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avvenire, contiene i germi della futura civiltà. Così il consorzio degli uomini comincia dal prendere la forma del patriarcato, onde il primo governo è la teocrazia, il primo linguaggio sono le cerimonie, il primo raziocinio gli augurii. Ma col succedersi delle generazioni il patriarcato si corrompe, e la tutela benefica si cambia in tirannide: talchè gli schiavi, stanchi di una intollerabile dominazione, mandano il grido della rivolta. A questo grido impallidiscono i padroni , e la necessità li stringe di collegarsi a difesa: combattono e vincono. Ma la vittoria non è senza condizioni, e i vincitori concedono ai vinti gran parte delle terre da coltivare, sotto il proprio dominio. Quinci l'origine delle città, dove il governo è esercitato in comune dai padri, e l' aristocrazia depositaria della religione serba a se sola i diritti civili. E questa è l' età eroica piena d'imprese giovenilmente audaci, parlante un linguaggio figurato e poetico; scarse di numero le leggi, ma espresse in formule sacramentali ed eseguite con rigore inesorabile; sacra sopra ogni cosa è la fede della data parola. Ma la moltitudine dei servi e dei clienti, ossia la plebe, non può a lungo rimanere appagata delle lievi franchigie accordatele, specialmente a raffronto della potenza e delle prerogative dei patrizii. Incomincia pertanto la disunione fra il popolo ed il senato, e le nimicizie si manifestano in mille forme: che se la plebe talvolta par vinta egli è per brev' ora, imperocchè essa procede con impeto irresistibile al conquisto de' suoi diritti. La plebe pugna per avere una rappresentanza nelle pubbliche faccende, ed ottiene il tribunato; vuole che le leggi sian sottratte all' arcano dei padri, ed ha le XII tavole; si sdegna di non avere il connubio fisso e solenne, e gli è dato riconoscere i suoi figliuoli, e trasmetter loro i beneficii; si dibatte dai vincoli ond’ è legata alla terra, e resa mancipio dell'usura e della crudeltà MINGHETTI.

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patrizia, e alla perfine riesce a rompere il nodo; poi esige una parte nei magistrati e nei sacerdozii, e quindi scaturisce il diritto privato ed il pubblico; sinchè la città trovasi costituita a democrazia , e la sola o almeno la precipua disuguaglianza delle classi nasce dalle ricchezze procacciate colla prudenza, colla sollecitudine, coll' industria. Ma gli stati popolari si corrompono a breve andare. I ricchi cominciano ad usare la fortuna a diletto e ad oppressione; i poveri non contenti dell'uguaglianza civile, lusingati e condotti da capi ambiziosi, vogliono travincere e soverchiare; i cittadini si dividono in parti, pullulano le fazioni, e si trapassa alla guerra civile, ondecchè la società agitata, come mare in tempesta, perde la libertà e vien dechinando all' anarchia. Ma questo terribile malore non può essere diuturno, laonde gli uomini si gittano in balia di un solo implorandone ordine e sicurezza; ed egli accoglie sotto il suo impero le genti trafelate e stanche dalla discordia. La monarchia poi avendo in sè ristrette tutte le podestà, e spenti universalmente i diritti politici, fa godere nondimeno alla moltitudine i beneficii della quiete e della giustizia. Che se la corruzione fosse tale da impedire l'esercizio di una monarchia ordinata, allora il rimedio vien di fuori, e il popolo corrotto, che era schiavo delle sue passioni, diventa schiavo di un altro popolo più fiero ma più virtuoso, che lo soggioga colle armi, e soggiogandolo lo ritempra. Se ciò non fosse, la società a poco a poco verrebbe a dissolversi, e gli uomini ricadrebbero in una barbarie tanto peggiore dell'antica, quanto quella aveva pur qualche spirito generoso, mentre la presente è avara, perfida e codarda. Così gli uomini dopo essersi straziati a vicenda, perduto ogni lume di civiltà, tornerebbero alle foreste e alla vita errante e selvatica, finchè le generazioni future, rinnovellate dell'antica semplicità, ricomincino da capo a percorrere

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quei medesimi periodi, che abbiamo sopra descritto. Tali sono i ricorsi perpetui che le nazioni fanno sopra il disegno eternamente statuito dalla Provvidenza, le cui leggi sembrò al Vico che nell' istoria romana più che in ogni altra campeggiassero, e tentò delinearle nel suo libro Della scienza nuova.

Carmo. Tutte queste cose non mi persuadono guari, e mille obiezioni mi si affollano innanzi alla mente, parte desunte dalla filosofia, parte dai fatti. Che il Vico abbia trovato nelle origini e nel procedere delle nazioni qualità ed eventi conformi, non è da maravigliare, perchè la natura umana è sempre sostanzialmente la medesima nella distesa dello spazio, e nella seguenza dei tempi. Onde si può dire delle nazioni quel che Terenzio pone nella bocca del suo personaggio: Homo sum, nil humani a me alienum puto. Ma queste somiglianze, e talora semplici analogie, convertirle in un sistema universale ed assoluto, costringere le nazioni in codesto letto di Procuste, ciò non mi par nè ragionevole, nè vero. Laonde, volendo esser benigni, si può aggiunger questa al novero delle ingegnose ipotesi, e nulla più. Oltredichè in alcune parti ella è manifestamente falsa. Così, per esempio, rispetto ai Cinesi e ad altri popoli dell' Asia (lasciamo stare l'antichità attribuita loro), non si può negare ch' essi non abbiano una civiltà remotissima, e insieme, come oggi dicesi, stazionaria, tanto che pel corso di molti secoli tu ci ritrovi le leggi, i costumi, le consuetudini, le maniere del viver socievole durare in tutto le medesime.

Eupronio. Non so se quest' ultima affermazione sia provata, ma il venirla disaminando ci porterebbe troppo lungi dal tema. Basta che io vi conceda che i popoli asiatici seguirono un corso di civiltà diverso da quel di Grecia e di Roma. E vi concedo eziandio che il Vico in molte

induzioni errasse dal vero,

e che la sua scienza nuova in alcune parti non sia che una incerta ipotesi. Ma coll'esporvi codesto sistema, non era già che io presumessi di trovarci bella e fatta la filosofia della storia, si volli seguire il metodo che voi mi avete indicato, e passando dal noto all' ignoto, aggiungendo elemento ad elemento, mostrarvi la via onde l'umano intelletto procedette in questo genere di studi. Pertanto a me è sufficiente se avrete per dimostrato che dalla maniera di considerare i fatti, usata da Polibio e dal Machiavelli per trarne documenti di vita civile, si può salire ancora ad una speculazione più elevata, e comparando gli eventi delle nazioni e il corso della civiltà loro, investigare il piano che la Provvidenza assegnò al genere umano. Or questo è appunto il fine della filosofia della storia.

Carmo. Se io ho bene afferrato il vostro pensiero, ne argomento subito che il solo metodo di trattare convenevolmente questa materia sia quello usato dal Bossuet nel suo Discorso sulla Storia universale, cioè il metodo teologico; secondo il quale, egli non fece altro che guardare i popoli nelle loro attinenze colla gente ebraica, e poi colle origini e i progressi del Cristianesimo. In siffatta opera, il piano provvidenziale che voi cercate non è il risultamento di confronti e di giudizii, ma è dato a priori per invariabile: i fatti cardinali, come le rivelazioni primitive, le profezie, i miracoli, son pure esenti da discussione; cosicchè potrebbe dirsi che il quadro è già composto e disegnato, nè altro rimane che lumeggiarne i contorni e darvi il colorito, siccome fece appunto con eletta forma il Bossuet. Al quale non appartiene già il concetto che da molti altri prima di lui, e in ispecie da Sant'Agostino e da parecchi Padri della Chiesa, fu recato molto innanzi; anzi appartiene all'essenza del Cristianesimo, e aggiungerei di ogni religione. Conciossiache

sia ufficio proprio dei dogmi svelare agli uomini la origine, il fine, il destino loro sulla terra. Però la storia, considerata in questo aspetto, diventa un ramo della teologia, ed esce dal campo delle nostre disquisizioni. Che se voi volete serbarle il titolo di speculazione filosofica, allora è ardua tanto che io dubito si finisca per surrogare il fantastico al vero, e in luogo di una scienza nuova comporre una nuova utopia.

Eupronio. Voi avete molto sagacemente giudicato l'opera del Bossuet, la quale, sebbene stimi degnissima di lode, e una delle più splendide della francese letteratura, non però l'aveva io mentovata innanzi al Vico, come la ragione di tempo richiederebbe, perciocchè appunto trova il suo luogo piuttosto nelle scienze sacre, che fra le discipline razionali. Ma poichè voi mi avete sospinto in tale argomento, io vi prego di considerare che la Provvidenza non si manifesta agli uomini soltanto per modo soprannaturale, cioè colle rivelazioni e i portenti che le annunziano e le accompagnano; ma per una via naturale, vale a dire per le leggi generali che governano l'universo. Or questo duplice modo di considerazione non è proprio solamente della scienza presente, ma si estende a molte altre, e in genere a tutta la filosofia. Di che scaturiscono quelle gravissime indagini, se la ragione possa conoscere i principii supremi senza poggiare al fondamento della tradizione, se le leggi naturali che noi osserviamo, accusino l'interponimento necessario di eventi straordinarii e prodigiosi, se l'umana civiltà nel suo inizio e nel suo corso arguisca una o più rivelazioni divine. Ma, senza addentrarci in siffatte indagini, a me pare che anche le vicissitudini dei popoli possano riguardarsi sotto il duplice aspetto che dicemmo innanzi, cioè degli eventi naturali che sono materia dell'osservazione e del ragionamento, e dei soprannaturali che ri

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