Il logos violato: la violenza nella filosofia

Copertina anteriore
EDIZIONI DEDALO, 2001 - 406 pagine
La filosofia è sempre presentata come il discorso ragionevole (logos) che si oppone all'insensatezza e alla violenza. Gli orrori del Novecento hanno messo in crisi questa immagine rassicurante, non solo perché hanno mostrato la scarsa efficacia di ogni appello alla ragionevolezza, ma ancor più perché hanno rivelato come la ragione stessa possa mettersi al servizio della violenza e della barbarie. La filosofia è stata così costretta a riconoscere che la violenza non è semplicemente ciò che la minaccia dall'esterno, ma qualcosa che appartiene come possibilità alla sua stessa natura e che si rivela come tale proprio quando essa pretende di ridurre la molteplicità e l'alterità del reale ad un unico ordine di senso.
 

Cosa dicono le persone - Scrivi una recensione

Recensione dell'utente - Segnala come inappropriato

COSA DOVREMMO INTENDERE CON
“REGNO DI DIO“?
Nei Vangeli Gesù promette ed invita ad attendere un imminente avvento del “Regno di Dio”; non aggiunge molto di più, proprio come avviene quando si
allude ad eventi molto attesi e, soprattutto, di condivisa necessità e di sufficiente chiarezza. Possiamo abbastanza facilmente arguire che il Cristo dei vangeli alluda all’incombente presenza del biblico “peccato originale” che grava sull’Umanità con tutto il peso della sua irreversibilità entropica dove ben si assocerebbe una condanna divina quale è, appunto, la perdita irreversibile della speranza di riuscire ad approssimare almeno la semplice direzione verso cui orientarsi per la ricerca della “Conoscenza Assoluta”, cioè di Dio o, se si preferisce, l’eterna sussistenza in Me, dell’IO cosciente. La locuzione “Conoscenza Assoluta” qui è usata in sostituzione, o per tendere al significato, di “Dio”, parola con cui, ma con gravissima inadeguatezza di linguaggio, la si è, da sempre usata in senso oggettivistico, senso che sempre ci induce a sostenere l’abitudine, più che la convinzione, di cercare la prova della verità, di qualsiasi verità, attraverso la mera oggettivazione dei concetti anche quando questi non sarebbero oggettivabili. Ma l’entità divina non è trasportabile fuori dall’IO cosciente, ciò proprio per la non oggettività sia del concetto di divinità sia di quello di “IO cosciente”. A questo riguardo va comunque notato come persino il linguaggio dei quattro Vangeli porti ad oggettivare, materializzandola, la natura trascendente del Cristo, nel tentativo semplicistico, direi anche “sempliciotto” di meglio avvicinarla alla compressione di una umanità, allora come oggi, povera, impreparata e bisognosa di guida a questo riguardo e non solo.
Ma veniamo al concetto di “Regno di Dio”, a cosa alludono esattamente i Vangeli? Potremmo pensare, come minimo, ad un mondo quale sarebbe dopo la sperabile cancellazione del peccato originale o, almeno, della sperabile irreversibilità delle sue temute conseguenze; ciò, penso, definirebbe in qualche modo il Regno; ma si potrebbe anche semplicemente intendere che il Regno inizi con la morte e la resurrezione del Cristo. Tutto questo appare ragionevole, ma bisogna far pur sempre attenzione al rischio di oggettivare l’inoggettivabile il che, alla lunga, porta (e, nei fatti, ha da sempre portato) all’ateismo banale e, spessissimo, palesemente stupido. Tale, infatti, si appalesò in Pier Simon de la Place, grande matematico e scienziato di fine ‘700 che, interrogato in merito al fatto, allora inconsueto, di non aver per nulla citato, nella sua opera scientifica che sintetizzava le allora nuove teorie Newtoniane-Lagranciane, la solita iniziale e rispettosa citazione di Dio, rispose semplicemente di “non aver avuto bisogno di tale ipotesi”. Questo ed altro s’incontra ad ogni passo nella ordinaria quotidianità.
Come evitare ancora oggi, a 250 dalla rivoluzione francese, tali idiozie che ancora, purtroppo, si sentono? ricorrendo, forse all’auto-analisi dell’IO cosciente? Qui l’IO cosciente è da percepire come il baricentro dell’Universo, ciò per riuscire a concentrare le energie verso la singolarità della propria autocoscienza di Osservatore (Coscienza che osserva, quindi, agisce e si riconosce nell’essere proprio l’Universo e il suo centro) cioè l’entità che muove verso l’universalità, l’unicità e la responsabilità universale, cosa che è propria dell’IO stesso. Ciò dovrebbe forse essere tradotto anche come il senso profondo della preghiera, che così è da interpretarsi come studio interiore cioè riflessione logica sull’essenza di fondo della divinità, un bel dire! Ma non tanto, però; ma basterebbe, forse, almeno a far sperare di riuscire a cogliere qualcosa che dia, anzi, che tragga il senso ed un fascino dalla complessità degli argomenti di questa natura, ma anche questo è un bel dire! Lo è per il fatto che il riflettere bene sui vangeli potrebbe o dovrebbe
 

Sommario

Sezione 1
5
Sezione 2
15
Sezione 3
89
Sezione 4
90
Sezione 5
121
Sezione 6
173
Sezione 7
195
Sezione 8
197
Sezione 11
250
Sezione 12
267
Sezione 13
268
Sezione 14
310
Sezione 15
370
Sezione 16
383
Sezione 17
393
Sezione 18

Sezione 9
225
Sezione 10
241
Sezione 19
Sezione 20

Parole e frasi comuni

Informazioni bibliografiche