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in un sol parto (85). Gli antichi narratori chiamavano ora Romani, ed ora Albani gli Orazi ed i Curiazi, e non furono che gli storici più recenti che risolsero altrimenti; e se gli Orazi sono generalmente tenuti come Romani, e se io stesso li chiamo con questo nome non so fortificarmi d'altra autorità che dell'arbitrio di questi storici. Due Orazi erano caduti ; il terzo ancora incolume avea a combattere tre feriti, e li soperchiò tutti e tre colla astuzia e col valore. Entrando in Roma in mezzo ad un armata ebra di gioia, egli portava le spoglie dei vinti, e pur anco le vesti, che sua sorella avea tessute per un dei Curiazi. Ella accorse disperata e maledì la buona fortuna del fratello; onde accecato dalla collera la trucidò di propria mano l I giudici lo condannarono ad essere sospeso ad un arbore infelice (86). Ma il popolo gli fece grazia della vita. Ora la convenzione recava che il popolo che apparteneva ai vincitori avrebbe comandata all' altro che sarebbe stato obbediente e sommesso. Gli Albani vi acconsentirono ma Fidena avendo domato e cacciati i coloni Romani e difendendosi contro Tullo aiutati dai Vejenti, a dritta proprio di fronte ai Fidenati, si trovavano gli Albani sotto la condotta del loro dittatore Mezio Zuffezio (87). Questo perfido capo tutto pieno di incertezza ritrasse le sue truppe dalla battaglia, e le appostò sulle alture. Quando gli Etruschi che non vedevano adempirsi le loro promesse, e si credettero assaliti di fianco si misero in rotta proprio sugli occhi suoi, quest'uomo due volte traditore piombò sui suggenti onde occultare i suoi disegni. Il re romano fece sembiante di nulla convocò le due armate pel giorno seguente, onde accordare le lodi e le ricompense. Ogni uomo che si perde d'animo alla consumazione d'un pensiero colpevole si abbandonerà sempre ad una vendetta nascosta, per evitare tutto ciò che potrebbe dar sentore del suo occulto pensiero. Gli Albani, inermi si lasciarono circondare dall'armata romana ed intesero la sentenza proferita da un re inesorabile contro il lor dittatore. Come quelli che era stato traditore verso Roma e verso gli Etruschi, doveva essere straziato in due parti da cavalli aggiogati alle sue membra. In quanto ad essi stessi ed alla loro città, essi andrebbero ad abitar Roma, ed Alba sarebbe distrutta. Così fu fatto. La loro città vuota di difensori, e colta all'improvviso fu rasa al suono delle trombe eccettuatene i tempi. Tullo assegnò sul monte Celio la stanza agli Albani, e forse di qui procedette il fatto che corse nella tradizione romana, in cui è predicato il fondatore dei Luceri. E corrono delle altre narrazioni che attribuiscono agli Etruschi le costruzioni su questo colle, e ciò fino dal tempo di Romolo o all'incontro molto più oltre il regno di Tullo. Tutte le genti patrizie che traevano da più lontana epoca lo stipite d'Alba, appartenevano ai Luceri, ed ai Giulj, e per me tengo meglio che storica quest' origine albana come la caduta di Alba. Ma la guerra che ebbe fine con quell'accidente non posa al pari di quella di Troja che sopra un fondamento storico che non ha termine fisso. Probabilmente Roma e i cantoni circonvicini dei Latini si accomunarono fra loro la città d'Alba dividendosi insieme il popolo vinto e le terre ; perchè secondo il dritto dei popoli Italici che nel caso di una compita strage sarebbe pure il diritto della natura, la proprietà del territorio Albano passò nelle mani del conquistatore. Ma sono piuttosto i Latini che i Romani i possessori di queste terre; le loro assemblee generali si tenevano quivi alle sorgenti della Ferentina, sotto Marino (89), onde si potrebbe piut

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tosto credere che Alba fosse stata distrutta da loro che i Romani se non che gli Albani fuggiaschi furono raccolti a Roma dove si ricoverarono. Così nella storia di Firenze, la prima parte tenuta come storica è la distruzione di Fiesole, e la traslazione dei suoi abitanti nella città a cui avea dato la culla.

Dall'anno 1oo8 fino a Machiavello corsero cento cinquanta anni, di meno che non si contavano da Tullo a Tito Livio. Le antiche cronache riferivano il caso, eppure i critici Toscani comprovarono assai tempo dopo che Fiesole stava in piedi come prima anche dopo la sua pretesa distruzione.

Alba caduta cominciarono le guerre coi Latini che abitavano le due rive dell'Anio, e formavano un mezzo circolo attorno a Roma di cui il Tevere era la corda. Tito Livio non sa nulla affatto della guerra di cui discorre Dionigi, e che sarebbe stata svegliata dopo il regno di Tullo dalle ambizioni di Roma alla supremazia che si attribuisce ad Alba sulle città latine; ma egli fa menzione d'un trattato conchiuso coi Latini sotto questo re, ed in un racconto storico che ci fu tramandato da Varrone (9o) questo trattato appare come un'alleanza offensiva e difensiva simile a quella di Sp. Cassio, e non già solo coi Latini, ma cogli Ernici ancora. Quivi è detto che delle truppe alleate condotte da alcuni capi di Anagni e di Tuscolo si posero a campo sul monte Esquelino, soprastando a cavaliere della città, mentre che Tullo, assediava Veja. Questa guerra è legata con un' altra contro Fidene, propriamente come nella tradizione sul conto di Romolo. Tito Livio la pretermette in questo luogo, ma sembra che ne faccia caso nella somma delle guerre contro i Vejenti (91).

Allora i Sabini erano le genti più poderose d'Italia dopo gli Etruschi. Tullo gli fece la guerra con felice sor

tuna finchè gli Dei sdegnati per negligenza del culto, e delle pietose cerimonie insegnate da Numa, rivelarono il loro sdegno con delle pioggia di pietra sul monte Albano, ed infermità contagiose. Il re che ne fu colto si diede a delle timide superstizioni. E quando gli Dei perseverarono a non voler dare alcun segno che indicasse i modi di espiazione, Tullo tentò di cavarne una risposta sull'altare di Giove Elicio per opera delle misteriose scongiurazioni di Numa. Ma essendo incorso in un fallo in questi spaventevoli misteri, rimase fulminato dall'ira degli Dei , la fiamma divorò il suo palazzo con tutti i suoi non che il suo corpo istesso. Gli si consente trentadue anni di regno, A questo canto su Tullo Ostilio tiene dietro la narrazione di una serie d'avvenimenti immuni affatto di circostanze maravigliose e senza alcun calore poetico. Questa narrazione si lega alla storia per la fondazione di Ostia, se non che si riferisce ad una cronologia in cui si chiarisce meglio che altrove l'astuta frode dei falsatori. Anco Marzio da cui si di vanto di discendere la gente plebea dei Marzi, nella tradizione ha nome di esser figlio di una figlia di Numa; il che non accenna altro che l'uso di alternare fra re Romani e Quiriti. Pieno delle memorie del suo antenato, Anco si pose tutto a reintegrare la religione alquanto negletta. Fece scrivere su delle tavole, ed esporre agli sguardi di tutti nel foro, la legge delle cerimonie, onde fosse meglio conosciuta da tutti, ed è più che probabile che non fosse che dopo l'espulsione dei re che i pontefici facessero un segreto degli irremissibili doveri di religione in cui essi soli potevano essere consultati. Il destino però non gli avea sortito i placidi giorni di Numa. Anco trionfo nella guerra latina. Politorio, Telene, Ficana tutte città poste fra Roma ed il mare, la via

d'Ostia e quella d'Ardea, furono prese e fattane trasmigrar gli abitanti sull'Avventino. Le armi dei confederati non si collegarono che ai soprastanti pericoli di Medulia, ed il re ebbe pure su lei una piena vittoria benchè tenacemente disputata ; e poscia secondo la tradizione trasse seco in Roma molte migliaja di Latini. Fece altresì delle conquiste sui Vejenti occupandone boschi e saline sulla costa, e le due rive del Tebro sino al confluente. Quivi fondò Ostia la più antica colonia romana che i tempi storici conoscessero tuttavia, giacchè le colonie di Romolo, Fidena, Crustamerio, e Medulia si tolsero questa qualità da se stesse. Ostia che fruiva pure del diritto dei Ceriti era il porto di Roma. Ed allora considerevoli vascelli potevano entrare in questo fiume che ai di nostri ha reso l'adito suo più malagevole di qualunque altro che si getti nel mediterraneo non so se più per negligenza, o per effetto di mal intese costruzioni. Anco fece sorgere il primo ponte sul Tevere, e lo fortificò dal lato dell'Etruria di un trinseramento sul gianicolo; dall'altra parte cavò il fossato dei Quiriti, che era come dice Tito Livio una difesa non lieve dal lato della pianura, e dei quartieri aperti della città. Questo fossato, opera senza nome di cui non parla nessun altro autore, è senza dubbio la Marrana che fa capo alla fossa Cluilia la quale forse in origine versava le proprie acque in qualcuna delle picciole fiumane che si gettano nel Tevere sotto Roma. Coperse la pianura tra il monte Celio ed il Palatino (92), e lasciando all'asciutto la valle della Murcia fornì delle irrigazioni alla campagna. Il più antico monumento di Roma, la prigione, cava tagliata fuori nel monte Capitolino, è pur tenuta come un'opera di Anco. Scavata nella parete che domina il

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