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- (385) Plutarc. Public. (586) Pocato ad concilium populo, submissis fascibus in goncionem escenditi. . . . confessionem factan, populi quam consulis majestatem vimque majorem esse T. Liv. II, 7. Quest'autore non avea pur esso delle idee ben chiare sul senso delle parole dell' antico diritto pubblico, ed è per questo ch' egli mescola la moltitudine a questo racconto, non avendo saputo intravedere che questa parola poteva essere applicata ai patrizi degli antichi tempi. L' annalista da cui copiò queste decise parole doveva aver avuto delle nozioni ben chiare. (587) De sacrando cum bonis capite eius qui regni occupandi consilia inisset. T. L. II, 8. Qui si conosce una vera formola, Dionisio dà una parafrasi per ispiegarla V, 19. Plutarco ne sa due leggi: Public. - - (388) Dionisio II, 1o. Plutarco Romolo. T. Liv. III, 55. Plin. Stor. XVIII, 5. - (589) Cicer. de re publ. II, 51. Se non che non hisogna obbliare che in tutti i casi le curie dovevano dare il loro assenso. (59o) Bisogna spiegare ai patrizi queste parole di Cicerone de re publ. l. c. provocationem etiam a regibus suisse. (591) T. Liv. III, 55. Cum plebem hinc, provocationem hinc tribunicio auxilio satis firmassent, (i consoli L. Valerio, e M. Orazio); 56 fundata deinde plebis libertate X, 9: Marcus Valerius consul de provocatione legem tulit. Tertio tum lata est , semper a familia eadem . . . plus paucorum opes quam libertas plebis poterant. (592) Quando Volero Publilio si oppose ad un oltrecotante ingiustizia, i Consoli commisero ai Littori d'impugnarlo, torgli le vesti d' addosso e percuoterlo. Dionisio IX, 39. (595) Neque enim provocationem esse longius ab urbe mille passuum T. Liv. III, 2o. - (594) Per questo quivi cominciano i judicia quae imperio continentur; quelli che l'imperio dà il diritto di stabilire Cajo IV, 1o5. T. Liv, VIII, 52. (595) Polibio III, 22, 26, (596) Così l' espressione di T. Liv. haud quamquam spernendus auctor è senza dubbio meglio spiegata che da una figura rettorica. Cicerone tenea diversa opinione dei Rettori del tempo d'Augusto. (597) I manoscritti portano Areitici che potrebbe essere una cattiva copia di Aricioi. Dionisio VII, 6, fa menzione di navigli mercantili d' Aricia e di molti altri. Laurento era una piccola città, si sarebbe piuttosto nominato Lavinio. Secondo l'ordine di questa serie l'una o l'altra sarebbe stata posta dinnanzi ad Ardea. (598) Vedi Tom. I, pag. 127. (599) Tucidide VI, 2.

(4oo) T. Liv. II, 55. (4or) Le edizioni portano Pubblio Lucrezio (II, 15), ma il manoscritto di Firenze reca il doppio nome di Spurio Pubblio che passò pure in altri manoscritti della medesima famiglia. Per Spurio si pone più di spesso S. P. che SP. Per ispiegarlo si scrisse Spurio dissopra ; poi in progresso non si riferì più questo nome che all' S. (4o2) Apud quosdam veteres auctores non invenio Lucretium consulem dice T. Liv. medesimo II, 8. (4o3) Dionisio V, 56. (4o4) Dionisio V, 39. Plutarco Publicola. Conf. declam. de Marusp. Resp. VIII, 16. (4o5) T. Liv. II, 51. Locus in circo ipsi posterisque ad spetaculum datus: sella in eo loco curulis posita. (4o6) Cicer. de leg. II, 23. (4o7) Plutarco Publicola. (4o8) Dalla realtà all'aristocrazia passando per la dinastia. (4o9) Dionisio II, 46. Plutarco Numa, e Publicola. Valerio Massimo spaccia un altro racconto sul modo con cui un Valleso pose la sua stanza in Roma II, 4, 5. Vedi anche Zosimo II, 5. Questo Valleso è pur Sabino ed autore della Niebuhr T. II. 22

casa Valeria. Ecco perchè Publicola fa un sacrificio sopra il suo altare. (41o) Vedi la tavola geneologica nel T. Liv. di Drackenborch III, 25. (411) Zonara II, pag. 21. Il Bisantino innavertito lo nominò suo fratello, una pagina più sopra in un passo dove copia il Publicola di Plutarco. (412) Cioè nei manoscritti. (415) La Sigla di Manio nella scrittura quadrata è l'N Etrusca volta a destra. (414) L' ortografia varia fra Porsena e Porsenna ; non per questo non è meno un fallo quando Marziale fa una breve della penultima. (415) Pro Sest. XXI. Parad. I. . (416) Tusc. Quaest. III, 12. ( Tarquinius cum restitui in regnum nec Vejentium nec Latinorum armis potuisset). (417) La casa Horatia spettava alle gentes minores Dionisio V, 25. La tradizione non era ben ferma sul particolare se erano gli Orazi o i Curiazi che avevano combattuto per Roma. T. Liv. I, 24. Così quando il Console Orazio consacrò il Campidoglio i suoi diporti parvero un attentato ai diritti del suo collega di più nobile tribù. (418)

Non vi è di che sdegnarsi dell'inezia con cui si stimò che Orazio si sarebbe mercata a troppo buon prezzo una riputazione eroica se fosse ritornato senza ferite? S'immaginò quindi di fargli trafiggere una coscia da un giavelotto, storpiandolo così per tutta la vita. T. Liv. non dà mai addito a queste miserie; ma quando Polibio fa perir Coclite nel fiume non so se in grazia di racconti discordanti. o per allontanare la favola da un così memorabile caso, è tutt' altra cosa VI, 55. (419) Ciò che T. Liv. nomina Comitium è designato altrimenti da Dionisio, cosa che merita d'essere avvertita in grazia di altri indizi topografici. (42o) A. Gellio IV, 5. Si è la moglie dei Lucas, Clesta che diede molto a fare ad Alì Pascià. Vedi i canti popolari della Grecia di Fauriel. (421) Ecco lo stesso numero che ritorna pur sempre in ogni luogo ove si trovano gli antichi poemi. (422) Dionisio V, 55. (425) È vero che M. Sergio (Plin. Stor. Nat. VII, 29) che i suoi colleghi avevano escluso dai sacrifici come storpio, era diventato Pretore, ma questo oltraggio fatto all'eroe permette di conchiudere che 5oo anni più prima non sarebbe stato eleggibile. Se Coclite non fu punto onorato del consolato Dionisio pure lo inferisce da essere stato stor

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