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mirato il comune fervore di scampo crear comune impedimento, e chi oppresso dalle armi, e chi affogante nel limo rimaner prigioniero. Solo il Piccinino, (lato ordine a' suoi di farsi via co' ferri per mezzo ad amici ed a nemici, come fulmine fuggendo, si ridusse in salvo (i).

Pula vittoria compiuta, ricchissimo il bottino, presi 10,000 uomini, morto quasi nessuno. Quella sera stessa i soldati vincitori, giusta il costume, rimisero in libertà i prigionieri. Lamentaronsi di ciò i provveditori col Carmagnola; ei domandò se non ve ne rimanesse più alcuno: udito che ancor ne rimanevano circa 400 « Non sia, esclamò, che questi prigionieri abbiano più dura sorte degli altri » e senza più li fece disciorre. I provveditori, soffocata in petto l'ingiuria, scrisserla con nere interpretazioni a Venezia.

Dissesi, e allora e dopo ripeteronlo gli storici, che il Carmagnola avrebbe potuto nel primo calore della vittoria riportata a Maclodio impadronirsi di Milano, e che noi volle. Ma in un tempo, in cui la più vile terricciuola opponeva la più lunga difesa, chi crederebbe possibile occupare per via di un subito assalto tanta città, di tutta Lombardia la più grande, sede ducale, munitissima, pienissima di abitanti per uso e per necessità sottomessi all'antico giogo dei Visconti? Ké Venezia, sempre così riguardata nelle sue risoluzioni, né mai tanto desiderosa di acquistare, quanto sospettosa di perdere, avrebbe acconsentito a così grande

(1) Sanato, 998.•->- Corio, M4. Job. Sifflonett. Ìl4. — A. do Billiis, VI. 102. segg. — Cron. tfAgobbio, 966. — Redus. de Qucro, CAr. Taryis^. 864 (R. I. S. t. XIX).

tentativo; quantunque del non averlo intrapreso ne facesse poi carico di mortali accuse al suo condottiero. Del resto il frutto immediato di quella famosa battaglia si ridusse al guasto della Ghiaradadda: in pochi giorni il- duca Filippo Maria colle armi e co' destrieri imposti sulle provincie rimetteva in essere il vinto esercito ; quindi il verno e la pace (fu essa conclusa in Ferrara per interposizione di quel marchese) po- 18april nevano termine alle fazioni da guerra.

In virtù di codesta pace la repubblica di Venezia entrò al possesso di Brescia e di Bergamo; perlocué stimò di dover premiare d'inusitati onori il condottiero da cui ne riconosceva l'acquisto. Venne egli primieramente accolto in città e accompagnato a casa dal doge e dai senatori; quindi ascritto, non altrimenti che se fosse gentiluomo veneto, al maggiore consiglio, favore invidiato dai principi, ma facilmente concesso dalla repubblica ai proprii capitani (1). Nel medesimo tempo gli donavano un palagio in città e gli assegnavano una provvisione di duemila ducati ed un castello in Bresciana, che gliene rendesse altri 500: indi a non- guari lo confermavano nel capitanato generale, e nella condotta di 800 lande (2). Gli promi- TM*TM°

(1) Delle 97 elezioni di forestieri al maggior consiglio fatto dalla Repubblica dall'A. 1304 al 1508, 27 sono di condottieri; tra i quali lacopo del Verme, Ottobuono dei Terzi, Cabrino t'ondulo, Peretto de Andreis di Ivrea conte di Troia, il Carmagnola, Fr. Sforza, il Gattamelata, Michele Attendolo, Bart. Solleoni, Roberto Sanseverino, l'Alviano, il Pitigliano ecc. (V. Sanuto, p. 431).

(2) Le condizioni di questa conferma e condotta sono riportate nella nota XVII. A. Esse in somma importavano:

.!• Che il Carmagnola avesse il capitanato generale di tutte

sero ambe di restituirgli tutte le sue possessioni di Lombardia caso che la repubblica se ne impadronisse, con autorità di trasmetterle- al fratello, e a tutti

le genti d'arme,- e; anterità di giudicarlo quanta al civile ed al criminale; eccettochè ne'luoghi i cui rettori avessero mero e misto imperio, oppure ne' quali egli non si trovasse personalmente. .

2" Che aves.«e condotta di 5(Ht Taiicie (fa ttè uomini e tre cavalli per ciascuna, olire la propria famiglia.

3° Che avesse di provvisione mille ducati al ffies<i, «i in tempo di pace che di guerra, senza obbliga di lar la mostra della sua famiglia.

4° Che la condotta sua dovesse comprendere due anni fermi e due di rispetta. f

9° Che gli officiali di condotta dovessero accettare e scrivete i soldati a misura che ei li presentasse, e dare a ciasctin di loro sul fatto ducati 50 di prestanza e 10 altri, l'atta la consegna.

O- iNou fosse obbligalo a consegnare i nomi dei proprii

7° Non fosse obbligato a passare in mostra più di una volta al mese, e ancora venisse avvisato tre giorni innanzi.

8° Ni ano de' suoi soldati potesse venir cassato contro il volere di esso lui. i •

9° Avesse tempo 15 d'i a rimettere i cavalli e gli nomini che rimanessero morti o perduti.

10° Non si facesse veruna ritenzione a coloro de'suoi soldati," che per attendere ai proprii affari ottenessero licenza minore di 20 giorni.

11" In quei luoghi dov'ei si intrattenesse, potessero i suoi seguaci escire a spasso senza uopo di particolare bolletta, e senza potere essere assoggettati a lar le guardie del silo.

12° Appartenessero di dritto a lui tutte le cose mobili che guadagnasse in guerra e le persone de'prigionieri ordinarii: ma se p*er avventura facesse prigioniero qualche capitano o principe nemico, o alcun disertore dello Stato, dovesse sotto certe condizioni e vantaggi consegnarlo alla Repubblica;

i costui eredi legittimi mascolini (1). Da ultimo sopra un gran paleo eretto in piazza di S. Marco, il doge conferì a lui in feudo trasmessifrile le contee di Chiari e Roccafranca, ed altre terre infino a 12,000 ducali d'entrata, con piena giurisdizione civile e criminale. Narrasi che mentre andavano al ciclo le grida, e i suoni, e fl rimbombo delle campane e de'cannoni, sopraggiungesse in piazza Bartolomeo Bussone, padre del Carmagnola, trascinatosi colà dai confini del Piemonte per abbracciare il figliuolo salito al colmo della fortuna: né Francesco punto sdegnò le villane spoglie del cadente genitore; anzi al cospetto di Venezia rapita a quel raro spettacolo, baciavalo lagrimando, ed abbracciavalo, e seguitato dal doge e dai maggiorenti seco il menava sulle gondole alla sua casa da Santo Stadi, d'ove era apparecchiato un magnifico convito (2). E queste pur erano le ultime gioie di quell'uomo destinato a somnìi piaceri, ed a .sommi dolori. Fra tre anni su quella piazza medesima il suo teschio rotolava al suolo, reciso dalla vile mano di un carnefice.

purché questa gliene Incesso domanda fra certo tempo.

13° Fosse obbligato a cavalcare dove e quando gli venisse comandato.

14" Né egli né veruno de'suoi soldati, finché stessero ai servigi della Repubblica, potessero venire molestati per cagione di debiti anteriori al loro assodamento.

15U Bevesse giurare e far giurare a tutti i suoi, che nel caso in cui fossero cassati, non porterebbero per I» spazio di sei mesi le armi contro la Repubblica.

(1) Vedi la nota XVII. (3.

(9) Siiruito, p. 1004. — Tenibili, Vita del Carmagnola.— Savagero, p. 1092. 1094: .'.»••

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Del resto la pace di Ferrara non aveva già cessato la guerra, bensì le aveva mutato nome, e trasferitala dalla Lombardia in Toscana. Quivi Niccolò Fortebraccio (1), licenziato dal Visconti e instigato occultamente dai Fiorentini, assaltava, quasi fosse impresa ri xi.re sua propria, la città di Lucca; e bentosto i Fiorentini le dichiaravano guerra, e il duca Filippo Maria sottomano ne assumeva la difesa. Pareva costui, a chi di lontano l'esaminava, come composto di due nature totalmente contrarie: osservato più davvicino impiccoliva, quasi la buona natura venisse cedendo alla mala: alfine scoprivasi, doversi a vizio ed a debolezza attribuire ciò che sulle prime aveva in lui dato splendore di virtù. Vile e impetuoso, vano con sembianza di grande, timido sotto forma di magnanimo, ostinato e mutabilissimo, insomma uomo, sotto il quale né gloria, né tranquillità, né obblio da niuno alquanto più che mediocre si potesse sperare.

Questa bizzarra varietà d' ingegno , che aveva condotto il Visconti a levar tant'alto il Carmagnola per inimicarselo poi senza motivo, lo aveva pur anco incitato a castigare con severa persecuzione in Francesco Sforza la marziale fierezza, e il mal represso dispregio verso quei cortigiani del consiglio, divenuti grandi solo per vile ed infame servire. Già da due anni era stato questo condottiero condannato dal

(1) Figliuolo della sorella di Braccio; e dal cognome della propria madre talora soprannomato Nicolò della Stella. P. Huss. Hitt. Sen. p. 27 (t. XX). — Bomnc. 135. — Ammirato, XIX. 1052. — Capponi, Comm. 1170 (t. XVIH), .'

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