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più alta origine degli annali, ed in cui si avea molto più rispetto alle relazioni ed agli usi del tempo passato. Giammai non si sarebbe pensato a redigere allora una vana formola di dichiarazione di guerra di antichi latini, quando si era in un tempo che non era pur discorso di colonie latine mentre che appiccata al popolo collegato di Prisci e di Latini l' espressione non può più essere offesa dalla critica (129). Ma i Servigli a cui spetta propriamente un tal soprannome fanno parte delle Gentes d'Alba che vennero ad accasarsi sul Celio come pure i Clelii che si soprannominarono Siculi (15o); perchè gli Albani sono rappresentati come una miscela dei due popoli. Ora nell'istesso modo che i Servili nella loro qualità di Prisci sono ordinati fra i Luceri, i Tarquinii sono i capi e i rappresentanti di questa tribù. Così ci si parano innanzi nel corso dell' istoria, ed io ricorderò a questo luogo che il padre chiamò al senato le case inferiori o Gentes minores e che nella ribellione del figlio queste genti erano della sua fazione (151). Però fa men meraviglia che un Lucero sia divenuto re prima che la sua tribù avesse il pieno diritto di cittadinanza che se fosse stato uno straniero; e ciò pure si concepisce agevolmente per via della influenza soldatesca. In questo era ben più facile di offendere i privilegi del consolato. Gli Albani benchè di origine mista erano essenzialmente Tirreni ed ecco come si chiarisce l' adorazione degli Dei della Grecia nei giuochi romani (ludi romani), che sarebbe incomprensibile per parte di un Etrusco. Fin qui la religione Sabina avea prevalso in Roma. Caja Cecilia spetta ad una tradizione sopra Tarquinio affatto diversa da quella che dominò ; e per cui Tanaquilla viene a Roma con lui e gli sopravvive : non si premette per nulla ch'ella abbia cangiato il nome che portò di Etruria. Cecilia era talmente legata all' antica tradizione ch'ella ebbe una statua nel tempio e il suo nome di Cecilia implica un rapporto con Preneste fondata da Ceculo l' Eponimo della sua razza (152). Quivi il Tarquinio d'Etruria che la finzione ne mostra come figlio di Demarato, non ha cancellato del tutto le tracce del Priscus latino ; gli storici struggono affatto ciò che non possono conciliare. Locumone non sarebbe per gl' Etruschi altro che un nome come Patricius per un romano. Le iscrizioni sepolcrali fanno chiaro che non ve n' ebbero mai di cosiffatti presso i Tusci. Se le tradizioni romane danno questo nome a dagl'individui, all'alleato di Romolo, al nobile di Clusio ed a Tarquinio, quest'altro non dinota che la molt' ignoranza in cui erano sul conto d' una nazione tanto vicina, massime che non s'intendeva una parola della sua lingua. Cicerone e Tito Livio passano affatto sotto silenzio il più grande accidente della Storia di Tarquinio Prisco, la sommissione di tutta l'Etruria al sud dei monti. Ma i fasti dei trionfi fanno segno che pur quivi Dionigi copiava degl' annali di così poca fede che Polibio stesso se ne mostrò schivo assai prima di Cicerone. E si può senz' altro dichiarare che non è per nulla istorico che le dodici città da Veja sino ad Arezzo si siano lasciate domare per l'ef. fetto della sola battaglia d' Ereto, quando neppur una ci si para d'innanzi come cinta d'assedio, e tanto meno come occupata. Così cadrebbe tutta la guerra a dispetto dei fasti trionfali. Tuttavia questa medesima alleanza di Roma con l'Etruria potrebbe appartenere al lievissimo numero di quelle di questo tempo ch' hanno un carattere storico (155). Se Roma fu la capitale d'un re che regnò sull'Etruria, con cui Tarquinio fu fatto identico in grazia del nome ; se questo re ornò la città d'opere tali che non potevano essere condotte che dalle forze di una grande nazione, chi ne farà sicurtà per questo che Roma abbia domata l'Etruria, e che un Etrusco non abbia eletta quivi la propria sede, proprio nel centro fra l'Etruria, il Lazio e i Sabini ? V ha luogo a credere che il pronome di Servio Tullio sia stata la causa della narrazione che lo fa nascere nella schiavitù e che era accolta generalmente anche da quelli che non credevano al modo prodigioso onde avea sortiti i natali; o se non altro questo pronome parve accennare un'origine servile. Ma la più parte dei commenti tentati già dai Romani rispetto ai nomi usitati da loro, sono così storti come lo sarebbero presso di noi le interpretazioni del più gran numero dei nomi, quando si volessero togliere da radici germaniche, perchè questi nomi dei Romani erano Sabini o d' altra origine forestiera; ciò che acconsentiva Varrone istesso il più dispotico degli Etimologisti. E quando s'abbia ad ammettere ciò che è solamente possibile senza discostarsi dall' etimologia di Valerio o di Probo rispetto i nomi di Manio e di Lucio, se ne incontrerà una simile per Servio o Servius, nome derivato da sero che significa un fanciullo partorito di sera, come Manio procede da mane (154). Ad ogni modo il più notabile dei re di Roma, quegli che la storia della costituzione non può tenersi di avere come una persona ben determinata, resta in tutti i racconti del nostri storici un principe così mitologico come lo sono Romolo e Numa. Noi cerchiamo un terreno più saldo ma quando non si potesse penetrar più a dentro nel buio delle tradizioni io per me senza timore di smarrirmi terrò dietro la traccia che segna i rapporti del suo regio predecessore con le

Gentes minores. Tito Livio nomina i Tullii fra quelle d' Alba onde non è inverosimile che Servio pure appartenesse a Luceri. E mi spingerei più volontieri oltre presupponendo che fosse nato da un unione non privilegiata del diritto di connubio con una donna latina di Corniculo. Ma per quanto sia forte cotesta verosimiglianza vi vuole ancor più cuore di proclamarla con sicurtà, che qualunque altra ipotesi della mia opera; perchè un contrassegno che si è conservato in un modo straordinario trasporta Servio in bene altra regione, ma non per tanto lo colloca in luogo dove non ci saremmo mai attesi di ravvisarlo.

I creduli partigiani di ciò che si spaccia come storia dei primi tempi di Roma, non potrebbero non differire alla decisione dei libri storici etruschi, se una prodigiosa fortuna ne rivelasse il mistero di quella lingua; perchè è ben forza non oppugnare che l' Etruria abbia avuto una letteratura anteriore a quella di Roma, e che il più antico storico Romano, è posteriore di tutto il secolo agli annali Etruschi se sono scritti nell' ottavo secolo di questa nazione. E bene noi possiamo rannodare un filo di ciò che raccontano gli antichi Etruschi sul conto di Servio, e questo filo ce lo porgono i frammenti del discorso dell' imperatore Claudio rispetto l' ammissione in senato di alcuni Galli Leonesi, frammenti che ci furono conservati da due tavole scoperte a Lione nel sedicesimo secolo (155) e che da Giusto Lipsio in qua furono di frequente stampati colle opere di Tacito ; ma probabilmente hanno trovato pochi lettori. Quasi non dubito che l'autore della Storia Tirrena sia un testimonio che vi appartenga.

Claudio ci porge come dalla prima origine di Roma andò di spesso mutandosi il potere supremo, e come la dignità reale cadde in retaggio ai forestieri. Poi dice di Servio Tullio (156) che stando ai nostri annali era figliuolo della prigioniera Ocresia; ma se noi diamo fede ai Tusci egli altro non era che il più fido compagno di Cele Vivenna (157), con cui corse i medesimi destini ; quando in fine cedendo ad infortunii di ogni specie, abbandonò l'Etruria colle reliquie dell'armata di Cele e venne a Roma ove occupò il monte Celio che nominò dal nome del suo antico capo. Scambiò in appresso il nome Tusco Mastarna per un nome romano, ed ebbe la dignità reale, tenendo il governo dello stato in un modo molto profittevole.

Senza dubbio tanto li Archeologi romani, quanto gli annali conoscevano un Celio o Cele Vivenna, che si pose colla propria armata sopra un colle di Roma che ne tenne il nome. Dicevano che Cele medesimo fosse venuto a Roma ; ma sotto qual re? Questo è appunto ciò come è notato da Tacito quel particolare su cui sono meno concordi (158). Egli stima che fosse sotto Tarquinio Prisco ed in un passo ventilato da Festo, ove d'altronde Vivenna e Cele sono fratelli, vi si diceva la medesima cosa (159). Ma secondo il medesimo Festo in un' altra parte dell'opera, e secondo Dionigi e Varrone (14o), non fu che sotto Romolo nel tempo della guerra Sabina. L'uno e l'altro racconto fanno venir Cele in aiuto del re di Roma che l' aveva chiamato. Ma dappertutto però come nella narrazione Etrusca è spacciato come capo di una banda radunata da lui, e che non appartiene a niun altro stato, di una banda simile a quella dei condottieri che ora servono una potenza per lor proprio conto, ed ora per lor proprio conto la saccheggiano, e ne fanno strazio. Rispetto a tempi ben antichi si parla di stranieri assoldati in Etruria da cui facilmente saranno sorte quelle masnade.

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