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un esempio preso dall'astronomia. Gli antichi immaginarono che il cielo fosse una vetrosa vòlta , ove infisse stavano le stelle; e queste aggrupparono in costellazioni a foggia di animali o di uomini secondo il talento degli osservatori; poi, come di cose perpetuamente immutabili, non si curarono più oltre. I moderni, aiutati dal possente sussidio dei telescopii, volser loro di nuovo lo sguardo indagatore. E in prima videro che non erano già disseminate senz'ordine per l'etere, ma disposte in naturali e ben congegnati gruppi: e quali constano di due o più astri, talvolta eguali di grandezza e di colore, tal'altra diversi ma rispondentisi con certe norme. Notarono ancora che questi hanno propri movimenti, e si ravvolgono intorno fra loro, o ruotano insieme circa un centro comune. E come si è già chiarito il mutar di posizione di oltre seicento stelle doppie, così è lecito sperare che la scienza allargherà ancora il campo delle osservazioni. L'analogia poi col sistema solare appariva così manifesta, che gli astronomi non dubitarono di concluderne esservi altri sistemi simili al nostro, aventi ciascuno sue leggi speciali, subordinate alla legge universale di gravitazione. Nè paghi a ciò, procedettero più oltre, e cercarono se fra i varii sistemi fosse relazione e rispondenza; di che venne il concetto magnifico di Herschell, che la via lattea con molte altre stelle che noi veggiamo sparse nel firmamento, formassero insieme un solo tutto architettato di anelli molteplici aventi un centro comune. Tentarono ancora di determinare questo centro nel gruppo delle Pleiadi, e di segnare entro gli anelli predetti il posto del nostro sole, il quale insieme ai suoi pianeti e satelliti mostra un moto di traslazione verso la costellazion d'Ercole. Io non voglio asserire che tutte queste conclusioni siano esatte: molto ancora rimane ad osservare e a spiegarsi non pur nelle stelle che son tanto

remote, ma eziandio nel nostro sistema solare, come l'indirizzo dei moti di parecchie comete. E che perciò? Gran progresso nella scienza fu già l'aver notato che le stelle formano de' gruppi parziali in fra loro; in parte simili al nostro sistema solare, in parte diversi, ma aventi relazione e tutti attinenti ad un sistema generale. E forse nell'avvenire sarà possibile all'umano sguardo penetrare quelle chiostre stellari che ci paion fulgori sfumanti, e son chiamate nebulose, e discernere in esse altrettante unioni di stelle analoghe a quella della via lattea, formanti per avventura un tutto con essa, e aventi un centro solo di gravità nell'universo. In pari guisa le nazioni distribuite nelle varie parti del globo, seguendo ciascuna le leggi massime della natura umana, e inoltre quelle che sono speciali secondo la razza, il clima e la postura dei luoghi, forniscono il compito al quale sono destinate, ed hanno poi fra loro una relazione armonica, onde si compone la storia universale. Ho detto dei popoli che abitano nelle diverse contrade del globo: ma oltre la ragion dello spazio, è importantissima a considerare quella del tempo, e allo studio degli eventi simultanei accoppiar quello degli eventi successivi. La successione poi può studiarsi in due modi, o nelle singole nazioni guardando ai varii periodi che ciascuna trascorre, ovvero nelle attinenze di una nazione coll'altra. Avvegnachè la storia ci mostra che mentre le une sorgono da piccoli principii, altre già si trovano nel fiore della potenza e della ricchezza, e altre già decadono e vengon meno; e quasi diresti che quelle apparecchiano il trionfo di queste, e gli uffici con perpetuo trasferimento si avvicendano. Notammo già come il Vico intendesse l'animo alla prima di queste indagini, e tentasse appropriare la storia di Roma a tutte le nazioni. La induzione era per fermo troppo rigorosa, sicchè al confronto

dei fatti non potè reggere; ma, lasciando gli accessorii, non si può negare che una parte rilevante di vero in quel sistema si ritrovi. La formazione delle società civili non ha d'uopo dei preludii che il Vico descrive, imperocchè è l'effetto spontaneo delle tendenze e dei bisogni umani. Ma nei primordii di esse, siccome ottimamente avverte il Rosmini, gli uomini sono costretti ad occuparsi di quel che più dappresso ne riguarda l'esistenza, ossia delle cose sostanziali. Laonde più si apprezzano quei pregi onde più si stringe e s'assoda la civil comunanza, regna negli animi la religione e la fede, e la moltitudine devotamente accoglie l'autorità conferita agli uomini più cospicui per forza e per virtù. Procedendo poi la società già assicurata di sussistere, e non più paurosa di esterno cozzo o d'interno disfacimento, moltiplicandosi di uomini e di ricchezze, incomincia a farsi grande, prospera, dominatrice; fiorisce di arti, di scienze, di lettere, e viene al suo massimo splendore. Quindi la comune degli uomini ponendo soverchio amore nella potenza, nella gloria, nelle cose appariscenti e dilettevoli, delle sostanziali non fanno quella stima che si conviene; e similmente coloro che tengono il dominio si fan solleciti del godere, non del ben meritare. Così corrompendosi il civile consorzio, sorgono spiriti riformativi e repugnanti alla oppressione, i quali pigliano a combattere le classi privilegiate, e la gente si divide in parti che pugnano fra loro con esito diverso. Imperocchè, o questo moto riesce dopo molte vicende ad una salutevole riforma, e la società riprende vita e corso novello; ovvero lo Stato ogni dì più alterandosi si sfascia, e, perduta la interna libertà, è soggiogato dai nemici di fuori. Dal che si vede, come le opere di una generazione portano i loro effetti in quelle che seguono, e come le antecedenti alle posteriori con inevitabile vincolo sono collegate. Ma le na

Minghetti,

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zioni seguono tutte questo corso? Lo compiono con uguale rapidità? Fino a qual punto la saviezza e la prudenza possono impedire o temperare il loro decadimento? Ond' è che talune si rinnovellano, ed altre periscono? Voi avete dianzi sagacemente notato l'esempio di alcune nazioni orientali, e soprattutto della Cina, che da antichissimo tempo ci sembrano rimanere in una condizione presso a poco la medesima, sia che si riguardi alle abitudini e ai costumi del popolo, sia che si riguardi alle istituzioni. Argomenti son questi appunto della filosofia della storia, la quale non è mio ufficio di trattare, ma solo di definire. Più ardua ancora è la ricerca delle cause e dei modi onde le nazioni vengono succedendosi nel teatro del mondo; delle quali convien notare innanzi tratto che alcune sovrastanno alle altre, e privilegiate di singolare eccellenza spiccano superbamente a guisa dei grandi uomini fra la turba volgare. Abbiamo dagli antichi sparse notizie di quei famosi imperii Egiziani, Indiani, Babilonesi ed Assiri, lo splendore e la potenza dei quali, misurata dai monumenti che dopo tanti secoli ne rimangono, par quasi che vinca l'immaginativa. Al cader dei quali regni fioriscono i Caldei, i Medi ed i Lidii, finchè la gente persiana capitanata da Ciro tutti li signoreggia, e forma il nuovo regno che dalle rive dell' Indo si stende sino al mare Mediterraneo. Intanto nella breve penisola cui bagnano il Jonio e l'Egeo, sorge un popolo rozzo ancora e spregiato, il quale un giorno non solo saprà resistere alle innumerevoli falangi del gran re, ma a sua volta si farà conquistatore. Dalla montuosa Macedonia verrà un giovane d'ingegno e d'ardimento quasi sovrumano, il più eccellente fra tutti i duci che la storia racconti, e con impeto incredibile porterà le armi vittoriose nell'Asia, al di là dell' Indo, in regioni fino allora sconosciute. Ma la sua vita sarà breve, e l'immenso

conquisto diviso fra i suoi generali darà origine a molti regni, quali più, quali meno, durevoli e fiorenti. Ora il retaggio della potenza e della gloria par che dall'oriente trapassi all'occidente. Il moto dell'Asia verso l'Europa cominciato colle migrazioni antichissime, proseguito colle colonie e colle spedizioni d' Inaco, di Cecrope, di Danao, di Cadmo, di Pelope, e dei Dardanidi, terminato colla spedizione di Serse, si rinverte, e dà luogo ad un moto contrario dell'Europa verso l'Asia. Il quale principiato dagli Argonauti diviene grandissimo con Alessandro e coi Romani. Tutta la storia antica sembra apparecchiare il trionfo di Roma. Qui il valore congiunto alla disciplina, qui la perseveranza indomabile, qui il governo sapiente della cosa pubblica, recano effetti non visti mai nel mondo. Nata da umili principii, Roma stende a poco a poco il suo dominio colle arti della guerra e della politica, sinchè, debellata l'emula Cartagine, niun'altra gente basta a resistere alle sue armi, e contenderle la signoria universale. Dal Campidoglio i decreti del Senato si spandono per tutta la terra, e quivi si forma quel Codice di giurisprudenza, che rimarrà perpetuo monumento della sapienza umana. Roma par destinata dal cielo ad unificare tutte le stirpi, e a portare ovunque la fiaccola della civiltà. Se non che dopo una lunga serie di trionfi anche l'impero romano, roso dal tarlo dei vizii e della corruzione, oppresso dal peso della stessa sua grandezza, si sfascia, e stremato di provincie, ristretto alle contrade orientali, dopo un'agonia di dieci secoli finisce a Bisanzio. Certo non v' ha nella storia argomento più formidabile della labilità delle cose che sono sotto il sole, di quello che una tanta rovina. Gli sciami d'invasori, che sbucati dal settentrione inondarono tutta l'Europa, tramutano la faccia della società: ma i rubesti Barbari mescolandosi ai molli Romani, ritemprati dalla religione,

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