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lentino, invasero la Toscana. E già, avendo occupato Cortona e la Valle di Chiana, preso Anghiari e Borgo S. Sepolcro, e ribellato Arezzo, minacciavano davvicino la città di Firenze; se i comandi espressi del re di Francia, e soprattutto le novità che in questo intervallo di tempo venivano a maturanza nelle parti dell'Umbria e della Romagna, non li avessero più che in fretta fatti tornare indietro (1).

Tornando trovarono Astorre Manfredi ucciso, i Riarii depressi, i Varani contro la pubblica fede chiusi in prigione, Giovanni Sforza esule da Pesaro, i fratelli Malatesta, il signore di Piombino e i Bentivegli spogliati, dispersi e perseguitati a morte; e tutto ciò per opera del duca Valentino. Però nissuna altra cosa quanto la indegna spogliazione di Guidobaldo di Urbino aveva messo in chiaro i fini, la perfidia e la potenza di codesto Borgia, al cui incremento avevano eglino fino allora con tutto il vigore cooperato.

III.

In realtà era stato, non men che iniquo, inaspettato l'assalto. Il duca Valentino colla scusa di voler fornire non so quale impresa, pregò Guidobaldo ad imprestargli alcuni pezzi di artiglieria; Guidobaldo non solo glieli inviò, ma fece spianare la strada per Gubbio, per Cagli e per dovunque essi avevano a passare. Ciò appunto desiderava il duca, sia per divertirne l'attenzione, sia per godere di tutti quei vantaggi e levarli a Guidobaldo. Tosto per suo ordine

(1) Machiav. Discorsi, l. I. c. XXXVIIF. – Guicciard. V. 357.

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alcune bande di fanti si recarono a Cagli per ricevervi le artiglierie, e portarle via: ma non vi erano appena entrate, che si presentava sotto le medesime mura il duca in persona partito con diecimila armati da Spoleto. Lo accolsero i cittadini amorevolmente: egli stette queto, finchè le sue soldatesche non furono reficiate, e le porte della terra occupate. Allora corse le vie armata mano, e fece gridare: viva Valenza. Nel medesimo giorno per comando del medesimo Valentino veniva comandato nel territorio di Fano un uomo per casa, due mila pedoni assoldati si stendevano tra l'isola di Fano, Sorbolongo e Riforzato, i conti di Montevecchio e di S. Lorenzo coi loro dipendenti si appostavano a quei confini, e i castelli di Verrucchio e di S. Arcangelo erano a viva forza sorpresi ed espugnati. Tutto ciò veniva compiuto in poche ore, ma era il frutto di lunghe meditazioni e di sottili concerti. Frattanto il buon Guidobaldo era così lontano dal sospettare di un siffatto colpo, che mandava in dono al Valentino un superbo corsiero, e faceva accompagnare a Ferrara in segno di onore dalla propria moglie la sorella di lui. Perciò fu straordinario il suo stupore e sbigottimento, allorchè tutto ad un tratto si mirò il nemico in casa, e vide che a difendere lo Stato gli mancavano genti, denaro, tempo, armi ed artiglierie, e che il mortal colpo gli veniva da uomo, che due giorni innanzi lo aveva appellato fratello, e come fratello gli aveva chiesto aiuto e favore. Il tempo incalzava, i persecutori già instavano presso a S. Leo; ogni momento decideva di vita o di morte. Radunate in fretta le gioie e le carte più preziose,

CAPITOLO TERZOe ooo

accommiatossi lagrimando dai popoli, e con pochi seguaci a notte scura abbandonò la città, già sede di belle feste e di onesti studii, allora piena di confusione e di spavento per gente che fugge, o celasi nei monasteri, o trafuga robe e denari, mentre altri sta in ascolto per le vie, e s'accosta ai crocchi, e secondo il natural coraggio e la inclinazione dà e riceve consiglio. Però siccome tutti i tragetti si trovavano presi dalle genti del duca Valentino e tutte le gole dei monti custodite, e tutti i luoghi forti occupati, poca speranza di scampo riluceva all'ultimo germoglio di Guido e di Federico da Montefeltro. Dopo avere errato tutta la notte fra mille pericoli e terrori per strani viottoli e scoscesi dirupi, per bontà del cielo diede nelle mani di alcuni famigli mandati apposta quà e là sotto varii travestimenti da un amico suo, acciocchè lo scorgessero a Montecopiolo. Ristoratovisi, proseguì il viaggio fino a Sant'Agata, mediocre castello tra il Montefeltro e il confine fiorentino. Finquì era stato scortato da parecchi balestrieri, e dal suo nipote Francesco Maria della Rovere, che sei anni dipoi gli successe nel ducato di Urbino, e si acquistò gran nome nel mestiere delle armi: a Sant'Agata Guidobaldo congedò ognuno, e soletto, con non più che tre compagni, dopo avere mutato vesti e cavalcatura, si avviò verso il dominio di Firenze. Di già, traversato il vescovado di Sarsina, e varcato il fiume Savio, i quattro fuggitivi erano pervenuti sotto Montegiusto nel Cesenate, quando i villani deputati alla guardia di quei passi li scopersero al guado di non so quale torrentello. Subito da ogni lato si elevò il grido

di carne carne e di ammazza ammazza, e la collina si riempiè di armati, chi quà chi là accorrenti per farli prigioni o trucidarli. In tanto frangente, l'avarizia di chi lo inseguiva e l'accortezza di un fedel servo salvarono Guidobaldo. Infatti, mentre i villani perdono tempo ad arraffarne le valigie, lasciate apposta addietro, e le svolgono, e si azzuffano per strapparsi dalle mani quanto vi è dentro, Guidobaldo sfuggì loro dagli occhi. Alfine, dopo avere errato lunga pezza per monti e per selve ove il terrore lo conduceva, giunse sul tramontare del sole in Castelnuovo, vicino a Meldola. Apparteneva questo luoghicciuolo ai Veneziani; ma nemmeno colà dovevano avere termine le angoscie del misero principe: da una parte il vicario veneto, non si fidando di tenere tal ospite seco, gli intimò tosto di uscirne, non aspettate neppure le tenebre; dall'altra parte non sapeva egli medesimo ove indirizzarsi, dacchè certa donna venuta dal mercato lo aveva avvisato, che i passi verso Galeata, e la strada maestra per Ravenna, anzi Meldola stessa rumoreggiavano di fanti e di cavalli nemici. Ciò nondimeno, pigliando forza dalla disperazione, Guidobaldo monta di nuovo a cavallo sotto altre spoglie, e per contorte vie s'incammina a Paderna. Traversò tra Bertinoro e Cesena felicemente la strada maestra, e verso l'abbuiare giunse in una larga pianura. Quivi si soffermò a prender fiato: ma incontanente un orrendo frastuono di cannoni e di campane, e uno spesseggiare infesto di cenni e di fuochi sopra le colline attorno sopravvennero a rinnovargli colla paura la necessità del fuggire. Fugge egli adunque di nuovo; e già nel buio della notte sembrava alla sua atterrita fantasia di udire lo scalpito dei cavalli

e le grida minacciose dei satelliti che da ogni banda

lo inseguissero a morte. Come Dio volle, allo spuntare dell'aurora scòrse le mura amiche di Ravenna;

e allora il suo animo attonito e quasi trasognato restò,

rivolgendosi ai pericoli corsi e alla sofferta mutazione

di fortuna (1). Codesto esempio principalmente ammonì i condot

tieri, i quali ritornavano dalle spedizioni di Napoli

e della Toscana, a opporre una comune difesa al co

mune pericolo. Fu concertato un general convegno

di tutti loro alla Magione, villeggiatura posseduta da

Giampaolo Baglioni sul Perugino. Quivi si trovarono, o si fecero rappresentare da ambasciatori, tutti gli Orsini (già amici e servitori al Borgia e al re di Francia, ora per necessità avversi all'uno ed all'altro), Vitellozzo, il Baglioni suddetto, Guidobaldo, il Bentivoglio già padrone di Bologna, e Pandolfo Petrucci signore di Siena. Ma quegli che per risolutezza di concetti e terribilità di fama a tutti sovrastava, era Oliverotto Freducci da Fermo. Orfano dei genitori, era egli stato con paterna cura nodrito nei primi suoi anni da Giovanni Fogliani, signore di Fermo e suo zio materno: quindi sotto Paolo e Vitellozzo Vitelli si procacciò non volgar lode nella milizia. Giunto così al sommo dei gradi conceduti allora a uomo privato, considerò che niun condottiero poteva più vi

vere e crescere senza uno Stato: « e se un unico osta

(1) Baldi, vita di Guidobaldo, i vi 240 (Milano 1821). Vol. III. 22

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