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che egli ed i suoi compagni sarebbero usciti a far battaglia il giorno dopo sopra l'eminenza che sorgeva in mezzo alla pianura.

In tanta espettazione dell'avvenire parve a Sforza di dover corroborare la disciplina del suo esercito con nuovi e più severi regolamenti. Ordinò pertanto che ciascuno conservasse il proprio luogo e non se ne allontanasse, sia prima, sia dopo il combattimento, sotto pena della forca. Deputò all'esecuzione de'suoi voleri alcuni uomini sopra ciascuna squadra. Dispose che durante la zuffa non si alterassero le antiche usanze italiane; cioé che chiunque avesse afferrato le redini di qualche cavallo appartenente ai nemici, e l'avesse rivolto verso i suoi, ne restasse padrone; e così pure nel caso che avesse ridotto il nemico al segno da doversi arrendere, ovvero lo avesse ghermito pel collo o pel cimiero. Stabili alcune pene a coloro che contravvenissero a queste usanze per privare il compagno della preda. Comandò che ogni soldato portasse un proprio segno sopra le spalle, ed obbedisse ai suoi superiori nen altrimente che alla persona medesima del duca: ed afflnché i capischiera venissero più facilmente riconosciuti, impose che si adornassero l'elmo di una falda sventolante di bianco lino (().

Passarono gli Sforzeschi quella notte a preparare le persone ed i cavalli al prossimo scontro: allo spuntare del dì si disposero in ordine di battaglia e si inoltrarono fino al luogo stabilito. Ma invano stettervi attendendo che i nemici dal loro canto facessero il somigliante. I Veneziani, sia impoltroniti da una folta

(1) Joh. Simon. XXII. 028.

e gelata guazza che cadeva dal cielo, sia incatenati da una vile prudenza, si trattennero dentro le trinciere, e si appagarono di rispondere con altrettante bravate e contumelie alle bravate ed alle contumelie dei ducali. Così senz'altra conclusione trascorse la mattinata. Allora Sforza per testimonio d'infamia fece innalzare nel luogo della sfida una colonna di pietre e calcina, e sopra la colonna fece piantare le lancie, e sopra le lancie il guanto inviatogli dal condottiero nemico (1). Ciò fatto, veggendo i nemici risoluti a schivare battaglia, e la stagione sempre più contraria alle operazioni da guerra, prese i quartieri d'inverno nel Cremonese e mel Bresciano. Passò di questo modo la disfida di Montechiaro, famosa non si sa più se per la ridicolaggine dell'esito o per l'espettazione concepitane, o per le sbracate ciancie del Porcelli, che cortigiano, poeta e adulatore si raggirava fra i due campi ad osservarne e descriverne le mosse, ed a dilettare con versi improvvisi e sozzi motteggi, e peggiori costumi i facili condottieri. Fu insigne l'anno seguente, anzichè pei moti della guerra, per le incostanze di chi le guidava, essendo il Colleoni col grado di capitano generale ritornato al servigio dei Veneziani, e Tiberto Brandolini ed Evangelista Savelli essendo al contrario passati agli stipendii del duca di Milano (2). Del resto i Veneziani

(1) Porcelli comment. Jae Piccinin. p. 125-137 (R. 1. s. t. XX). – Crist. da Soldo, 876. – Sanuto, 1145, – Cagnola, St. di Mil. p. 132. Fu il Cagnola medesimo quegli che collocò il guanto sopra la colonna.

(2) Contro di costui, il quale non solo disertò, ma consegnò eziandio al nemico la badia di Cereto che teneva in custodia, furono vinti nel Mantovano dal Brandolini, dubbiamente combatterono a Ghedi, e di nuovo andarono in rotta a Castiglione di Lodi; ciò nondimeno non si sarebbe terminata tanto presto quella contesa, se una inaspettata novella non fosse volata per tutta Europa a seminarvi pensieri di pace. Le sorti dell'impero romano erano compiute: Costantinopoli, l'ultima sede

29magS. dei Cesari, era caduta nelle mani di Maometto II. E pace intimava a tanta sciagura il sommo pontefice Niccolò V, e pace anelavano i Veneziani, a cui gli incendii di Bisanzio inaridivano i ricchi emporii del Levante, né se ne mostrava alieno il duca Francesco Sforza, attesa la necessità di rassodarsi nella recente signoria. Un frate Simonetto da Camerino si assunse la briga di riconciliare gli animi dei potentati, e dopo molte e segretissime trattative alla fine concluse un

Caprile accordo, in virtù del quale i Veneziani ritennero per 454 sé le città di Bergamo e di Brescia, e Sforza restò padrone della Ghiaradadda. Quindi il terrore dei Musulmani effettuava quello che invano i popoli ed i principi avevano fino allora bramato, e riuniva in una lega di 25 anni Venezia, Firenze e il duca di Milano, ed in un'altra di 50 il medesimo duca ed il re di Napoli. Ond'è che tutta l'Italia rivolgeva le cure a risanare le sue molte ferite, ed a procurare con generoso consiglio la liberazione dell'Oriente. o

fu deliberato nel Consiglio dei Pregadi « che chi il darà vivo « nelle mani nostre abbia ducati 5000 e chi l'ammazzerà abbia « due. 3000 e possa cavare tre di bando, eccetto di questa ter«ra, ed essendo condottiere, abbia lancie 50; se sarà sacco«manno, abbia lancie 10; se sarà caporale, abbia paghe 50; «se semplice fante, abbia paghe 25. E che l'immagine del « detto Savello sia appiccata, come di ribelle, ne' luoghi pub«blici; et etiam sia appiccata l'immagine d'un Francesco di e Celano suo armigero, che condusse tal pratica». Sanulo, p. 1146.

Così terminava la lunga guerra della Lombardia, che dopo avere con brevi tregue funestato tutto il regno di Filippo Maria Visconti, lasciava un Attendolo sul trono di lui, i Veneziani pel sospetto degli infedeli in dubbio della propria sorte, e Napoli e Firenze coll'interno rancore d'avere speso a nessun vantaggio immensi tesori (1).

v III.

Avevano i principi posato le armi: risuscitavale un " condottiero. Iacopo Piccinino licenziato dai Veneziani ” pel dissoluto procedere delle sue genti, rizzò bandiera di ventura (1). Bentosto a torme a torme vennero a raccogliersi sotto di essa quanti soldati per cagione della pace si trovavano come cacciati fuori dal vivere sociale. Niuno di loro sapeva che cosa egli intendesse di fare, dove volesse andare, a qual meta riuscire, come e quando dar termine all'impresa; ma fidati nel valore straordinario del Piccinino, stimolati dalla presente necessità, persuasi che tutti, non meno i capi che i dipendenti, sarebbero andati incontro alla stessa fortuna e quella sarebbe stata riposta nelle spade proprie e nella mente del condottiero, a lui s'appresentavano e gli si offerivano corpo ed anima pronti a qualsiasi cimento.

Era il Piccinino lusingato dal pensiero di assogget

(1) Machiav. VI. 98.–Joh. Simonett. XXIV. 669.-Sanuto, 1153. – Crist. da Soldo, 887. (2) Crist. da Soldo, 889 (t. XXI).

tarsi Perugia, perchè sua patria, e Bologna, perchè abitata da alcuni suoi partigiani. Imperò rivolse le schiere addirittura verso la Romagna (1). Ma pochi giorni bastarono a mutargli in molto amaro il poco dolce di quelle sue speranze. Perugia, chiuse le porte, si ristrinse a mandargli alcuni presenti di pane e di confetti; Bologna, da lunga mano provveduta contro ogni assalto, ributtollo molto più aspramente. Allora il condottiero scagliasi, come folgore, sul contado di Siena, che per la lunga tranquillità era sfornita di difesa. Fu inopinato l'assalto, come terribili i primi effetti. A prima giunta le campagne vennero desolate, e le terre di Sartiano, Cetona, Manciano, Montemarano e Orbitello espugnate e messe a sacco. Tosto l'odore dell'abbondante rapina acquistò al Piccinino tanti nuovi seguaci, che la sua compagnia prese forma di uno giusto esercito. Ciò indusse il papa e il duca di Milano a radunare in fretta molta soldatesca e inviargliela contro sotto il comando di Roberto da Sanseverino, e di Corrado Fogliano. Il costoro arrivo interruppe al Piccinino il corso dei suoi progressi, e lo astrinse a fortificarsi in una cupa selva presso il fiume del Fiore; i confederati gli si accamparono dappresso quasi a modo d'assedio; ma, come superiori di numero, senza guardie o trincieramenti. Il seppe egli; e subito colla solita furia proruppe a sorprenderli. Nel primo impeto ne tagliò a pezzi alcune schiere; quindi, venendo a poco a poco sopraffatto dal numero, con più ardire

(!) Bonino. Ann. Min. p. 158 (t. xxi) –cron, mise. Bol. p. 716. – Spirito, l'altro Marte, l. III. c. XC.

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