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s' hanno, è forza patirgli tali quali sono; perchè infiniti rispetti astringono chi è gentiluomo, poi che ha cominciato a servire ad un patrone, a non lasciarlo; ma la disgrazia consiste nel principio: e sono i Cortegiani in questo caso alla condizion di que' malavventurati uccelli, che nascono in trista valle. — A me pare, disse messer Federico, che '1 debito debba valer più che tutti i rispetti; e pur che un gentiluomo non lasci il patrone quando fosse in su la guerra o in qualche avversità, di sorte che si potesse credere che ciò facesse per secondar la fortuna, o per parergli che gli mancasse quel mezzo del qual potesse trarre utilità, da ogni altro tempo credo che possa con ragion e debba levarsi da quella servitù, che tra i buoni sia per dargli vergogna; perchè ognun prosume che chi serve ai buoni sia buono, e chi serve ai mali sia malo. —

XXIII. Vorrei, disse allor il signor Ludovico Pio, che voi mi chiariste un dubio ch' io ho nella mente; il qual'è, se un gentiluomo, mentre che serve ad un principe, è obligato ad ubedirgli in tutte le cose che gli comanda, ancor che fossero disoneste e vituperose. — In cose disoneste non siamo noi obligati ad ubedire a persóna alcuna, — rispose messer Fedekico. E come, replicò il signor Ludovico, s'io starò al servizio d' un principe il qual mi tratti bene, e si confidi ch' io debba far per lui ciò che far si può, comandandomi ch'io vada ad ammazzare un uomo, o far qualsivoglia altra cosa, debbo io rifiutar di farla? — Voi dovete, rispose messer Federico, ubedire al signor vostro in tutte le cose che a lui sono utili ed onorevoli, non in quelle che gli sono di danno e di vergogna: però se esso vi comandasse che faceste un tradimento, noirsoTàmente non sete obligato a farlo, "TBKTSeTé obligato a non farlo, e per voi stesso, e per non esser ministro della vergogna del signor vostro. Vero è che molte cose pajono al primo aspetto buone che sono male, e molte pajono male e pur son buone. Però è licito talor per servizio de' suoi signori ammazzare non un uomo ma diece milia, e far molte altre cose, le quali, a chi non le considerasse come si dee, pareriano male, e pur non sono. — Rispose allor il signor Gasfar Pallavicino: Deh, per vostra fè,

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ragionate un poco sopra questo, ed insegnateci come si possan discerner le cose veramente buone dalle apparenti.—Perdonatemi, disse messer Federico; io non voglio entrar qua, chè troppo ci saria che dire, ma il tutto si rimetta alla discrezion vostra. —

XXIV. Chiaritemi almen un altro dubio, — replicò il signor Gasparo. E che dubio?—disse messer Federico. Questo, rispose il signor Gasparo. Vorrei sapere, essendomi imposto da un mio signor terminatamente quello ch' io abbia a fare in una impresa o negozio di qualsivoglia sorte, s'io, ritrovandomi in fatto, e parendomi con l'operare più o meno o altrimenti di quello che m' è stato imposto, poter fare succedere la cosa più prosperamente o con più utilità di chi m'ha dato tal carico, debbo io governarmi secondo quella prima norma senza passar i termini del comandamento, o pur far quello che a me pare esser meglio? — Rispose allora messer Federico: Io, circa questo, vi darei la sentenza con lo esempio di Manlio Torquato, che in tal caso per troppo pietà uccise il figliolo, se Io estimassi degno di molta laude, che in vero non l'estimo; benchè ancor non oso biasimarlo, contra la opinion di tanti secoli: perchè senza dubio è assai pericolosa cosa desviare dai comandamenti de' suoi maggiori, confidandosi più del giudicio di sè stessi che di quegli ai quali ragionevolmente s'ha da ubedire; perchè se per sorte il pensier vien fallito, e la cosa succeda male, incorre l'uomo nell'error della disubedienza, e ruina quello che ha da far senza via alcuna di escusazione o speranza di perdono; se ancor la cosa vien secondo il desiderio, bisogna laudarne la ventura, e contentarsene: pur con tal modo s'introduce una usanza d* estimar poco i comandamenti de' superiori; e per esempio di quello a cui sarà successo bene, il quale forse sarà prudente ed ara discorso con ragione, ed ancor sarà stato ajutato dalla fortuna, vorranno poi mille altri ignoranti e leggieri pigliar sicurtà nelle cose importantissime di far al lor modo, e, per mostrar d'esser sa vii ed aver autorità, desviar dai comandamenti de'signori: il che è nullissima cosa, e spesso causa d'infiniti errori. Ma io estimo che in tal caso debba quello a cui tocca considerar maturamente, e quasi porre in bilancia il bene e la commodità che gli è per venire del fare contra il comandamento, ponendo che '1 disegno suo gli succeda secondo la speranza; dall'altra banda, contrapesare il male e la incommodità che glie ne nasce se per sorte, contrafacendo al comandamento, la cosa gli vien mal fatta: e conoscendo che '1 danno possa esser maggiore e di più importanza succedendo il male, che la utilità succedendo il bene, dee astenersene, e servar apuntino quello che imposto gli è; e per contrario, se la utilità è per esser di più importanza succedendo il bene, che '1 danno succedendo il male, credo che possa ragionevolmente mettersi a far quello che più la ragione e '1 giudicio suo gli detta, e lasciar un poco da canto quella propria forma del comandamento; per fare come i buoni mercatanti, li quali per guadagnare l' assai avventurano il poco, ma non l'assai per guadagnar il poco. Laudo ben che sopra tutto abbia rispetto alla natura di quel signore a cui serve, e secondo quella si governi; perchè se fosse cosi austera, come di molti che se ne trovano, io non lo consigliarei mai, se amico mio fosse, che mutasse in parte alcuna l' ordine datogli: acciò che non gl' intravenisse quel che si scrive esser intervenuto ad un maestro ingegnero d' Ateniesi, al quale, essendo Publio Crasso Muziano in Asia, e volendo combattere una terra, mandò a domandare un de'dui alberi da nave che esso in Atene avea veduto, per far uno ariete da battere il muro, e disse voler il maggiore. L'ingegnero, come quello che era intendentissimo, conobbe quel maggiore esser poco a proposito per tal effetto; e per esser il minore più facile a portare, ed ancor più conveniente a far queUa machina, mandollo a Muziano. Esso; intendendo come la cosa era ita, fecesi venir quel povero ingegnero, e domandatogli, perchè non l'avea ubedito, non volendo ammettere ragion alcuna che gli dicesse, lo fece spogliar nudo, e battere e frustare con verghe tanto che si mori, parendogli che in loco d'ubedirlo avesse voluto consigliarlo: si che con questi cosi severi uomini bisogna usar molto rispetto.

XXV. Ma, lasciamo da canto omai questa pratica de'signori, e vengasi alla conversazione coi pari o poco diseguali; chè ancor a questa bisogna attendere, per esser universalmente più frequentata, e trovarsi l'uomo più spesso in questa che in quella de' signori. Benchè son alcuni sciocchi, che se fossero in compagnia del maggior amico che abbiano al mondo, incontrandosi con un meglio vestito, subito a quel s'attaccano; se poi gli ne occorre un altro meglio, fanno pur il medesimo. E quando poi il principe passa per le piazze, chiese o altri lochi publici, a forza di cubiti si fanno far strada a tutti, tanto che se gli mettono al costato; e se ben non hanno che dirgli, pur lor voglion parlare, e tengono lunga la diceria, e rideno, e batteno le mani e '1 capo, per mostrar ben aver faccende d'importanza, acciò che '1 popolo gli vegga in favore. Ma poi che questi tali non si degnano di parlare se non coi signori, io non Yoglio che noi degname parlar d' essi. —

XXVI. Allora il Magnifico Juliano, Vorrei, disse, messer Federico, poichè avete fatto menzion di questi che s'accompagnano cosi volontieri coi ben vestiti, che ci mostraste di qual maniera si debba vestire il Cortegiano, e che abito più se gli convenga, e circa tutto l' ornamento del corpo, in che modo debba governarsi ; perchè in questo veggiamo infinite varietà: e chi si veste alla franzese, chi alla spagnola, chi vuol parer Tedesco; nè ci mancano ancor di quelli che si vestono alla foggia de' Turchi ; chi porta la barba, chi no. Saria adunque ben fatto, saper in questa confusione eleggere il meglio. — Disse messer Federico: Io in vero non saprei dar regola determinata circa il vestire, se non che l'uom s'accomodasse alla consuetudine dei più; e poichè, come voi dite, questa consuetudine è tanto varia, e che gl'Italiani tanto son vaghi d'abigliarsi alle altrui fogge, credo che ad ognuno sia licito vestirsi a modo suo. Ma io non so per qual fato intervenga che la Italia non abbia, come soleva avere, abito che sia conosciuto per italiano; che benchè lo aver posto in usanza questi nuovi faccia parer quelli primi goffissimi, pur quelli forse erano segno di libertà, come questi son stati augurio di servitù ; il qual ormai parmi assai chiaramente adempiuto. E come siscrive, che, avendo Dario, l'anno prima che combattesse con Alessandro, fatto acconciar la spada che egli portava a canto, la quale era persiana, alla foggia di Macedonia, fu interpretato dagl'indovini che questo significava, che coloro, nella foggia de'quali Dario aveva tramutato la forma della spada persiana, vernano a dominar la Persia; così l'aver noi mutati gli abiti italiani negli stranieri parmi che significasse, tutti quegli, negli abiti de'quali i nostri erano trasformati, dover venire a subjugarci; il che è stato troppo più che vero, chè ormai non resta nazione che di noi non abbia fatto preda: tanto che poco più resta che predare, e pur ancor di predar non si resta.

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XXVII. Ma non voglio che noi entriamo in ragionamenti di fastidio: però ben sarà dir degli abiti del nostro Cortegiano; i quali io estimo che, pur che non siano fuor della consuetudine, nè contrarii alla professione, possano per lo resto tutti sfar bene, purchè satisfacciano a chi gli porta. Vero è eh' io per me amerei che non fossero estremi in alcuna parte, come talor suol essere il franzese in troppo grandezza, e 'I tedesco in troppo piccolezza, ma come sono e l'uno e l'altro corretti e ridotti in miglior forma dagl' Italiani. Piacemi ancor sempre, che tendano un poco più al grave e riposato, che al vano: però parmi che maggior grazia abbia nei vestimenti il color nero, che alcun altro; e se pur non è nero, che almen tenda al scuro: e questo intendo del vestir ordinario, perchè non è dubio che sopra l' arme più si convengan colori aperti ed allegri, ed ancor gli abiti festivi, trinzati, pomposi e superbi. Medesimamente nei spettacoli publici di feste, di giochi, di mascare, e di tai cose; perchè cosi divisati portan seco una certa vivezza ed alacrità, che in vero ben s'accompagna con l'armi e giochi : ma nel resto, vorrei che mostrassi no quel riposo che molto serva la nazion spagnola, perchè le cose estrinseche spesso fan testimonio delle intrinseche. — Allor disse messer Cesare Gonzaga : Questo a me daria pocanoja, perchè, se un gentiIuom«nelle altre cose vale, il vestire non gli accresce nè scema mai reputazione. — Rispose messer Federico: Voi dite il vero. Pur qual è di noi che, vedendo passeggiar un gentiluomo con una roba adosso quartata di diversi colori, ovvero con tante stringhette e fetluzze annodate e fregi traversati, non lo tenesse per pazzo o per buffone?— Nè pazzo, disse messer Pietro Bemro, nè buf

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