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sua vecchiezza. Sventura che lo costrinse a ricominciare da capo il suo volume logorandosi per parecchi mesi in questo fastidioso lavoro. Tutte le potenze dell' anima sua ne furono così percosse che egli scriveva – procedo per certe fatiche che deggio chiamare soverchie; e la mia memoria si stempra di modo che non posso più farmi illusione. – Non s' era ancor rinfrancato dal soverchio travaglio a cui l'avea dannato l'incendio detto di sopra quando i tumulti di luglio sopravennero a togliergli tutta la sicurtà e la pace della sua solitudine, ridestando in lui le trepidazioni e le ansietà che già gli dormivano da quindici anni. Tante commozioni d'animo e di cuore non poterono non far vacillare una salute così cagionevole. Usciva di spesso per leggere i giornali; e il bel giorno di Natale tornando assai infreddato da una sala di lettura ove aveva applicato tutto l'animo alle difese di Martignac e di Sauzet fu soprappreso da una così forte emozione che mescolandosi un poco di febre alla costipazione, non corsero cinque giorni che il medico si avvisò che vi fossero sintomi d'un' insiammazione di morte. Era il 3o dicembre. Serbo sino agli ultimi spiriti tutta l'integrità della mente, e circondato da tutti gli oggetti delle sue più care affezioni vide imperturbabile accostarsi il termine della sua vita ; morì il 2 gennaio a due ore di mattina. La povera vedova affievolita da lungo tempo per un'infermità di petto e travagliata dall'immenso cordoglio gli tenne dietro pochi giorni appresso lasciando quattro orfanelli alle sollecitudini di Classen che andarono poi a raggiungere ad Holstein non so quali loro parenti di quelle contrade. Rimasero pochi manoscritti del grand'uomo; e forse sarà già uscito alle stampe il terzo volume della Storia Romana che non fu tocco dall' infortunio dell' incendio. Vi sono pure alcune reliquie del quarto ma in così picciolo numero che mal potrebbero soddisfare all'ansietà del publlico senza le cure di Classen e di Savigny tutori ben degni di questa superstite prole.

Fin qui della vita. Ora faremo pure qualche parola dell' opera di lui per agevolarne l'intelligenza. E somineremo brevemeute quello che dissero alcuni eruditi critici in proposito.

Già il nostro autore ha rammemorato nella sua prefazione e nell'introduzione qual era la condizione di così fatti studi avanti all'opera da lui condotta. Mostrò come non potevano più soddisfare nè T. Livio, nè Dionisio e quindi venne a polare dell' amico di Erasmo il dotto Glareano. Parlò di Perizonio, parlò di Pietro Bayle, di Baufort e di molti altri. Ma non avertì che non minore di oltremonte era in Italia la libertà di mente con cui si proseguirono in questi tempi le indagini sulle antichità e la storia di Roma. Usciva appena il secolo XVIII, e già l'ingegno di Vico aveva disegnato una storia ideale eterna intorno al corso delle nazioni di cui ecco i sommi capi secondo che sono svolti nella scienza nuova.

Ad esempio di tutte le altre città dei tempi eroici Roma si fondo da Romolo e d'altri padri di più illustri famiglie (gentes) sulla religione degli Auspici e sull'asilo aperto a quei deboli vinti i quali si rimasero o rifugiarono sotto la loro protezione. Così la città si compose nei primi tempi di due comuni; uno di nobili che comandavano, l'altro di plebei che ubbidivano. Di due guise era poi l' impero dei nobili ; privato l'uno, famigliare e paterno che esercitavano sopra i loro figli e famiglie ( ond' ebbero nome di padri, padri di famiglie e patrizi, e vennero le voci patria o res patrum ) possessi e beni, che serbavano immuni da qualunque tributo; civile e pubblico l'astro che tenevano tutt' insieme onde governare in comune i comuni interessi nelle pubbliche radunanze che di due specie furono in Roma; i Curiati Comizi ai quali interveniva tutto il popolo dei Quiriti (da quir asta) ed erano i soli nobili; il Senato che componevasi di tutti i capi delle genti, o vogliamo dire case diramate in più famiglie, ed al quale come capi ordini presiedevano i re : per cotal guisa i patrizii godevansi tutti i dritti di privata e pubblica cittadinanza, e vivevano nelle città situate in luogo eminente e forte, mentre i plebei privi d' ogni benchè minima parte della cittadinanza campavano appena la vita sparsi per la campagna, e lavorando da contadini giornafieri le terre di quei nobili dei quali erano clienti, col carico di servirli senza soldo in guerra, e tutte rendergli esattamente le derrate ove non volessero vedersi ristretti nel privato carcere dei medesimi. Noteremo come di passaggio le frasi illustri vel humili loco natus per dinotare il nobile o il plebeo ; e noteremo che in Suli P abitatore dei luoghi bassi non era cittadino (Ciampolini Storia di Suli). Tornando ai Romani non vi erano leggi scritte nella città che mancava di lettere, ma per provvedere alla pubblica sicurezza ordinavansi mano a mano secondo il bisogno ( onde si dissero exempla dal popolo dei cittadini ossia dei nobili raccolti nei loro comizii (che furono la prima lex, raccolta), e dai re amministravansi come da Tullo Ostilio nel caso di Orazio. Tale fu lo stato della città nel tempo dei primi re, ai quali divenuti poi caratteri eroici o poetici (o vogliam dire universali di qualche virtù civile) si attribuirono ; a Romolo tutte le leggi in vari tempi fatte intorno agli ordini civili ; a Numa tutte quelle toccanti le cose sacre e le divine cerimonie; a Tullo Ostilio le leggi e gli ordini della militare disciplina; a Tarquinio Prisco le insegne e le divise di che adornavasi la maestà del Romano Impero; a Servio Tullio le leggi intorno al Censo ed altre moltissime che introdussero la libertà popolare. Ma sotto questo Servio Tullio operossi in Roma un grande mutamento : perchè scontenti i plebei della loro condizione di contadini giornalieri dei nobili, e fatti oramai forti per essersi il loro comune accresciuto dalla moltitudine dei vinti popoli fecero la pretensione di una legge agraria; per la quale ottennero il dominio bonitario ossia naturale possesso dei campi della Repubblica, che sotto il peso di un annuo censo incominciarono allora a tenere a guisa di feudi rustici dei nobili, i quali ne avevano il quiritario (civile o signorile) dominio, e che dovevano assistergli (jures auctores fieri) per acquistarne il possesso quante volte lo avessero perduto. Così continuarono e forse anco prosperarono le cose della plebe sotto Tarquinio Superbo , ma lui cacciato da Roma ; fecersi più insolenti i nobili nel ritogliere i campi e nel riscuotere il censo dalla plebe che già da qualche tempo aveva incominciato a tenervi i Comizi delle sue tribù. Onde il Senato per calmarne l'agitazione, in forza del suo dominio eminente comandò, che il censo di quei campi non più ai privati nobili che ne avevano il quiritario dominio, ma lo pagassero invece all'erario, che avrebbe fatte loro le spese per andare in guerra. Se non che i patrizi non perdendo il vezzo di usurpare i campi alla plebe (la quale priva d' ogni cittadinanza, perciò mancava di azione civile per rivendicarla ) la spinsero alla pretensione prima di Tribuni, che difendessero la libertà loro naturale, e il dominio bonitario dei campi; poi di una legge scritta e a tutti aperta, alla quale dovessero stare i patrizi non men che la plebe ; onde nell'anno 5o5, si pubblicò la legge decemvirale delle XII tavole, per la quale la scienza delle leggi cominciò ad uscire di mano ai nobili ed ai sacerdoti che ne aveano fino allora custodito gelosamente l'arcano. Fu la legge delle XII tavole ordinata secondo le costumanze (mores) latine e romane, e non greche , perchè le provvisioni riguardo ai funerali ed altre che hanno greco colore si sarebbero assai più tardo in Roma introdotte quando incominciò ad aver commercio coi Greci, e sariansi a quella legge riferite come ad un carattere poetico universale, pel quale ogni antica legge civile si riputò discendere dalle XII tavole. Per un capo di questa legge ottennero i plebei il quiritario dominio dei campi : ma siccome a loro, privi d' auspici, non era mai stato lecito di contrarre se non che naturali e volgari matrimoni, e un capo della legge decemvirale aveva espressamente negata loro la facoltà di contrarre le solenni nozze dei Quiriti, il Connubio che era il fonte della cittadinanza e dei privati diritti, ne ver niva che non potendo essi trasmettere la civil successione testata od intestata dei loro campi, questi ritornavano ai nobili quante volte venivano a morire; onde i plebei per non perderne l' acquistato quiritario dominio domandarono che fosse loro comunicato il Connubio, e l' ottennero con la legge Canuleja, e quindi entrarono a parte della romana cittadinanza. Nè di ciò stettero contenti che vollero eziandio partecipare alle magistrature lungamente negate loro dai patrizi come a persone prive della religione degli auspici, e quasi dagli Dei della città non protette, e finalmente ancora al dritto di comandar le leggi nella Repubblica. Già la plebe che ne suoi Comizi tributi ordinava plebisciti intorno a suoi propri bisogni aveva altresì, in

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