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Non è nuovo certamente adoperare le macchine nell'agricoltura: la novità consiste nell'averne esteso l'applicazione alla massima parte dei lavori agrarii, nella facilità e frequenza dell'uso, nell'ardore indirizzato a nuovi trovati di tal genere. E la più concludente prova di questa mia affermazione è in ciò che alla Esposizione agra. ria del 1839 furono messi in mostra ventitrè diversi strumenti, alla Esposizione agraria che ebbe luogo nel luglio di quest'anno 1853 a Glocester ve n'erano oltre a duemila, e solo in questa categoria furono distribuiti ben sessanta premi. Aratri di cento foggie, quali per uso generale, quali per terren sodo e per lavoro profondo, quali per

dissodare maggesi; erpici pesanti e leggieri; seminatoi da grano e da civaie a una o più righe, semplici e composti, che ad un tempo piantano il seme e gittano l'ingrasso; trebbiatoi di varie forme; macchine per falciare i prati, per appassire i foraggi; strumenti da affettare le barbabietole ei navoni, da minuzzar le paglie e le fave, da macinare il frumento, da acciaccare i semi d'olio, da triturarne le focaccie; vagli per mondare i grani e le sementi; zangole per dibattere il latte, e mille altri ingegnosi trovati. Soprattutto tiravano a sè gli sguardi nella recente Mostra le macchine per la mietitura, delle quali non v'erano meno di dodici modelli; e l'industria inglese gareggiava con quella degli Stati Uniti. Il compito è arduo, imperocchè vuolsi trovar modo acciò le spighe siano tagliate pari e presto, nè alcuna se ne disperda fra la paglia, poi da se stesse si raccolgano senza bisogno che l'uomo venga seguitando. L'aratro detto talpa non è novità agraria: ma al medesimo intendimento vedevasi fra le macchine premiate una vanga, o, a meglio dire, un congegno di molte vanghe che a similitudine delle zampe della bestiuola dovrebbero raspare, romper le zolle, polverizzare il terreno, sterparne le erbe adulterine, e lasciarlo sollevato e poroso di guisa

che il letame e gl'influssi atmosferici agevolmente lo traforino. Nè si vuol tralasciare come recente e di grande utilità promettitrice l'applicazione del vapore, qual forza movente alle macchine agrarie. Dico a quelle che fanno l'ufficio loro fuori del campo, perchè non v' ha più tenuta di qualche ampiezza che non ne sia fornita. Rimane però a trovarsi il come indirizzare questa medesima forza alla lavorazione del campo, intorno a che gli studi e gli esperimenti sono moltissimi, nè già manca qualche saggio felice dove le difficoltà insorte sinora sarebbero superate, accozzando la forza del vapore con quella dei cavalli.

Vero è che la moltiplicità e la varietà delle macchine indirizzate allo stesso fine mostrano come l'arte sia ancor lungi dall'aver risoluto il problema: pur nondimeno a me par manifesto che la mutazione che nel presente secolo ebbe luogo nelle industrie per opera delle macchine, avverrà similmente, almeno in gran parte, nell'agricoltura. Certo in Inghilterra dove il podere è coltivato in economia, cioè a mano di operai giornalieri, se per l'una parte il risparmio di lavoro mercè delle macchine è argomento precipuo di ricchezza, per l'altro l'uso di esse non incontra gravi ostacoli. Dov'è colonia parziaria o mezzeria, come appo noi, il caso è assai differente. Perocchè al disborso de'capitali richiesti vien meno la ragion sufficiente, quando il lavoro colonico, senza diversità di efficacia o di gravezza, è rimunerato egualmente con una determinata porzione del raccolto. Per la qual cosa l'introduzione delle macchine non si potrebbe scompagnare da un mutamento nel contratto di colonia. Ma ciò è riserbato solo agli avvenire, e non si appartiene a me ora il considerarlo.

Un mio egregio amico vi tenne parola nello scorso anno del sistema di scolo delle terre mediante una rete di tubi e canali sotterranei per modo di filtri, e ne diede

sì chiara descrizione che le mie parole intorno a ciò sarebbero soverchie.' E già agli Italiani fu rivendicato il primato di questo metodo che il Davanzati e il Soderini menzionarono col nome di fognare, e che oggi ci ritorna perfezionato di fuori sotto il vocabolo di drenaggio. Dirò solo che i suoi effetti sono mirabili, specialmente nei terreni uliginosi. Perocchè l'acqua che troppo lungamente giacendo entro il terreno lo rende disutile alle lavorazioni, annega la virtù dei semi, e corrompe le radici delle piante, se per lo contrario abbia libero scolo, attraversa i suoi varii strati, vi depone le materie fecondatrici, discioglie i conci e lo tempera a feracità. Laonde tu vedi nei campi, che testé languivano acquidosi e maninconici, ridere i prati e nascere il grano rigoglioso. Nè io saprei addurre argomento più concludente in favore del drenaggio di questo fatto, che mentre dieci anni fa in Inghilterra non se ne udiva menzione, oggi un milione di ettare circa sono già state mondificate in tal modo dal soperchio umore, nonostante la grave spesa, la quale da taluni si valuta sino a duecento cinquanta franchi per ettara in ragione media. Un valente agricoltore inglese discorrendo meco del nostro metodo, o come si dice della nostra sistemazione dei campi, ci appuntava dei seguenti difetti. Primo, che noi consumiamo una quantità rilevante di terreno in rivoli, solchi, chiassaiuole e fossati. Secondo, che l'acqua piovana non trapassando entro il terreno, ma scorrendo via per la maggior parte dalla faccia di esso, non solo non bonifica il sottostante, ma trascina seco il fior della terra e una parte dei sughi che il coltivatore vi aveva gittato. E seguitava dicendo: Come il vaso di fiori che rapidamente si purga dall'umidità pel foro che ha nel suo

Vedi Memorie della Società agraria, vol. VI. – Luigi Pizzardi,

Del drenaggio.

fondo, tal dee essere la terra, ecco il più semplice e il più bel sistema di scolo, eccovi il drenaggio.

Ma egli è tempo di passare all'argomento principale di che io divisai intrattenervi, cioè del nuovo metodo d'irrigare e fertilizzare il campo mediante i conci liquidi. E qui è chiaro innanzi tratto che al predetto fine si richiede che l'agricoltore abbia alle mani una certa copia d'acqua, quanto è necessario a liquidare l'ingrasso in quelle proporzioni che diremo poi. Il che non è poi tanto raro, come a prima vista altri può credere, perocchè non occorre aver l'acqua discorrente da altura, o per getti zampillante, ma giova egualmente pozzo, o serbatoio, onde estrarre si possa. La preparazione e l'uso dei letami furono per lungo tempo argomento quasi negletto dagli scrittori, e dalle pratiche comuni è forse la meno curata. Il che contraddice del pari alla scienza ed all'arte; avvegnachè uno dei teoremi più importanti, se non forse il massimo dell'agricoltura, sia quello di rendere al terreno gli elementi che le piante ne sugano, e che l'aria non può fornirgli. Che se il coltivatore o non sa, o non vale a restaurarlo del nutrimento perduto, il campo dimagra ed isterilisce. E d'altra parte, siccome dice il Soderini, «de» rivando quel nome da letizia, mostrando che fa liete ► e fresche le biade, non so perchè egli s'abbia a fuggire » e avere a schifo cotanto. » Eppure non è egli chiaro, a cagion d'esempio, che la nostra provincia, poniamo che sia lodevole per sollecitudine in alcune parti di buona coltivazione, in questa di che parliamo è tuttavia assai lontana dalla perfezione? E quante volte non si è inutilmente deplorato che tanta materia superflua, la quale ristagna nelle città, o dalle fogne sgorga e si disperde, non sia raccolta e adoperata al governo delle terre? Così cessando quelle esalazioni pestilenziali, onde i morbi della classe misera si alimentano, si avrebbe ad un tempo inestima

bile aumento di ricchezza. Imperocchè havvi un maraviglioso ordine della natura, che dal disfacimento tragge la riproduzione, e quindi nasce un'attinenza squisita fra la igiene pubblica e l'economia agraria. A questo importante punto volsero da lungo tempo gli Inglesi le loro indagini, e fu, credo io, nello sperimentare intorno ai metodi proposti per la espurgazione della città che vennero alla conclusione seguente: Il miglior modo onde il letame possa ministrarsi al terreno, è stemperato nell'acqua e in istato di liquidità.

E primieramente si osservi che il letame cavato quotidianamente dalle stalle giace lunga pezza nella fossa esposto ad ogni maniera d' intemperie, o il sole lo abbruci, o la gelata lo intirizzisca, o impetuoso vento lo asciughi, o pioggia dirotta lo dilavi: spesso ancora il contadino va lungi, e fino alla città a prenderlo. Poscia al debito tempo lo tragge colle carrette nel campo e in monticelli lo stende sulla faccia di esso senza sotterrarlo, di guisa che le sostanze liquide vanno disperse; e tutti i chimici si accordano in dire che nel processo del preparare, custodire e distribuire il concio, una buona parte di esso ne va perduta. La qual cosa non incontra col sugo liquido, poichè le materie sono subito raccolte e nell'acqua versate, e quivi al coperto rimangono, sino a che venga il tempo del governare, e inoltre più egualmente a tutte le parti del terreno si compartiscono. È notabile altresì che le sostanze fibrose troppo spesso ricettano nidi di bruchi e semenze bastarde, cosicchè il colono spargendo il governo, sparge ancora i germi d'insetti divoratori e di erbe maligne. La qual cosa può nel modo predetto evitarsi, ed anche si è veduto più fiate che l'ingrasso distemperato ha la virtù di spegnere gli insetti se già infestino le pianticelle, e di salvare le ricolte. Ma quel che più rileva, e che esperimenti ripetuti confermano, si

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