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Sigismondo Malatesta. Di costui già narrammo abbastanza le male opere e qualità. Ora è dovere nostro di soggiungere, che una certa feroce severità

nell'amministrare la giustizia, una certa magnificenza

nel trattare, nell'edificare, in ogni suo fatto, unita alla grande riputazione ottenuta nell'esercizio della guerra, gli aveva conciliato appo i sudditi più riverenza che odio; massime che a paragone del governo uniforme, per quanto aspro e disastroso, di Sigismondo, stava davanti ai loro occhi l'esempio delle vicine terre della Chiesa, non mai ferme sia nel servire sia nel viver libero, ora insanguinate da temporanei tiranni, ora smembrate da cieche fazioni, ora spogliate da governatori insolenti (1).

Adunque Federico, mosso e dal proprio interesse A." e dagli espressi comandi del Papa, voltò tutto il suo

nerbo contro Sigismondo, ed avendolo vinto al guado del fiume Cesano in decisiva giornata, lo ridusse a implorar pace per gran mercè Il Papa gliela concedette a patto che, rinunziando a tutti gli altri possessi, ritenesse solamente a vita la signoria di Rimini. Ciò concluso, Sigismondo passò in Levante ai soldi della Repubblica di Venezia, a cercarsi nella lonta

(1) Fu per lungo tempo attribuita a Sigismondo l'invenzione delle bombe, coll'appoggio del passo famoso di Roberto Valturio «Inventum est machina quoque hujusce tuum, « Sigismonde Pandulphe, qua pila anea tormentarii pulveris «plenae cum fungi aridi fomite urentis emittuntur» (De re milit. l. X. 267). Ora è conosciuto che Sigismondo altro non fece che perfezionare le palle incendiarie, formandole di bronzo anzichè di legno, come si costumavano prima del 1460. V. Promis, Dissertaz. II all'Architett. di Francesco di Giorgio (t. II. 166). -

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nanza dei luoghi e nello strepito delle armi per così dire l'obblio della sua presente abbiezione. Morto Sigismondo, Roberto Malatesta di lui figliuolo illegittimo entrò in Rimini come soldato della Chiesa; ma appena entrato, protestò che la città era sua, e s'allestì a difenderla. Federico, con una famosa vittoria riporo" tatane sotto le mura sui pontificii, gliene confermò il possesso (1). Più tardi poi il medesimo Roberto non solo si pacificava con Roma, ma ne diventava capitano generale; e già narrammo la vittoria da lui conseguita a Civita Lavina, e l'immaturo suo fine. Tali furono in compendio le gesta militari e politiche di Federico da Montefeltro: ora con maggior gusto diremo delle sue qualità e delle sue opere di pace, Piacevole per natura negli atti e nelle parole, affinava egli, narra il suo biografo, così questa benignità naturale collo studio, che pareva ricevere il beneficio allora appunto che l'impartiva altrui. Libero e schietto di modi, cattivava fede alle sue parole colla bontà del costume. Nel guerreggiare accorto e spedito, e, come allievo di Sforza e del Piccinino, partecipe della velocità d'esecuzione e della alacrità di pensiero dell'una scuola, e della esattezza e circospezione dell'altra. Perlochè il papa Pio II, alludendo a un occhio da lui perduto in non so qual giostra, asseriva, veder Federico d'Urbino con un occhio solo più che i nemici con tutti e due. Nei mesi di riposo Federico trattenevasi parte a Urbino, parte nelle corti dei principi amici, amato dai nazionali, riverito dagli stranieri. Il re di Napoli

(1) Baldi, Vita di Feder., IX. 161.

Ferdinando ormollo dell'Ordine dell'Ermellino, il re d'Inghilterra di quello della Giarrettiera, il Papa del titolo di duca trasmessibile al figliuolo. Immense poi furono le ricchezze da loro donategli, o da lui raccolte sia nelle prede sia nelle condotte delle genti da guerra. Con esse egli abbellì la sua Urbino di una splendida corte e di un duomo, decorò Agobbio di un regale palagio, perfezionò le fortificazioni dello Stato, cinse di mura due parchi presso le rive del Metro, innalzò al culto di Dio il convento di S. Bernabò, impose termine o principio ai ducali palagi di Cagli, della Carda e di Casteldurante: infine una magnifica biblioteca piena d'ogni specie di libri e manoscritti con indicibile fatica e spesa ragunati restò per testimonie dell'animo suo veramente grande e generoso. Nè mai la piccola Urbino aveva veduto nel suo seno tanto splendore d'arti, tanto gusto di lettere, tanta copia di valentuomini in ogni umano esercizio (1).

Queste lodi Federico ebbe in gran parte comuni con molti principi della sua età: ma ciò che fu proprio di lui, furono gli esempi di alto e gentil costume, e le virtù dell'uomo privato non iscompagnate dagli uffici dell'ottimo principe. Infatti sotto il suo regno uomini fidatissimi erano da lui deputati a perlustrare tratto tratto il dominio al fine di agevolare i matrimonii delle povere fanciulle, sopperire ai bisogni dei luoghi pii, scoprire e soccorrere i cittadini bisognosi, straccarichi di famiglia, per vergogna muti, o cui repentino e indegno disastro minacciava. A questi

(1) Castiglione, Il Cortigiano, l. I princip. – Baldi, Vita di Federico, VII. 46.

250 - PARTE QUARTA.

deputati era sempre aperta l'udienza appo il principe. Oltre a ciò, egli medesimo, sia che passeggiasse a cavallo, sia a piè per le vie, non isdegnava chiamare a sè ora questo ora quel cittadino, e intrattenersi famigliarmente delle sue faccende, e sovvenirlo di consiglio e di denaro, e se per caso il vedesse inteso ad innalzare qualche fabbrica di momento, fermarsi ad esaminarla e profferirgli aiuto per compierla. Insomma Federico conseguì in realtà quello che deve essere, ed è il più sovente senza effetto, il desiderio dei principi, di essere cioè venerato come signore, ed amato come uomo. Che se per avventura parrà al lettore che noi ce ne siamo intertenuti oltre i confini della ordinaria nostra brevità, ci scusi questi considerando che gli esempi delle virtù nel xv secolo non sono troppi, e che le virtù dei principi sono le più fruttuose,

VI.

Successe a Federico nella signoria di Urbino GuiA. 1483 dobaldo, fanciullo di pochi anni. Frattanto gli alti progressi dei Veneziani in Lombardia ingelosivano di maniera il sommo pontefice Sisto Iv, che lo staccavamo dalla loro alleanza. In conseguenza eglino non con altro sostegno che con quello dei Genovesistettero incontro allo sforzo di tutta l'Italia; nè mai a così forte esperimento s'era cimentata la misteriosa potenza di quella repubblica. Del resto la guerra con grandi eserciti per l'una parte e per l'altra maneggiata (1) si concluse in ciò, che il duca di Calabria, (1) V. alla nota XXI il catalogo dei condottieri tenuti al soldo durante questa campagna, dall'una parte e dall'altra. dopo aver respinto oltre l'Adda Roberto Sanseverino, prese ai Veneziani alcun tratto del Veronese e Bergamasco: perlochè essi, essendosi affrettati di far pace separata col duca di Milano, questa cosa trascinò gli altri potentati ad aderirvi. Venezia, quanto aveva '" perduto in guerra, altrettanto racquistò nella pace che venne stipulata a Bagnolo: bensì i minori Stati vi restarono abbandonati, cioè il duca di Ferrara da tutta la lega, Pier Maria de Rossi dai Veneziani, il marchese di Mantova dal re di Napoli e dal duca di Milano. Venne prescritto nei capitoli della pace e che « il signor Roberto da Sanseverino rimanesse capitano « generale di tutte le genti da cavallo e da piè di « tutta Italia, e avesse all'anno ducati 120,000, cioè « dal pontefice duc. 10,000, dal re Fernando di Na« poli duc. 10,000, dalla signoria di Venezia duc. « 50,000, dal duca di Milano duc. l,0,000, e da' « Fiorentini 10,000 , (1). Però prima di abbandonare il soggetto di questa guerra, riputiamo opportuno di riferire un caso, dal quale il lettore potrà argomentare con qual disordine e rovina si governassero quegli eserciti. Mentre che le genti della lega stavano ai quartieri di inverno sul Cremonese, a tali eccessi di rapine e di omicidii trascorsero i soldati, e, ancora più dei soldati, i saccomanni, che fu deputato Gian Iacopo Triulzio col grado di maestro di campo a porvi riparo sommariamente. Questi coll'usata fierezza molti ne prese, molti ne mandò alle forche. Ma ecco un tratto che tutta la turba (1) Samuto, 1233 – A. Navagero, 1190. – Machiav. VIII.

129. – P. Cyrnei, De bell. Ferrar. 1218 (t. XXI) – Corio, 867. – Ammirato, XXV. 162. -

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