Immagini della pagina
PDF
ePub

due particolari occasioni ottenuto che la sua volontà venisse rispettata dai nobili ; quando cioè nell'anno 5o4, appartossi nell'Aventino, e per la legge Orazia ottenne che niun magistrato nuovo potesse crearsi senza il suo consenso ec. ; e quando poi nell'anno 567 per la legge Ortensia, contendeva comunicarle sino il consolato. Di qui nacque che ella incominciò a pretendere che anche le sue leggi obbligassero l'universale; onde nutrendo la città nel suo seno due somme potestà legislatrici, dovea crearsi nell' anno 416 Dittatore Publilio Filone, il quale ordinò , che i plebisciti obbligassero tutti i Quiriti; che il Senato, la cui sola autorità dava forza di legge alle deliberazioni prese dal popolo, fosse da indi in poi promotore soltanto e consigliere di quanto avrebbe il popolo unito nei Comizi; e che alla plebe si comunicasse eziandio la censura. Erasi per tal guisa eguagliata in tutto la nobiltà alla plebe, eppure durava sempre la facoltà dei nobili d'imprigionare i plebei debitori, quando la crudeltà e la brutale lascivia di un patrizio provocò nell' anno 419 la legge Petelia che fe cessare eziandio questa ragion feudale del carcere privato dei nobili contro i plebei debitori. Da indi in poi non arrestò al Senato che il Sovrano o eminente dominio dei fondi del Romano Imperio che, finchè Roma fu libera, si mantenne sempre colla forza dell' armi (come appunto nella sedizione dei Gracchi), onde non venisse tutto a guastarsi lo stato della Repubblica. Ma già il Senato non più componevasi come prima dei soli patrizi. Perchè Fabio Massimo creato Dittatore onde sedare i tumulti della plebe, abolita pel governo della Repubblica l'antica distinzione di patrizi e plebei, aveva ordinato che tutto il popolo si ripartisse in tre classi di Senatori, cavalieri e plebei, nelle quali i cittadini andavano a collocarsi secondo le loro

Niebuhr T. II. - 25

facoltà e ricchezze, e così venne finalmente aperta alla plebe la strada ordinaria a tutti gli onori civili. Da quell' ora in poi si celebrarono in Roma i nuovi Comizi centuriati, ai quali conveniva tutto il popolo, distinto nelle anzidette tre classi, per ordinare fra le altre pubbliche faccende anche le leggi consolari, e nei Comizi tributi si comandò soltanto le leggi tribunizie, come nei Curiati le sacre leggi e le arrogazioni, così la repubblica durò appresso democratica o popolare in fintantochè sconvolta dalle civili discordie non andò a posare nelle mani d' un solo, per quella eterna universale e non romana legge regia, che le città prima nate aristocratiche, e divenute poi popolari cadono nel potere di un solo, onde per cotal guisa compiesi il corso naturale delle nazioni. Per seguitare la storia dei forti studi del Niebuhr aggiungeremo che non era guari di tempo che era uscita la scienza nuova, che il romano professore di Giurisprudenza Emanuele Duni pubblicò un' opera intitolata : origine e progressi del cittadino, e del governo civile di Roma (1765). Movendo dall'idea del Vico che la religione degli auspici fosse fonte d' ogni ragione privata e pubblica, ripetè ancor egli che i patrizi furono i soli cittadini Romani, i soli che comandavano la legge, ad esclusion dei plebei, volgo d' abitatori ; i quali solo dopo che conseguirono il connubio e gli auspici, cominciarono ad aver padre certo e ragione di cittadini privati. Svolge in appresso come dalla questura pervennero al consolato, al pontificato, a tutti i maggiori magistrati sinchè acquistarono gius di suffraggi nei comizi centuriati, al dir suo instituiti da Tullio pel solo uso della milizia e del riparto del censo, e per acclamare gli ordini del re e del Senato, i magistrati eletti e le leggi fatte, aggiungendo che i nomi di 58 classi e di centurie si riferiscono alla materia militare o non alla civile. Nel secondo libro narra il Duni l' origine e i progressi del governo civile di Roma che sotto i re fu tutto in mano dei patrizi. Ei dice che in quei primi secoli non erano in Roma se non due soli ordini di persone, cioè il popolo dei padri, e la plebe, tenendo anch' egli l'opinione del Vico che la voce popolo si riferisce dapprima ai soli patrizi, e tenendo che i Celeri, Flessumeni, Trossuli, e finalmente cavalieri appellati non formassero che un grado della milizia tratto dai più giovani dell' ordine dei patrizi. Questa forma durava anche sotto i Consoli, quando le tribù plebee oppresse dalla legge dei Nessi si ritrassero sul sacro ne tornarono a Roma senza aver prima ottenuti nei tribuni degli inviolabili difensori. D'allora cominciarono a radunarsi i plebei in Comizi tribuni dove condannarono un patrizio nella persona di Coriolano. Poi ottennero d' adunare i Comizi anche senza licenza del Senato ; ottennero una legge agraria e un confine alla potestà dei Consoli, pubblicando leggi scritte che furono le XII tavole. La tirannia dei dieci fece che niun uomo magistrato potesse crearsi senza il consenso della plebe, e che i plebisciti obbligassero i patrizi. Questo bastava alla plebe per non restare oppressa ; ma il civile reggimento durava sempre nella forma aristocratica mancando ai plebei la ragion privata e pubblica e il gius dei suffraggi. Onde vedendo tornar vani i vantaggi sperati pretesero e conseguirono il Connubio e così divennero cittadini di ragion privata; pretesero e conseguirono, come si disse, anche tutti i magistrati. Così acquistati diritti di ragion pubblica e gli auspici pubblici, il governo di Aristocratico che fu si cangiò in Democratico. Se non che onde non si urtassero due potestà nella città medesima, il Dittatore ordinò che i plebisciti obbligassero tutti i Quiriti, e che fosse comunicata alla plebe eviandio la censura. Fatti così del tutto eguali patrizi e plebe si abolì il gius del patrizio carcere privato, ed ebbe la plebe pur anche la conoscenza dell' ordine dei giudizi. Dopo i plebei ricchi non volendo più accomodarsi coi poveri si divise la città in tre ordini patrizi, cavalieri e plebe secondo il censo. Dopo la terza ritirata sull'Avventino anche la plebe cominciò a soverchiare i patrizi onde ne nacque le sedizioni dei Gracchi e furono dichiarati Senatori tutti i tribuni della plebe. All' opera del Duni non può negarsi molta lode ; nondimeno è troppo la confusione che fa del Senato e delle curie ; troppo il voler negare ogni suffraggio alla plebe nei centuriati Comizi insino al V. secolo ; troppo l'aver creduto che il Governo fosse già Democratico quando la città era per contrario divisa in due comuni, l' uno dei patrizi, l'altro dei plebei, e troppo l'aver appena e tardi nominato quel suo gran maestro ed autore Giambattista Vico. Nulla diremo di Mario Pagano che ritoccando alla sua maniera il sistema di Vico non si dipartì punto da lui. Lo stesso fece Melchiorre Delfico nel suo libro dell' incertezza e inutilità dell' istoria; nella guisa appunto che adoperò il Levesque nella sua: Histoire critique de la Repubblique Romaine (18o7). Anche Vincenzo Cuoco imitatore dell' Anacarsi nel suo Platone in Italia mostrò di aderire pienamente alle opinioni del Vico intorno alla Storia Romana. Desso dimostrò con l'esempio quanto lume sarebbe venuto alla Romana Storia ove alcuno si fosse dato con ogni potere a raccogliere gli avanzi delle notizie e dei monumenti delle prime genti d'Italia. Esempio che non andò perduto, come tanti altri buoni, perchè fu raccolto dal Micali nell'Italia avanti il dominio dei Romani pubblicata nell'anno 18ro. Per notare innanzi tratto una sua discrepanza dalle opinioni del Niebuhr avvertirò che, seguace del Vico e del Pagano, asserì l' origine delle genti italiche procedere da quegli avvanzi di popolazione primitiva che scampò nei monti dalle terribili fisiche rivoluzioni d'acqua e di fuoco, che visibilmente sconvolsero il nostro paese; onde agli italiani tutti ci vuole comune il nome di Aborigeni che è quanto dire indigeni o naturali del paese, rigettando ogni passaggio di straniere genti anteriore alla comparsa dei Greci nella parte meridionale e alla prima invasione dei Galli dal lato delle Alpi.

Questi pochi cenni, a cui se ne potrebbero aggiungere altri assai, basteranno per far conoscere quanti già erano in Italia i progressi verso una più vera cognizione della Romana Storia. Torniamo al Niebuhr.

Italia antica. I Romani nacquero da un misto delle antiche nazioni italiche, le quali scomparvero dinanzi al potere di Roma. La progenie, le emigrazioni e conquiste di quelle antiche genti furono assai arbitrariamente scompigliate da scrittori di mala fede. Però se non si fosse perduto quello che ne lasciò Catone, primo raccoglitore di quelle memorie, ne avremmo forse lume sufficiente per te ner dietro alle origini ed ai progressi di quelle genti. Scrisse sessant'anni avanti la guerra Marsica quando gli Etruschi gli Osci, e i Sabelli viveano come le nazioni, e avean fasti, calendari e danari. Scrisse un libro che chiamò origini; però non consultò nè Antioco, nè Timeo , nè Aristotile, e forse neppure i monumenti di pietre e di bronzo sparse per l'Italia.

Anche Varrone toccò dell'Italia antica, ma così inselicemente che traviò Dionisio. Lo stesso si può dire di Giulio Igino rispetto a Plinio, che sdegnò i dodici libri della

« IndietroContinua »