su cosa che non fosse stata prima messa innanzi da un decreto del Senato, conviene che in questo caso il loro voto sia pure stato preceduto da una siffatta risoluzione. Ed in principio se la scelta non era stata apparecchiata da una parte del Senato, vi avea per questo Senatoconsulto il medesimo motivo che per consultare le curie, e quando quest'ultime non vivevano più che di nome il Senato avrebbe ancora potuto proferire un rifiuto ; ed è per questo che era tenuto a mettere innanzi la sua accettazione. La continuazione di forme indusse Tito Livio a scambiare il Senato nei padri accettanti fino dai tempi più rimoti. La legge delle curie conferiva al re tutto il potere di cui aveva d'uopo come capo dello stato e dell' armata, e gli conferiva altresì il dritto di rendere giustizia e designare i giudici (73). Non è possibile di determinare i limiti di questo potere ; ma ciò che tengo per certo si è che la legge sull' imperium dei re non era altra cosa che quella lex regia sugli imperatori si celebri e tanto discussa, e in vero erano state fatte a quest' ultima non solo delle aggiunte ma per anco dei cambiamenti. Una legge che avea fatto ammettere un re, era una lea regia, e non già quella che risguardava il poter reale rispetto coloro che non erano re. La tavola relativa al potere di Vespasiano, s'annuncia come legge e non come Senatoconsulto (74). Sotto gl' imperatori non vi aveano che ombre di comizi come ombre di curie. È probabile che la sormola di ratifica del potere fra le mani dei re si trovasse nel codice di Papirio. La dignità reale presso i Romani era rispetto la potenza, e il dritto e le restrizioni che l'accompagnavano non dissimile di quel che fu presso i Greci nei tempi eroici se non che differiva per non essere che una magistratura conferita a vita. Il re era capo assoluto della forza militare, e il gran prete della nazione. A lui solo quando era in città poteva appartenere il diritto di convocare il popolo ed il Senato per le analoghe proposizioni; ma le leggi, la guerra, e la pace erano risolte dai cittadini (75) per quanto illimitato fosse d'altronde il potere di un re felice e venerato. Egli infliggeva castighi ed ammende alla disobbedienza; nulladimeno era fatto abilità al condannato di ricorrere ai cittadini contro una simile sentenza (76). Siffatta libertà però non poteva essere che un privilegio dei patrizi. Il re siedeva ogni nove giorni (77); teneva giudizio sulle proprietà e sulle persone proteggendo i possessi facendo in una parola tutto ciò che in progresso non fu che l'ufficio del pretore; e quando designava i giudici poteva però tenere a se la cognizione di una differenza se gli importava. La sua potenza sulla illegittima cittadinanza e su tutti quelli che non spettavano alle gentes della città, non avea confini come quella del dittatore. Da se disponeva secondo il piacer suo del bottino e delle terre conquistate in quanto però non vi si opponesse il dritto acquistato dai cittadini rispetto al godimento di queste terre. Era assegnato alla corona una parte dei domini a cui erano congiunti dei vasti poderi per sovve. mire alle spese della casa reale, e la coltura di questi poderi, che si faceva da alcuni subordinati (78), procurava delle ricchezze ed una sequela di persone devote. Il re non era alla testa degli affari ecclesiastici poichè l'indipendenza degli auguri è evidente nella tradizione sopra Atto Navio. I pontefici, senza dubbio, godevano pienamente di un siffatto vantaggio.

TULLO OSTILIO, ED ANCO.

Si è dai libri dei collegi dei pontefici e degli auguri che Tito Livio trasse le formole degli affari solenni del dritto pubblico che furono usate per lunga età, ma che caddero in disuso da tempo immemorabile. Se ne traeva l'origine sino dai re, e questa origine è certa almeno in ciò che risguarda la formola di condanna pei delitti di stato, rinvenendovi ciò che spetta alla provocazione o appello al popolo di cui Cicerone aveva contezza pei libri degli auguri, e dei pontefici (79). E questo non è più dubbioso delle formole dell'inaugurazione, e di quelle relative agli araldi chiamate pater patratus, al dritto dei feciali, alla dedizione; tutte cose di una così alta antichità. Una congettura sull' intima essenza di questi libri, non è punto una così audace richiesta di cui ci sia interdetta la cognizione. Nè posso vedere in essi altra cosa fuorchè una raccolta di tradizioni decisioni e decreti pei casi che si facevano (8o). E potevano per avventura rinchiudere dei frammenti di antichi canti come la legge sull' alto tradimento che era tratta dal canto degli Orazi.

Condotto dall'estro poetico del suo ingegno, Tito Livio tolse ad Ennio le sue narrazioni sui regni dei re, e ciò pare comprovato dalla circostanza che concede ad Alba appunto quella durata che suppone la cronologia del vecchio poeta (81). L'invocazione di Coclite al Dio del Tevere è la medesima nei due autori, e questo non è per verità il solo effetto del caso (82). Tito Livio non poteva fare una scelta più assennata, e finchè si scriverà l'Istoria Romana dopo di noi non avremo altro affare che di tradurlo, oppure se un'opera simile alla mia non comporta

Niebuhr. T. II, 3.

una tale estensione converrà restringersi a ricordare delle finzioni che per avventura ciascuno deve conoscere sotto le eccellenti sembianze che ebbero da lui. Chiunque richiede alla storia del primo secolo di Roma che sia vera e non discorde, dee non concepire ch'Alba scompaia affatto dopo la fondazione della città. La tradizione ne dice nulla affatto degl' ajuti porti dalla metropoli allorchè Roma era in un pericolo eminente ; e nulla ne dice del pari in quanto al perchè Romolo sia rimasto escluso dal trono dello zio se la razza di Enea si spense in Numitore. Parli o taccia, si conosce di qual genere è l'istoria che ci si dà per tale. Alba e Roma erano intieramente estranee l'una all'altra. Nella tradizione sulla caduta d'Alba, niuno del nome di Silvio regna in questa città, nè altri che un Cluilio o Tuffezio ne su il dittatore o, pretore. I cittadini delle due città erano venuti a reciproche violenze, ed il caso portò che l'una e l' altra inviassero, nel medesimo tempo degli ambasciatori per chiederne soddisfazione. A fine di gittare sugli Albani la risponsabilità d' un ingiusto rifiuto, il re di Roma convitò i loro ambasciatori a pranzi e feste, indugiando la loro introduzione, al Senato sino al momento in cui Alba fece una ripulsa alla dimanda dell'estradizione dei colpevoli, intimando in caso diverso la guerra agli Albani (83). Gli eserciti delle due città si fronteggiavano alle rive della fossa Cluilia, in quella parte dove attraversa il limite del territorio romano, e la via latina (84). I principi convennero allora d'evitare una battaglia venendo fra loro ad una singolare tenzone. V'erano nell'una e nell'altra armata tre fratelli della medesima età gli Orazi ed i Curiazi, le loro madri erano sorelle ed ambedue aveano partorito i loro tre figli

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