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dai colpi ostili, lo corona. Bentosto sorge chi costruisce avanti a questa ed a quella cortina un rivellino triangolare con un lieve principio di fianchi e un breve distacco parallelo alla gola, affine di facilitare la gettata di un ponte verso la campagna: altri per ricevere i fuochi obliquamente, e scemare l'effetto dei proietti, unisce il rivellino alla cortina, oppure le applica un puntone triangolare; altri ne munisce invece il torrione circolare, che congiunge quella cortina alla consecutiva. Cominciossi a rimediare alla troppa distanza delle torri sia con altre torri sporgenti dal centro della cortina, sia con rialzi o cavalieri eretti nell'interno della piazza (1). Riparossi la superficie verticale delle torri ora con pietre sporgenti alternatamente, ora con incamiciature di travi, o di lane, o di panconi. Con ciò il nerbo della loro resistenza si ridusse nella piattaforma superiore, che venne terrapienata, guermita di artiglierie, e munita al piede di un capannato. Rimasero dentro la torre parecchie feritoie; e da esse si trasse con piccole artiglierie manesche e da cavalletto, non si potendo, attesa la ristrettezza del luogo e la rinculata e l'intronamento, usarvi pezzi più grossi. Alfine la torre istessa venne staccata dall'angolo della piazza per mezzo di una gola; se ne diminui l'altezza, le si diede una forma circolare o poligona, e si abbassarono e si terrapienarono le cortine laterali. Da ultimo uscì chi propose di costruire la torre a foggia di pentagono, ed ecco la prima idea del bastione. E già i puntoni avevano somministrata quella

(1) Promis cit., Diss. III. p. 222.257.274.

dei forti a stella, ed erasi intraveduto il vantaggio di una doppia strada coperta, e dei rivellini doppi; nè era mancato chi avesse già rivolto l'animo alle contrammine. Col bastione, pensiero del Xv, opera del xvi secolo, l'architettura militare moderna ebbe i principii suoi. Pensossi dipoi alle opere esterne, che allontanando il nemico dal corpo della piazza, ne prolungassero la difesa: pensossi a concordare in un solo uffizio le linee del muro, del fosso, dei bastioni e delle opere esterne: sprofondaronsi i fossi, s'abbassò il ci glio della scarpa, la si coperse di terra, acciocchè le palle, sfiorando il muro, non ne levassero mortali scaglie; distribuironsi i rivellini sopra tutte le fronti, e se ne premunirono le porte, e l'opera delle mine e delle contrammine infervorò: sicchè, mentre il neo mico con oblique trinciere va avvicinandosi al fosso, formasi sotto il suolo come un'altra guerra, nella quale assediati e assediatori si cercano e si combattono in sanguinosi scontri colle esplosioni, col ferro, col fumo e colle acque (l).

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IV.

Mentre a questo modo la balistica e l'architettura militare andava mano mano avanzandosi da rozza arte a scienza, in Francia apparivano i primi segni di una milizia perpetua nazionale, e nella Germania, nella Svizzera e in Ispagna formavansi quelle terribili fanterie che dovevano rapire agli uomini d'arme l'onore delle battaglie.

(1) Allent, Hist. du génie, p. 2.

Posciachè la partenza delle compagnie bianche e la tregua accordata cogli Inglesi (1) ebbero liberata la Francia dalle insolenze degli amici e dagli assalti dei nemici, riposò essa alquanto; finchè, essendo morto il re Carlo v, la minorità e poscia la follia del suo successore, Carlo vi, non tornò a piombarla in un mare di miserie. L'ambizione di governare lo Stato accese lite tra li zii del re; i duchi di Berrì e d'Orleans da una parte, quel di Borgogna dall'altra si fecero capi di partito: le private passioni dei vassalli somministrarono esca alla guerra civile. Al duca di Borgogna si aderi la minuta plebe e più ribalda di Parigi; a quel di Orleans si accostò Giovanni conte di Armagnach, con una immensa turba di seguaci famelici e ferocissimi. Erano costoro esciti dalle terre comprese tra la Garonna e la Loira; una banda di tela bianca passata sulla destra spalla li distingueva: e in breve il nome degli Armagnacchi suonò terribilmente sotto le mura medesime di Parigi. Bentosto ai mali interni aggiunse gli esterni il re Enrico v A. 1415 d'Inghilterra: alla battaglia d'Azincourt il fiore della nobiltà francese rimase morto o preso; talchè, mentre l'ignavia del duca di Borgogna lascia cadere ogni cosa alla mercè degli Armagnacchi, e i principi del sangue mercanteggiano coll'Inglese il loro tradimento, i capitani di ventura seminano per tutto il regno lo spavento e la strage. Molte cose prestavano fomento a tanta confusione: in primo luogo lo scisma della Chiesa che da 10 anni infelicemente durava; in secondo luogo il desiderio

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(1) V. sopra, p. II. cap. V.

oramai sparso nelle minori classi di riscattarsi dalla abbiezione nella quale erano tenute: in terzo luogo i privilegi goduti a discapito della suprema potestà dalle classi più elevate. A ciò aggiungi l'ostinazione, nella quale erano entrate alcune città, di non voler dipendere da altri che da se stesse. Per ultimo, i medesimi mali erano causa ed effetto di altri mali; perlocchè con disperata sequela di sciagure la fame, le pestilenze, le stragi e le invasioni si avvicendavano ai tumulti ed ai saccheggi. In questa dissoluzione d'ogni ordine sociale, la città di Parigi fu presa dai Borgognoni, la regina ne venne rapita a forza, il conte d'Armagnach fu smembrato a furore di popolo, tre delfini successivamente perirono per violento modo, e il duca di Borgogna, contro la fede giurata, sotto gli occhi del proprio nipote venne barbaramente trucidato. Insomma a tale si giunse, che il nuovo delfino osò levar bandiera di ribellione contro il padre e re suo, e questi per vendicarsi assegnò in testamento il proprio Stato al re d'Inghilterra Enrico v. In capo a due anni entrambi i re, Carlo ed Enrico, morirono; e la Francia cadde in preda di infiniti condottieri, i quali sotto una propria loro insegna, o sotto quella del re d'Inghilterra o di Francia, o sotto lo stendardo del duca di Borgogna, oppure del duca di Orleans, o del Berrì, o della Brettagna, scorrevano le campagne, espugnavano i luoghi abitati, taglieggiavano, martoriavano, e quando ogni mobile sacro e profano era distrutto, le nude mura, le piante, i fruttiferi arbusti in una rovina consumavano. Invano la nobiltà francese raccolse l'estremo delle sue forze per salvare la patria, e combattè con

A. 1422

tro lo straniero nei campi di Crevant, di Verneuil e delle Aringhe: nuove sconfitte addoppiarono lutto a lutto, ed umiliazione ad umiliazione: e quindi niuna parte del regno fu più in salvo dal furore delle compagnie. Dopo avere sorpreso la città di Rue, i venturieri sparsersi nel Ponthieu, nell'Artois, nel Bolognese col nome di scorticatori: nè le ghiacciate vette delle Alpi furono sufficiente schermo all'Italia dai loro insulti (1). Da tanta profondità di miserie, alle quali nessun termine, come nessun aumento, appariva quasi possibile, sorse una giovinetta di umile nascita, di semplice costume e di ardente facondia. Credè che una celeste potenza l'avesse eletta a risvegliare la Francia dal suo indegno sopore, a liberarla dal giogo straniero, ed a ricomporla sotto il vero re Carlo vii, cui essa sopra ogni umana cosa riveriva. Alle sicure esortazioni, all'angelico costume di Giovanna d'Orleans si riscosse la Corte del re di Francia; si corse all'armi, si stanziarono spontanei aiuti di denaro: l'esempio di una povera vergine partorì meraviglie. Il re medesimo, tostochè intravvide un barlume di buona fortuna, si A, 1439 sciolse dalla usata pigrizia, convocò gli stati generali, impose alcun ordine alle finanze, e colla pecunia ricavata dai popoli parte dei venturieri disciplinò e A. 1444 ritenne seco, parte sotto il delfino mandò in soccorso

(1) Fra cotesta compagnia degli Scorticatori si trovarono un Tebaldo Valperga, un Bornio Cacchiere e un Luchino Rusca, Italiani, che mandati nel 1423 con 1500 uomini d'arme dal duca di Milano in aiuto del delfino, si fermarono in Francia a vivervi di ventura. Sismondi, Hist des Frang, t. XIII, p. 28. 179.248.

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