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sima Sirena. Però, poi che non m'è licito, coni'io vorrei, usar le catene, la fune o '1 foco per saper una verità, desidero di saperla con un gioco, il quale è questo: Che ognun dica ciò che crede che significhi quella lettera S, che la signora Duchessa porta in fronte; perchè, avvenga che certamente questo ancor sia un artificioso velame per poter ingannare, per avventura se gli darà qualche interpretazione da lei forse non pensata, e trovarassi che la fortuna, pietosa riguardatrice dei martini degli uomini, l'ha indotta con questo piccol segno a scoprire non volendo l'intimo desiderio suo, di uccidere e sepelir vivo in calamità chi la mira o la serve. — Rise la signora Duchessa, e vedendo l'Unico ch'ella voleva escusarsi di questa imputazione, Non, disse, non parlate, Signora, che non è ora il vostro loco di parlare.— La signora Emilia allor si volse, e disse: Signor Unico, non è alcun di noi qui che non vi ceda in ogni cosa, ma molto più nel conoscer l'animo della signora Duchessa; e cosi come più che gli altri lo conoscete per lo ingegno vostro divino, l'amate ancor più che gli altri; i quali, come quegli uccelli debili di vista, che non affisano gli occhi nella spera del sole, non possono cosi ben conoscer quanto esso sia perfetto: però ogni fatica saria vana per chiarir questo dubio, fuor che '1 giudicio vostro. Resti adunque questa impresa a voi solo, come a quello che solo può trarla al fine. — L'Unico avendo taciuto alquanto, ed essendogli pur replicato che dicesse, in ultimo disse un sonetto sopra la materia predetta, dichiarando ciò che significava quella lettera S; che da molti fu estimato fatto all'improvviso, ma, per esser ingegnoso e colto più che non parve che comportasse la brevità del tempo, si pensò pur che fosse pensato.

X. Cosi, dopo l'aver dato un lieto applauso in laude del sonetto, ed alquanto parlato, il signor Ottavian Fregoso, al qual toccava, in tal modo, ridendo, incominciò: Signori, s'io volessi affermare non aver mai sentito passion d'amore, son certo che la signora Duchessa e la signora Emilia, ancor che non lo credessino, mostrarebbon di crederlo, e diriano che ciò procede perch'io mi son diffidato di poter mai indur donna alcuna ad amarmi: di che in vero non ho io insin qui fatto prova con tanta instanza, che ragionevolmente debba esser disperato di poterlo una volta conseguire. Nè già son restato di farlo perch'io apprezzi me stesso tanto, o cosi poco le donne, che non estimi che molte ne siano degne d'esser amate e servite da me; ma piuttosto spaventato dai continui lamenti d' alcuni innamorati, i quali pallidi, mesti e taciturni, par che sempre abbiano la propria scontentezza dipinta negli occhi; e, se parlano, accompagnando ogni parola con certi sospiri triplicati, di nuli'altra cosa ragionano che di lacrime, di tormenti, di disperazioni, e desiderii di morte: di modo che, se talor qualche scintilla amorosa pur mi s'è accesa nel core, io subito sónomi sforzato con ogni industria di spegnerla, non per odio ch'io porti alle donne, come estimano queste signore, ma per mia salute. Ho poi conosciuti alcun'altri in tutto contrarii a questi dolenti, i quali non solamente si laudano e contentano dei grati aspetti, care parole, e sembianti soavi delle lor donne, ma tutti i mali condiscono di dolcezza; di modo che le guerre, l'ire, li sdegni di quelle per dolcissimi chiamano: perchè troppo più che felici questi tali esser mi pajono. Che se negli sdegni amorosi, i quali da queil ' altri più che morte sono reputati amarissimi, essi ritrovano tanta dolcezza, penso che nelle amorevoli dimostrazioni debban sentir quella beatitudine estrema, che noi in vano in questo mondo cerchiamo. Vorrei adunque che questa sera il gioco nostro fosse, che ciascun dicesse, avendo ad esser sdegnata seco quella persona ch'egli ama, qual causa vorrebbe che fosse quella che la inducesse a tal sdegno. Che se qui si ritrovano alcuni che abbian provato questi dolci sdegni, son certo che per cortesia desideraranno una di quelle cause che cosi dolci li fa ; ed io forse m'assicurarò di passar un poco più avanti in amore, con speranza di trovar io ancora questa dolcezza, dove alcuni trovano l' amaritudine; ed in tal modo non potranno queste signore darmi infamia più ch' io non ami. —

XI. Piacque molto questo gioco, e già ognuno si preparava di parlar sopra tal materia; ma non facendone la signora Emilia altramente motto, messer Pietro Bemro, che era in ordine vicino, cosi disse: Signori, non piccol dubioha risvegliato nell' animo mio il gioco proposto dal signor Ottaviano, avendo ragionato de' sdegni d'amore: i quali, avvenga che varii siano, pur a me sono essi sempre stati acerbissimi, nè da me credo che si potesse imparar condimento bastante per addolcirgli; ma forse sono più e meno amari secondo la causa donde nascono. Chè mi ricordo già aver veduto quella donna ch'io serviva, verso me turbata o per sospetto vano che da sè stessa della fede mia avesse preso, ovvero per qualche altra falsa opinione in lei nata dalle altrui parole a mio danno; tanto ch' io credeva ninna pena alla mia potersi agguagliare, e parevami che '1 maggior dolor ch'io sentiva fosse il patire non avendolo meritato, ed aver questa afflizione non per mia colpa, ma per poco amor di lei. Altre volte la vidi sdegnata per qualche error mio, e conobbi l'ira sua proceder dal mio fallo; ed in quel punto giudicava che '1 passato mal fosse stato levissimo a rispetto di quello ch'io sentiva allora; e pareami che l'esser dispiaciuto, e per colpa mia, a quella persona alla qual sola io desiderava e con tanto studio cercava di piacere, fosse il maggior tormento e sopra tutti gli altri. Vorrei adunque che'1 gioco nostro fosse, che ciascun dicesse, avendo ad esser sdegnata seco quella persona ch'egli ama, da chi vorrebbe che nascesse la causa dello sdegno, o da lei, o da sè stesso: per saper qual è maggior dolore, o far dispiacere a chi s'ama, o riceverlo pur da chi s' ama.—

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XII. Attendeva ognun la risposta della signora Emilia; la qual non facendo altrimenti motto al Bembo, si volse, e fece segno a messer Federigo Fregoso che '1 suo gioco dicesse; ed esso subito cosi cominciò: Signora, vorrei che mi fosse licito, come qualche volta si suole, rimettermi alla sentenza d'un altro; ch' io per me volentieri approvarei alcun de'giochi proposti da questi signori, perchè veramente parmi che tutti sarebbon piacevoli: pur, per non guastar l'ordine, dico, che chi volesse laudar la corte nostra, lasciando ancor i meriti della signora Duchessa, la qual cosa con la sua divina virtù basteria per levar da terra al cielo i più bassi spiriti che siano al mondo, ben poria senza sospetto d'adulazion dire, che in tutta Italia forse con fatica si ritrovariano altrettanti cavalieri cosi singolari, ed, oltre alla principal profession della cavalleria, così eccellenti in diverse cose, come or qui si ritrovano: però, se in loco alcuno son uomini che meritino esser chiamati buon Cortegiani, e che sappiano giudicar quello che alla perfezion della Cortegianfa s'appartiene, ragionevolmente s' ha da creder che qui siano. Per reprimere adunque molti sciocchi, i quali per esser presuntuosi ed inetti si credono acquistar nome di buon Cortegiano, vorrei che'l gioco di questa sera fosse tale, che si eleggesse uno della compagnia, ed a questo si desse carico di formar con parole un perfetto Cortegiano, esplicando tutte le condizioni e particolar qualità che si richieggono a chi merita questo nome; ed in quelle cose che non pareranno convenienti sia licito a ciascun contradire, come nelle scole de'filosofi a chi tien conclusioni.— Seguitava ancor più oltre il suo ragionamento messer Federico, quando la signora Emilia, interrompendolo, Questo, disse, se alla signora Duchessa piace, sarà il gioco nostro per ora.—Rispose la signora Duchessa: Piacemi. —Allor quasi tutti i circonstanti, e verso la signora Duchessa e tra sè, cominciarono a dir che questo era il più bel gioco che far si potesse; e senza aspettar l'uno la risposta dell'altro, facevano instanza alla signora Emilia che ordinasse chi gli avesse a dar principio. La qual, voltatasi alla signora Duchessa, Comandate, disse, Signora, a chi più vi piace che abbia questa impresa; ch' io non voglio, con eleggerne uno più che l'altro, mostrar di giudicare, qual in questo io estimi più sufficiente degli altri, ed in tal modo far ingiuria a chi si sia.— Rispose la signora Duchessa: Fate pur voi questa elezione; e guardatevi col disobedire di non dar esempio agli altri, che siano essi ancor poco obedienti. —

XIII. Allor la signora Emilia, ridando, disse al conte Ludovico da Canossa: Adunque, per non perder più tempo, voi, Conte, sarete quello che averà questa impresa nel modo che ha detto messer Federico; non già perchè ci paja che voi siate cosi buon Cortegiano, che sappiate quel che si gli convenga, ma perchè, dicendo ogni cosa al contrario, come speratilo che farete, il gioco sarà più bello, chè ognun averà che rispondervi; onde se un altro che sapesse più di voi avesse questo carico, non se gli potrebbe contradir cosa alcuna, perchè diria la verità, e cosi il gioco saria freddo. — Subito rispose il Conte: Signora, non ci saria pencolo che mancasse contradizione a chi dicesse la verità, stando voi qui presente;— ed essendosi di questa risposta alquanto riso, seguitò: Ma io veramente molto volentier fuggirei questa fatica, parendomi troppo diffìcile, e conoscendo in me, ciò che voi avete per burla detto, esser verissimo; cioè ch' io non sappia quello che a buon Cortegian si conviene: e questo con altro testimonio non cerco di provare, perchè non facendo l'opere, si può estimar ch' io noi sappia; ed io credo che sia minor biasimo mio, perchè senza dubio peggio è non voler far bene, che non saperlo fare. Pur essendo cosi che a voi piaccia ch'io abbia questo carico, non posso nè voglio rifiutarlo, per non contravenir all' ordine e giudicio vostro, il quale estimo più assai che '1 mio. —> Allor messer Cesare Gonzaga, Perchè già, disse, è passata buon'ora di notte, e qui son apparecchiate molte altre sorti di piaceri, forse buon sarà differir questo ragionamento a domani, e darassi tempo al Conte di pensar ciò ch' egli s' abbia a dire; chè in vero di tal subietto parlare improviso è difficil cosa. — Rispose il Conte: Io non voglio far come colui, che spogliatosi in giuppone saltò meno che non avea fatto col sajo; e perciò parmi gran ventura che l' ora sia tarda, perchè per la brevità del tempo sarò sforzato a parlar poco, e '1 non avervi pensato mi escuserà, talmente che mi sarà licito dire senza biasimo tutte le cose che prima mi verranno alla bocca. Per non tener adunque più lungamente questo carico di obligazione sopra le spalle, dico, che in ogni cosa tanto è difficil conoscer la vera perfezion, che quasi è impossibile; e questo per la varietà dei giudizii. Però si ritrovano molti, ai quali sarà grato un uomo che parli assai, e quello chiamaranno piacevole; alcuni si dilettaranno più della modestia; alcun" altri d' un uomo attivo ed inquieto; altri di chi in ogni cosa mostri riposo e considerazione: e cosi ciascuno lauda e vitupera secondo il parer suo, sempre coprendo il vizio col nome della propinqua virtù, o la virtù col nome del propinquo vizio; come chiamando un prosuntuoso, libero; un modesto, arido; un nescio, buono; un scelerato, prudente; e

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