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« dove piacerà alla Signoria » (1). Però non appena Francesco ottiene ascolto presso i senatori, che con ogni studio li instiga a dichiararla guerra al duca di Milano, a ciò la necessità, a ciò il loro vantaggio doverli spingere; ben lui sapere a fondo le segrete intenzioni, le pratiche, i disegni di Filippo Maria; ben lui conoscere i lati più deboli della sua potenza; avere amici, avere seguaci nell'esercito, nella città, in Milano stessa; stare Firenze, anzi la Toscana, in un colla Romagna, eolla Lombardia e con Genova o già in preda del Visconti, oppure in prossimo pericolo di cadervi: a che più attendere? che Filippo ingrossato dalle forze di tutta l'Italia soggiogata, assalti Verona, assalti Padova, e confini il nome e la bandiera di S. Marco nelle antiche lagune? » Aggiungevano peso a queste parole l'opportunità manifesta dell'impresa, e le replicate istanze dei Fiorentini; nè certo pareva lieve presagio di buona fortuna l'essersi non solo tolto al nemico un sì gran capitano, ma acquistato per Venezia. Però d'altra parte rammemoravano, a che cotesto Carmagnola medee simo, ora così arrabbiato odiatore di Filippo Maria, e stimolatore di guerra, stava poc'anzi nelle prime die gnità presso Filippo istesso, di cui non erano ignote le artificiose vie. Del resto ancora al presente, ancora in Venezia non ha esso Carmagnola seco per moglie quell'Antonia, che, sebbene illegittima, è pure di sangue visconteo?» Così gli animi incerti tra somma fiducia e sommo sospetto stettersi alcun tempo peri

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tando. Se non che venne a scioglierli da ogni dubitanza la perfidia medesima di Filippo; il quale, non contento d'avere confiscato tutti gli averi del Carmagnola pel valsente di quarantamila ducati d'entrata, tentò di farlo avvelenare col mezzo di un fuoruscito milanese. Intimata pertanto la guerra, la repubblica 27 " senz'altro indugio consegnò a Francesco il bastone di capitano generale (1). e III. Diede principio alle ostilità l'acquisto repentino di *7marzo Brescia, occupata dal Carmagnola col favore di alcuni suoi partigiani. Rimanevano ancora da espugnarsi la ròcca e la parte ghibellina della città. Egli in quattro mesi d'assiduo lavoro circondolle intorno intorno di due grandi fosse, delle quali l'una lo difendesse contro gli assediati, l'altra gli servisse di riparo contro l'esercito mandato dal duca di Milano, a soccorrere 20 9bre la piazza; e intantochè i condottieri nemici stanno disputando dei varii mezzi di conseguire quel fine, a loro veggente se ne impadronisce. Seguitarono spontaneamente la sorte di Brescia, Salò e tutta la riviera del Benaco, con tanta prontezza, sottomettendosi al Carmagnola, che il duca Filippo Maria pel sospetto di molto maggior male precipitossi a trattare un accordo coi Veneziani. Ma tosto incuorato dal generoso voto dei Milanesi, che offrirongli per la continuazione della guerra ventimila uomini pagati coi proprii denari, disdisse la parola data, e s'affrettò a mandare giù pel Po un fiorito naviglio contro Casalmaggiore (2). (1) A. de Billis, v. si.-M. samuto, 98a (2) P. Bracciol. V. 341 (t. XX). – A. de Billiis, v. 92.

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Stavano a guardia di Casalmaggiore cinquanta fanti. 28 marzo Costoro, dopo avere respinto molto bravamente il A 127 primo assalto, patteggiarono di rendere la terra fra tre di, se in quell'intervallo di tempo non giungesse ad essi verun soccorso. Ciò saputo, il provveditore veneto mandò a Mantova a domandare aiuto al Carmagnola, che colà stava raccogliendo armi ed armati per la nuova guerra. Il Carmagnola, sia che riputasse inutile l'impresa di soccorrere Casalmaggiore, sia che la credesse temeraria, rispondeva a messi: « non ci essere modo di arrivare a tempo: saper bene quanto vaglia Casalmaggiore: non volere per così poca cosa mettere tutto lo Stato a repentaglio: del resto, quando tutto il suo esercito si troverà in punto, tre giorni basteranno a ricuperarla» (1). Adunque senza contrasto i ducali entrarono in Casalmaggiore. Di là trasferirono le armi contro Brescello sull'altra sponda del fiume, ma con ben diverso successo; imperciocchè venendovi assaliti nel medesimo tempo dalla guarnigione e dalle genti sbarcate dalle navi della Repubblica, vi 21magg. lasciavano sotto le mura le armi, il bagaglio, il tesoro e 1200 morti. Se non che otto giorni dipoi, quasi per compenso, Niccolò Piccinino, che già militava ai servigi del Visconti, rompeva sotto Gottolengo le squadre venete, sparse qua e là a meriggiare per la campagna. -

Questa avversità ammaestrò il Carmagnola a cingere quindinnanzi gli alloggiamenti con un giro di carri; dietro ai quali i balestrieri potessero riparare un improvviso assalto. Ciò ordinato, traversa l'Oglio,

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tenta Cremona, piglia il castello di Binasu quel fiume, ottiene a patti Montechiaro, e di colà, cambiata per viaggio repentinamente direzione, giunge non aspettato a Maclodio tre miglia discosto dall'esercito ducale. Non inai nelle guerre d'Italia eransivedute in così piccolo spazio tante genti raccolte sotto tanti e si famosi condottieri (1): ma i continui dispareri, per non dire nimistà, di Francesco Sforza e di Niccolò Piccinino ogni cosa sconvolgevano e ritardavano nell'esercito milanese. Il duca s'avvisò di recarvi sufficiente rimedio, preponendo al governo di tutti Carlo Malatesta, per età, per ingegno, per esperienza, infine, tranne lo sterile pregio della nascita, per ogni altra dote inferiore a compagni. Ciò fu una giunta al male: posciachè nè le gare vennero sopite, nè l'obbedienza accertata. . Due vie mettevano dagli alloggiamenti milanesi a quelli di Venezia, cui il Carmagnola, simulando paura, aveva con grande lavoro fortificato. La più breve, quella che i capitani più giovani intendevano di scegliere per venire ad assalirlo, era una sottile lista di terra a guisa d'argine, alquanto rilevata a destra ed a sinistra sopra a fangose paludi impraticabili alla cavalleria. Aggiungevasi che il Carmagnola vi aveva nascosto nella boscaglia non pochi arcieri e balestrieri, e qua e là interrotto l'argine con travi e fossi. Queste cose erano pervenute a notizia di Angelo della Pergola e di Guido Torelli, entrambi insigni condottieri del campo ducale; epperò consigliavano di pigliare l'altra strada più lunga, ma più sicura. Al contrario - (1) vedi la nota Xvi.

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Francesco Sforza e Niccolò Piccinino, in ciò solo con-
cordi, fervorosamente ragionavano : « breve essere
la via, breve in ogni caso il pericolo; per essa giun-
gersi direttamente al cuore del nemico: del resto
troppa fatica avere il Carmagnola speso, troppa paura
dimostrato nel fortificare il proprio campo, perchè
si possa dubitare ch'egli voglia escire a ingaggiar
battaglia, oppure inoltrarsi su per l'argine incontro
agli assalitori». Insomma tanto costoro dissero, tanto
tempestarono con argomenti in apparenza buoni e
più animosi, che il Malatesta, ultimo al pensiero,
primo al comando, ne abbracciò la sentenza. -
La mattina dell'11 ottobre fu da lui scelta per la o
battaglia. Mandaronsi avanti alcune bande di fanti e
di cavalli leggermente armati: s'avviò dopo di esse
il Malatesta con 500 lancie: dietro a lui Sforza e il
Torelli: alla coda di tutti Niccolò Piccinino. Arrivate
sull'argine tutte coteste genti lentamente vi si affila-
vano in massa; indi a non lungo tratto di cammino
scoprivano la prima testa de'cavalli nemici che ve-
nivano ad affrontarle. Fu la battaglia nè lunga nè san-
guinosa. Respinto gagliardamente dal Carmagnola,
il primo squadrone dei ducali ripiegò sopra il secondo;
il quale disordinato da quello scontro, ed impedito
ugualmente di avanzarsi e di combattere dalla calca,

che gli era non meno davanti che di dietro, stette al-.

cun tempo come sospeso. Frattanto la cavalleria di Venezia raddoppiava l'urto alla fronte, ei suoi arcieri, e balestrieri appiattati nella palude ferivano con un nembo di strali nei fianchi e nelle spalle le schiere nemiche già riversantisi le une sulle altre. In breve la costoro esitazione cambiossi in fuga. Avresti allora

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