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dell'armi; allorchè una infermità venuta a Francesco
Sforza, e poscia una tregua di sei mesi sopraggiunsero
a differire quella decisione ad altri tempi e luoghi (1).
Col favore di cotesta tregua, Niccolò Piccinino scorse
fin sotto Bologna, città ognora smembrata tra faziosi
e malcontenti, vi si congiunse a 2000 cavalli spedi-
tigli da Milano, e volendosi approfittare delle gare,
che sapeva essere insorte nel campo ecclesiastico tra
Niccolò da Tolentino e il cardinale legato, s'avanzò da
Imola verso Castel Bolognese preparato a far battaglia.
Divideva gli eserciti un rivo molto profondo e grosso
d'acque: uno stretto ponte a filo della via Emilia ne
congiungeva le ripe molto alte e precipitose. Di là
dal ponte sopra la strada stavano accampati i ponti
ficii, di quà si erano fermati i ducali. Il Piccinino,
considerato il terreno, che verso meriggio andavasco-
scendendosi in valli e poggi, per folti sterpi e segrete
macchie opportuni alle imboscate, quivi si appostò
coi più bravi a sopraccapo del ponte: nel medesimo
tempo mandò alcuni fanti ad appiccare zuffa col ne
mico al di là del ponte; ma con ordine, che a poco a
poco ritraendosi in sembianza di fuga, procurassero
di condurlo sotto l'agguato.
Fu l'esecuzione conforme affatto al divisamento,
Era allora per caso la maggior parte de' pontificii
sparpagliata per le campagne ad assicurarne le ri-
colte: i restanti, quale con armi, quale senza, tosto-
chè sentirono che il ponte era assalito, vi si precipi-
tarono in massa per difenderlo. I ducali, fatta breve
mostra di resistere, cominciarono a ritirarsi: quelli

(2) Joh. Simonett. 232. – Spirito, L'altro Marte, c. XLIX.

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ne presero ardire, e, seguitando la facile vittoria, si spinsero avanti ad incalzarli. Invano il Tolentino, dalla età e dall'ingegno fatto presago dell'avvenire, gridava, protestava: « essere la fuga de'Braccieschi un inganno; tornassero, si fermassero; stare apparecchiata nella pianura oltre il ponte l'onta e disfatta di tutto il campo». Ma chi potè mai frenare l'impeto di gente inesperta e persuasa di conseguire una vittoria incontrastata? Egli medesimo, rivestite a malincuore le armi, affine di evitare un maggior male, fu sforzato ad accompagnare di quà dal ponte le matte schiere. Ciò veduto, il Piccinino scende a furia dai colli, occupa prestamente la bocca del ponte, e assalta alle spalle e ne'fianchi le schiere che l'hanno passato. Nello stesso istante le sue fanterie, che simulavano la fuga, voltavano audacemente la fronte. Così quasi senza fatica 5500 cavalli e 1000 fanti rimasero prigionieri. Più sventurato di tutti il Tolentino, in

degna vittima dell'errore altrui; che, mentre in

umile arnese tenta fra i pruni di afferrare l'altra
riva, è fatto prigione, e quindi in pena d'avere ab-
bandonato il duca di Milano nella guerra passata,
precipitato dalle aspre balze di Val di Taro. Si sparse
poi voce, da nessuno creduta, che di per sè a caso
vi traboccasse (1).
Per conseguenza della battaglia di Castel Bolognese
si concluse una nuova pace in Ferrara; in virtù della
quale la città di Bologna venne ceduta al Visconti.

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III.

Erasi nell'accordo riserbato un onorevole luogo al Fortebraccio: ma questi era uno di quegli uomini, i quali, anzichè star quieti, amano attendere dal dubbio cimento delle armi i beni, che la pace darebbe loro a piene mani. Rifiutò adunque i patti, e solo si rimase incontro alla lega composta del papa, de Veneziani e dei Fiorentini. Campeggiava egli allora Fiordimonte, fortissima rocca elevata quasi dalla natura sopra un'alta vetta d'ogni intorno cinta di dirupi. Il seppe Francesco Sforza, il quale era stato dichiarato per due anni capitano generale di essa lega, colla condotta di 5000 cavalli e mille fanti, e mandò a soccorrere la piazza Manno Barile, antico commilitone del padre suo, e Taliano da Forlì testè da lui assoldato con 600 cavalli. Costoro, quando meno Niccolò sel pensa, si arrampicano pian piano per l'opposta pendice, ne sforzano le trincee, si uniscono alla guarnigione della rocca, e dopo un breve combattimento mettono in rotta e in fuga le schiere degli assedianti.

Fu travolta nel comune scompiglio la persona medesima di Fortebraccio. Il ravvisò alla splendente armatura, alla ricca divisa Cristofaro da Forlì, scudiero di Sforza, e senza più gli si avventò per ferirlo. Niccolò, schivato il colpo, affrettò la corsa ; Cristofaro con non minor foga gli tenne dietro. Pieno era il colle di fuggiaschi, d'armi e di cavalli, come l'inopinato terrore li mescolava; pieno era dei vincitori quà e là disseminati ad inseguire e ad uccidere: fra mezzo a loro trasvolava su feroce destriero Fortebraccio, e dietro a lui il Forlivese gridando ed accennando di arrestarlo: ognuno, ignorando che fosse, si soffermava muto a contemplare quella furia; quand'ecco entrambi ciechi dalla smania, uomo e cavallo traboccano ad un fascio in un burrone. Fu d'un salto Cristofaro ritto sui piè: Fortebraccio, rimasto con un ginocchio sotto il destriero, invano si sforzò di rilevarsi: quegli gli intimò tosto di arrendersi; questi con buone parole si studiò di trattenerlo tanto da sciogliersi dall'impaccio o ricevere aiuto. Così adunque, mentre Nicolò con inauditi sforzi bada a ritrarre la gamba di sotto all'acerbo peso, e Cristofaro più e più lo stringe per disarmarlo, trascorse alcuno istante. Finalmente, avendo Fortebraccio menati sottomano al nemico due colpi di spada, questi ne prese tanta ira, che, cacciatagli la sua tra il naso e la guancia, quasi morto conficcolo al suolo. Sopravveniva in quel mentre Alessandro fratello di Francesco Sforza; Fortebraccio chiuse gli occhi per non vederlo, e durante le due ore che ancora visse, senza dir motto o far cenno, più non li riaperse (1).

Il disastro di Fiordimonte fu causa di una quasi totale sovversione della scuola bracciesca. Carlo, unico rampollo di questa famiglia sciagurata, dopo essersi invano provato a difendere Assisi, per ultimo suo scampo ricoverossi in Firenze. Quivi riunì in compagnia i più famosi soldati del padre e del cugino, e se ne fece capo. Ma quella fortuna, la quale aveva funestato le ultime ore di cotesti due, e prepa

(1) Blond. Flav. dec. III. l. VII. p. 500. – Lilli, St. di Camerino, l. VI. p. lI. p. 184.

rava dolorosi travagli al Piccinino e a tutta la sua stirpe, allestiva altri affanni al misero giovane, non da gloria disacerbati, non da ricchezze, non da conforto di patria o di congiunti. Del resto sia per lo spavento di tanta disfatta, sia pei manifesti favori de Veneziani, ovvero pegli occulti dei Fiorentini, sia sopra ogni cosa per le armi e la riputazione di Francesco Sforza, sia infine per tutte queste cagioni insieme, fatto è che pochi giorni bastarono a costui per ricuperare al sommo pontefice Eugenio Iv il perduto dominio. Forlì medesima, non ostante la stretta amicizia, che passava tra Sforza e l'Ordelaffi, dal quale era signoreggiata, di viva forza venne sotto- s" messa alla Chiesa. Se non che tanti e così facili riacquisti rendevano al pontefice più amara la privazione della Marca, al cui prezzo, come narrammo, era stata guadagnata l'amicizia di Sforza; e siccome dalla gratitudine all'odio non vi ha talvolta alcuna via di mezzo, così, posciachè Francesco Sforza aveva ricuperato tutto il resto, parve tempo di toglierlo di mezzo, e levarsi ad un tratto l'obbligo ed il danno. Il conseguirlo coll'armi sembrava impossibile: si ricorse ai tradimenti. - - Reggeva le cose temporali della Chiesa Baldassare di Offida, cattivo soldato, peggior consigliero. Costui cominciò dal farsi amico il duca di Milano, e ottenerne promessa di celere aiuto ad ogni sua richiesta: quindi sotto simulati pretesti di non so quale spedizione, si fece consegnare da Sforza gran parte delle soldatesche. Allora dispose la trama in modo, che nel medesimo tempo questi venisse ammazzato, e le sue genti, quant'esse fossero e dovunque si trovas

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