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10 aprile 1500

rate, li avevano molto male disposti verso il duca. Lo seppe il Triulzio, e per mezzo dei capitani della stessa nazione, che aveva nel suo campo, li fece tentare con denari e promesse. In conclusione, sia affatto per seducimento altrui, sia, come corse fama, per obbedienza ad un messaggio dei cantoni, in cui si proibiva alle soldatesche dell'uno e dell'altro esercito di venire alle mani, gli Svizzeri del duca di Milano risolsero di abbandonarlo alla sua ventura, e ritornare alle proprie case. Invano impiegò egli per dissuaderli ogni argomento di lagrime, di promesse e di doni; invano proferse ai Francesi umilissime condizioni di pace. Il Triulzio trovò modo di mandarle a monte. Da ultimo, posciachè senza gli Svizzeri nè fuggire, nè far battaglia, nè resistere poteva, Ludovico Sforza supplicolli in grazia, di venire accolto tra le loro file per stare alla fortuna, se non fosse riconosciuto, di salvarsi. A tanto di miseria era precipitato un principe, uso ad abbracciare col desiderio tutta l'Italia, dopo inaspettate vittorie, non vinto, anzi non pur tentata la prova delle armi! Passavano gli Svizzeri a due a due per mezzo il campo francese schierato sopra due fronti; e in abito soldatesco, colla picca in mano marciava tra loro Ludovico il Moro; quand'ecco pei cenni d'un traditore viene scoperto, e tosto insieme coi fratelli da Sanseverino condotto al cospetto del nemico. In questo punto nel Triulzio la rabbia d'esule e la superbia di vincitore prevalsero alla grandezza ordinaria della sua fama e dei suoi propositi. Non solo tollerò di mirarsi davanti in miserabile aspetto l'antico suo signore, ma non ebbe vergogna di ricordargli con

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CAPITOLO TERZ0, 529

amari sarcasmi i torti da lui ricevuti. Sciagurato! che
non prevedeva di quanta ingratitudine fossero per
rimeritarlo quei medesimi padroni, ai cui interessi
allora immolava la sua vera gloria! Chè se Ludovico
Sforza si mostrò nel resto della sua carriera vano,
insolente, crudele, dalla prima sua cacciata all'infor-
tunio di Novara s'acquistò abbondante lode di pru-
denza, di alacrità, di valore, e di ogni altro pregio
conveniente a principe ed a privato: anzi queste ul-
time sue opere, e le perverse di chi gli successe, e
la perfidia colla quale fu trattato, ne dovrebbero dis-
acerbare quasi la memoria appresso i posteri, se la
sventura bastasse a cancellare i delitti.
Del resto tutti sanno, come i Francesi ricuperas-
sero senza contrasto la Lombardia, come Ludovico
Sforza languisse dieci anni in Francia nel castello di
Loches, e quel Turmann svizzero, che l'aveva tradito
al prezzo di cinquecento scudi, venisse in patria dopo
severi esami decapitato per pubblica sentenza (1).

II.

La pace di Soriano testè conclusa coi Vitelli e co-A. 150 gli Orsini aveva non ispento, ma consolidato nel papa Alessandro vi e in Cesare Borgia duca Valentino suo figliuolo il vivo desiderio di sbarbicare affatto dalle città soggette tutta la turba dei tirannelli, e sopra i loro cadaveri ergere un solo e terribile

(1) Rosmini, cit.l. VIII doc. 12. 13. – De Zur-Lauben, Hist. milit. des Suisses, t. IV. 108. – Guicciard. IV. 288. – Sismondi, Hist. des Franc. t. XV. 317. – Prato, Storia di Mil. p. 247 (Archivio Stor. t. III).

La nota XXIV contiene il sunto degli esami e delle sentenze.

principato. Vasto disegno, che avrebbe riunito in un bel corpo città e provincie senza utile nè splendore divise e malmenate; se da una parte inaspettati eventi non avessero rotto le fila della gran tela, e dall'altra i mezzi impiegati a tesserla fossero stati (anche tenuta ragione dell'indole di quei tempi) meno crudi e criminosi. Il primo pensiero del Valentino fu quello di dividere e imperare. Ora per dividere mille strade gli erano apparecchiate, come mutue gelosie, inveterati sdegni, mal represse ambizioni: aggiungi che le spoglie del primo signore potevano proporsi in premio ad un secondo, e quelle del secondo ad un terzo; e così abbattere l'uno col braccio dell'altro. Le vie poi d'imperare, se gli fossero note, vedrà il lettore. Cominciò dall'unirsi strettamente col re di Francia, e impetronne un aiuto di 500 lancie e di 2000 - fanti: quindi fece lega cogli Orsini, con Vitellozzo Vitelli, e con Giampaolo Baglioni signore di Perugia, avendo ad essi fissato per guiderdone le sostanze dei Colonnesi e dei Savelli. Ma già prima aveva egli assoldato 700 uomini d'arme tra Spagnuoli e Italiani, 6000 fanti, e le ordinanze a piedi oramai famose di Naldo e di Vincenzo da Brisighella. Con queste forze discacciò da Imola e da Forlì Caterina Sforza, prese Rimini e Pesaro, occupò Val di Lamone, e mediante un accordo da lui giurato, ma non adempito, entrò nella città di Faenza (1). Di colà col medesimo impeto proruppe nella Toscana, sforzò i Fiorentini a stabilirgli una condotta di 500 lancie, e spinse il

(1) Guicciard. V. 304. 313. –Machiav. Il principe, c. VII.

sacco e lo spavento fin sotto Pisa. Ciò fatto, ritornò addietro per accompagnare l'esercito francese, che dalla Lombardia marciava alla conquista del regno di Napoli (1). Avevano due re fatto un segretissimo concerto di espellere da Napoli Don Federico di Aragona, il quale pocanzi vi era succeduto nel trono al nipote Don Ferdinando, e spartirsene lo Stato. Di essi re l'uno era Ludovico XII di Francia, l'altro Ferdinando il Cattolico di Spagna: quegli sotto il pretesto delle antiche ragioni della casa d'Angiò, questi sotto la scusa che, siccome Napoli era già stata sottomessa dal primo Alfonso colle forze della Spagna, così doveva ricadere alla Spagna. Il trattato, anzi il tradimento concluso tra loro, venne prima in luce, che il buon re Federico ne concepisse sospetto. A un tratto il d'Aubigny, coi Francesi dall'Abruzzo, Consalvo di Cordova cogli Spagnuoli dalla Calabria inferirono guerra, quegli occupando il contado di Tagliacozzo ai Colonnesi, e concedendolo agli Orsini, questi inalberando le insegne di Spagna nelle città, che egli medesimo sino allora aveva custodito a nome del re di Napoli. In breve ogni sforzo si ridusse attorno Capua, dove la fede e la esperienza di Fabrizio Colonna avrebbero opposto agli assedianti una resistenza degna dell'onore italiano, se il popolo tumultuante e già proclive a riversarsi sopra i difensori non lo avesse costretto a domandare di arrendersi. Però, mentre Fabrizio sugli spaldi ne sta trattando coi nemici,

(1) Ammirato, Storia di Firenze, l. XXVII.264. – Guicciardimi, l. V. p. 320.

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questi, pigliando ardire dalla negligenza degli assediati, appoggiano pian piano le scale alle mura, le superano, ed in un batter d'occhio Capua è da loro mandata a ferro ed a sacco. Molte donne per salvare il proprio onore gettaronsi nei pozzi: quaranta delle più vaghe furono dal Valentino serbate ai suoi piaceri. Dei cittadini, chi avanzò dalla strage fu condotto via prigione; dei capitani, Fabrizio riscattossia buona guerra (1): ma non così Ranuccio da Marciano, a cui Vitellozzo Vitelli, in vendetta del supplizio del proprio fratello, con rimedii avvelenati sulle piaghe accelerò il fine. Il buon re Don Federico, fatto miserabile spettacolo delle bizzarrie della fortuna, cercò nelle braccia di Ludovico XII un asilo ed uno stato. Ben

tosto le discordie insorte fra i vincitori gli valsero

come di vendetta e verso i principi che lo avevano

spossessato, e verso i popoli che lo avevano tra

dito (2).
Sbrigati dalla guerra di Napoli, il Baglioni, il Vi-

A 1502 telli e gli Orsini si affrettarono a porre in salvo nelle

loro castella la ricca preda: poscia, mossi non meno dalla propria cupidigia che dalle esortazioni del Va

(1) Sulla fine del 1502, stando il Consalvo in Barletta assediato dai Francesi, furono tra lui e il generale nemico regolate le taglie dei prigionieri così: che un fante privato pagasse di riscatto un mese di soldo, un uomo d'armi ne pagasse tre mesi, un capitano di fanteria sei mesi, ed un capitano di cavalleria dodici mesi. Quanto ai condottieri di chiaro sangue o riputazione, il prezzo del loro riscatto doveva dipendere dall'arbitrio del capitano generale. V. Ulloa, Vita di Carlo r, f. 15 (Venezia 1562).

(2) Guicciard. V. 328. – Jovii, Vita M. Consalvi, l. I. p. 230.

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