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sarebbe stato ceduto alla signoria di Venezia, e il filo dell'Adda avrebbe servito di confine fra i due Stati (1). - Fermato codesto accordo, Francesco Sforza, che aveva frattanto trasferito l'esercito alla oppugnazione di Brescia, fa radunare le squadre, e percorrendone a cavallo le ordinanze, manifesta loro con infiammate parole l'inaspettata mutazione delle sue cose. «Avere esso col sangue e col sudore delle proprie soldatesche racquistato ai Milanesi Parma, Piacenza, S. Colombano e Tortona, disfatto un potentissimo naviglio a Casalmaggiore, annichilato un fortissimo esercito a Caravaggio: ora di tante fatiche qual premio? Le invidie, le gelosie, le nimistà d'uomini indegnissimi avergli ritardato i viveri, scemato le paghe, tarpato, per quanto potevano, le ali alla prospera sua fortuna. Avergli bensì i Milanesi promesso in iscritto di metterlo al possesso di Brescia, e di conservargli Cremona. Pure non aver lui mai potuto ottenere di campeggiare la prima città, o di munire la seconda in modo da porla al sicuro dagli insulti ostili. Di giunta le sue vittorie essere state accolte col nome di tradimenti, un accordo anzi una lega essere stata proposta dai Milanesi, ai Veneziani non solo occultamente e senza sua saputa, ma a distruzione di lui e delle schiere state sempre fedeli compagne dei pericoli e delle gesta paterne e sue. A tale infine essere stato condotto dall'altrui perfidia, da dover perire, oppure appigliarsi a qualche magnanimo partito. Ora questo

(1) Dumont, Corps diplom.t. III. p. I. p. 169 – Navagero, 11 12 – Crist. da Soldo, 855.

partito essere stato preso: avere definitivamente abbandonato i Milanesi alla propria cecità, e sottoscritto coi Veneziani un trattato che gli assicura il trono della Lombardia, suo per diritto di successione, suo per donazione tra i vivi dello suocero. Ottomila soldati della repubblica, ampii stipendii, l'amicizia dei Fiorentini, le proprie aderenze , la cooperazione delle città di Cremona e di Pavia, e sopra ogni cosa il valore e l'affetto delle sue soldatesche, persuaderlo che sarà breve il combattimento, piena la vittoria, immenso il premio. Il seguano adunque, ora che Milano e la Lombardia stanno per guiderdone della fatica ». I soldati, soliti a mutare padrone da un giorno all' altro, e riceverne il nome dai capi, risposero con alte grida di sì, e collo stesso ardore col quale avevano servito Milano, si rivolsero a servire Venezia (1). Ludovico dal Verme, Carlo Gonzaga, Guglielmo di Monferrato, Guglielmo Torello e gli altri condottieri, guadagnati da Sforza colle promesse o sbigottiti colle minacele, giurarono colle proprie squadre il medesimo (2).

La funesta nuova recata prestamente a Milano, riempi in brev'ora le vie, i portici e le piazze di gente ansiosa, che in mille modi l'ascoltava e ridiceva, faticando l'aere di maledizioni e lamenti. Però i cittadini non si peritando ancora a crederla affatto, né disperando che tutto questo non fosse per avventura un artificio impiegato da Sforza per vantaggiare le sue condizioni, forse anche, come fanno i deboli op(i) Joh. Simon. XIV. 488.

(2) V. alla nota XX il contralto d'assoldamento di Guglielmo di Monferrato.

pressi, cercando quasi di dissimularsi l'esistenza di un male irreparabile, deputarono al conte quattro personaggi per richiederlo del vero stato delle cose, e se fessevi ancora tempo, ridurlo sul diritto sentiero: « non potere la repubblica sofferire l'idea di ciò che si vocifera: non volesse egli badare alle private ingiurie od opinioni d'alcuni pochi, ma si alla stima e alla fiducia posta in lui dal corpo della città. Hannogli mai i Milanesi rotto verun patto, o fatto cosa men che giusta? Non sono forse eglino pronti a soddisfarlo d'ogni brama, la quale non sia contraria a quella incorrotta libertà, cui hanno giurato difendere all'ultimo sangue? Or saran questi i frutti di due segnalate vittorie? Sarà questo l'ufficio delle soldatesche chela città col proprio denaro mantiene? Tornasse egli agli antichi pensieri, e volesse essere anzi il padre e l'artefice della nuova repubblica, che non l'infame traditore e sovvertitore di essa. Di ciò eglino supplicarlo in nome della giustizia, in nome del cielo, pei giurati patti, per l'onore suo, per la salute di un infinito popolo risoluto a vivere libero od a morire. In ogni caso non avere lui alcun diritto di ritenere le squadre commesse alla sua fede, e molto meno di rivolgerle in disumana lotta contro i proprii padri e fratelli ». Rispose Francesco Sforza: « troppo gravi, troppo frequenti offese averlo condotto a quel passo: doversi i Milanesi ricordare con quanta fede, con quanto utile loro egli li avesse serviti in tempi difficili e pericolosi, e con quanto sospetto, con quanto astio, con quanta guerra ei ne fosse stato rimunerato: troppo a lungo essere stato empio e traditore verso se stesso e la propria famiglia e la memoria cara dello suocero nell'indugiare a salire sopra un treno suo per naturale diritto, suo per legittima donazione. Però non temessero dicastigo: Sforza principe avrebbe scordato le ingiurie arrecate a Sforza condottiero; e sebbene ancora al presente abbia motivo e potere di castigare, non essere tuttavia per ispogliarsi dell'innata clemenza. Del resto, quanto alle squadre, non tenerle incatenate; seguano chi vogliono; e, se Milano è preferta, servano pure Milano » (1). Licenziati a questo modo gli ambasciatori, Sforza circondò incontamente tutti i suoi capitani di fidatissime spie, affinchè destramente ne osservassero ogni motto ed ogni cenno, e glielo riferissero; poi, fattosi venire innanzi Luigi Bossi, uno degli ambasciatori che si era fermato nel campo, famigliarmente lo esortò: - a badar meglio al proprio interesse ed a quello della Repubblica; a non lasciarsi illudere da una menzognera larva di libertà, che viene e passa con amare vestigia: doversi al comun bene immolare le private passioni, e, poseiachè cedere è forza, cedere di buon grado senz'altro incomodo ». Con non dissimili ragionamenti si conciliò gli animi degli abitanti di Piacenza e di Binasco, e quello dei tre fratelli da Sanseverino, valorosi capitani di 800 cavalli. Frattanto approssimava sempre più l'esercito a Milano, ma sotto pena di morte ai soldati che inferissero qualsiasi danno alle persone od agli averi della gente inerme. In questi frangenti la repubblica inviò a Francesco Sforza una nuova ambasciata, con autorità di conce

(1) Ripamont. Hist, patr. dec. III. I. v. p.371. – Joh. simonett. XIV. 489.

dergli tutto quello che, salva la libertà, si potesse. Vana lusinga, riputare le preghiere e i mezzi partiti sufficiente pascolo a chi coll' arme del tradimento tutto pretende! Tornò il secondo tentativo degli oratori milanesi al medesimo risultato del primo. Allora' questi, tra supplicanti e sdegnati, col volto acceso, col cuore trepidante: « quanto la Repubblica giovato lo avesse, gli ricordarono; di quanta perfidia ora sarebbe tradire lei confidata nei ricevuti giuramenti e nei benefizii impartiti. Ricordassesi di quel tempo nel quale, spoglio di denari, di soldati e di viveri, scomunicato dal papa, combattuto dai Veneziani e dal re di Napoli, in odio al genero, allo suocero ed al proprio fratello, mal sicuro dei Fiorentini, esule da un dominio non più suo, ad essi Milanesi aveva chiesto, e non indarno, quel nome e quel soldo di capitano, per cui si era rilevato dal più basso al più alto stato. Nondimeno avere poco dopo rapito loro Pavia e Tortona, ed eglino creduli non solo essersi taciuti, ma avere confidato in lui le speranze e i timori, il nerbo e la salute di tutta la città. Ora poi, quasi in premio di tanta fiducia, mostrarsi lui pronto a voltar le armi contro Milano, e convertire la vittoria in infortunio, i negoziati di pace in accrescimento di guerra. Ma se un Dio v' ha lassù propugnatore del giusto, bene egli sosterrà i diritti degli innocenti ed ingannati cittadini! »

11 conte, mitigando l'acerbità delle parole col suono della voce e colla maestà dell'aspetto, e mescolando proteste di perdono a lontane minaccie d' assoluto signore, concluse, che siccome essi gli avevano impedito l'acquisto di Brescia e di Verona, ed avevano

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