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entra qnella dell'Oronaia, poscia risalire l'Oronaia alle sue sorgenti, e montare la vetta dell'Argentiera; e tutto questo eseguire colle pesanti artiglierie, ed in brevissimo tempo per non dare presa al nemico di opporsi, e non ostanti le enormi roccie, e i gioghi, e i precipizii ad ogni tratto interposti. Ma il re voleva quella impresa, e la guidava il Triulzio, ed oltre l'Argentiera era il Piemonte, era Milano, erano le belle donne lombarde, e i ricchi scrigni degli industriosi Italiani; fu perciò senza esitazione posta mano al lavoro.

Diventata inutile l'opera dei cavalli, comincio-M eoi picconi e colle scuri a spianare le erte, e su per esse a spalle ed a braccia portare le artiglierie, o trascinarle con corde, o spingerle a forza di petti in su. Pervenute che erano sopra l'erta, un largo e profondo baratro le disgiungeva talvolta dall'opposta balza. Allora tu avresti veduto alle nuove difficoltà nuovi ingegni e nuove forze supplire; ed ora, mediante robuste funi ed argani fermati agli scogli od ai tronchi d'alberi delle due vette, trainarsi quasi per incantesimo dall'una all'altra cima per aria le artiglierie; ora tra balza e balza con puntella e corde gettarsi nn tavolato affinché serva di strada; ora alle prominenze medesime dei precipizii appoggiare le travi, sulle quali ecco stendersi tavole e fascine e zolle, e condursi settantadue cannoni, le cui pesanti carrette mandano per le inospite valli un non più udito fragore.

Cosi con maravigliosa industria degli operai e travaglio dei soldati si pervenne ai piedi dell'Argentiera, là dove il colle bipartendo le sorgenti dcll'Oronuia

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scevera le acque della Francia da quelle dell'Italia. Di colà per la valle della Stura, rompendo la balza di Pie di porco che tagliava la valle pel mezzo, scesero, non ancor terminato il quarto giorno, al Sambucco poche miglia sopra Vinadio. Così fu compita codesta impresa, che sarà in tutta la memoria dei fatti di guerra lodevolissima, e degna, se agli antichi si risguarda, di venire comparata colla famosa di Annibale, se ai moderni, colle stupende calate dello Spluga e del San Bernardo. Tanta gloria a un Italiano, il quale già aveva trascorso il settantaquattresimo anno del viver suo, era serbata! Ài Francesi apparteneva coglierne per nostro danno i frutti (I).

Mentre passavano di quel modo le artiglierie pel colle dell'Argentiera, il più degli uomini d'arme e dei fanti camminavano pei gioghi della Dragoniera e della Rocca Perotta, preceduti dal cavaliere Baiardo, che, sdegnoso di maggiori comandi, col solo grado di capitano si era acquistata fama e riverenza invidiata dai principi. Ora entrato appena in Piemonte, concepì egli nell'animo una arditissima fazione. Sapendo] che stavano alloggiate in Carmagnola 500 lancie della compagnia di Prospero Colonna, e che esse vivevano senza ombra di timore, s'avvisò di uscire a furia da Sa viglia no colle squadre a cavallo dell'Imbercourt, dell'Aubigny e del Chabannes, sorprendere quella terra, e svaligiarvi e farvi prigioniero chi vi era dentro. Né al disegno fu meno pronta l'esecuzione per parte dei cavalieri francesi, nei quali

(1) Giovio, St. XV. 409. — Guicciard. XII. 173. — Rosraini, Vita del Triulzio, XI. 489.

si conservavano tuttavia alcune vestigia delle antiche iustilM/ioni feudali e cavalieresche, e della corrispoudente indipendenza e alacrità individuale, cui poscia una più accurata disciplina ristrinse e riunì attorno al servigio del principe.

Aveva Prospero Colonna avuto certo avviso dell'arrivo del Baiardo, ma non già di quello degli altri di lui compagni; sicché più volte scherzando cogli amici si era vantato di pigliarlo, come tordo in gabbia; e in fatti prendeva nelle sue cose quella sicurtà, che in paese amico e difeso strabbondantemente gli pareva poter prendere. Con questa disposizione di animo si partì adunque sul tardi da Carmagnola per raggiungere il campo generale degli Svizzeri presso Pinerolo. Giunto a Villafranca, fece alto per refiziarsi e sentir messa. Mentre si recava alla chiesa, taluno gli disse che i nemici avevano in gran numero passato i monti, ed egli motteggiando rispondeva, che non si era ancora veduto gente armata volare sopra le Alpi. Udita la messa, siccome di nuovo gli esploratori gli riferivano che i Francesi erano vicini, chiamò uno dei suoi gentiluomini, e gli impose di scorrere con una ventina di cavalli due o tre miglia sopra la strada di Carmagnola. Ciò fatto ordinò al trombetto di suonare la partenza, tostoché avesse pranzato.

A un miglio e mezzo dalle porte, gli scorridori del Colonna scopersero da lontano i Francesi, che, avendo trovata Carmagnola vuota di gente, con grande impeto venivano verso Villafranca. Tosto quelli si rivolsero addietro; ma con non minore celerità si scagliano alle loro spalle gli arcieri a cavallo dell'lmbercotirt, che li raggiungono, e insieme confusi, Italiani e Francesi, precipitatisi dentro Villafranca. Dietro l'Imbercourt, gridando Francia Francia, galoppava Baiardo seguitato dall'Aubigny e dal Chabannes, i quali a prima giunta oppressero le guardie stordite e disarmate. Quindi senz'altro ostacolo trassero alla casa ove era alloggiato Prospero Colonna.

Vi arrivarono quando già, sbarrate le porte, e disposti i famigli, questi si preparava a difendersi virilmente. Ma troppo presto fu a sopraggiungervi il cavaliere Baiardo, il quale, avendo rotte le porte, e scalate le finestre, inondò le camere di armati, e gli comandò di arrendersi. Prospero gli chiese chi egli fosse; avendo inteso che egli era Baiardo, e che con lui si trovava il fiore della nobiltà francese; « volentieri a voi mi arrendo», esclamò, e rimase prigione. La innocente terra insieme con tutte le soldatesche che vi erano dentro, andò a bottino: il Colonna, tra suppellettili, vasellame e danaro spiccio, vi perdette meglio di cinquantamila scudi.

Aveva il cavaliere Baiardo grande capriccio in sui lunghi ragionamenti. Un dì volle far toccare con mano al Colonna su* prigioniero, ch'egli doveva ringraziare il cielo della propria cattività; stanteché lo liberava dalla certa morte e sconfitta, a cui senza fallo sarebbe andato incontro nel corso della guerra. « Ben io mi avrei volentieri pigliato codesta briga rispose fra i denti il condottiero romano. Per Topposito un'altra volta nel discorrerne col Triulzio, essendo sfuggito di bocca al Colonna, che l'infortunio succedutogli a Villafranca poteva accadere a qualsiasi. A voi si, a me no » soggiunse un po' bruscamente il maresciallo, solito ad avere di se stesso ben altri concetti (1).

VII.

La subita calata dell'esercito francese, e l'inaspettata sconfitta e presa di Prospero Colonna, astrinsero gli Svizzeri a ritirarsi primieramente a Novara, e quindi a Gallarate, sempre nella incertezza se dovessero seguitare nel servigio della Lega, dalla quale si miravano pressoché abbandonati, oppure accettare le larghe condizioni di pace, che loro andava proponendo l'inimico. Levò tutte codeste incertezze l'arrivo di venti insegne di genti guidate dal Rostio capitano presso loro di molta estimazione; perlocché, rigettate le offerte del re Francesco i, si ridussero da Gallarate a Milano, sia per difendere la città dai Francesi, sia per appropinquarsi all'esercito del Papa e del re di Spagna, che sotto il governo di Lorenzo de' Medici e del viceré D. Raimondo Cardona stava a Piacenza dubbioso tra la voglia di compiacere a una parte eia paura di offendere l'altra. Ciò veggendo il re di Francia si inoltrò da Buffalora per Abbiategrasso sino a Marignano, terra posta sopra la via che da Milano mette a Cremona, col duplice fine, e di congiungersi alle genti venete, che l'Alviano con maravigliosa celerilà gli conduceva incontro dal Polesine di Rovigo, e di impedire all'esercito pontificio e spagnuolo di raccozzarsi cogli Svizzeri.

(1) Mém. de Bayard, eh. LIX. p. 92 (Colteci, de mém. t. XVI). — Mém. de Fleuranges, eh. XLIX. p. 283 —Mém. de M du Bcllay, 260. — Guicciard. XII. 175. — Giovio, XV. 411. Rosmini, Vita del Triukio, XI. 491.

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