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sgominò numerosi eserciti nemici, e quali città, forti di postura, prendesse d'assalto.

8. Ma la fortuna è arbitra di tutto, e, più per capriccio che per ragione, dona e toglie fama alle cose. Grandi e splendide, siccome mi penso, furono le imprese degli Ateniesi, ma alquanto da meno del grido che ne corre. Perchè colà fiorirono eccellenti scrittori, le gesta degli Ateniesi vengono decantate per tutto quanto il mondo, quasi prodigi. Così la virtù di coloro che le operarono, poggia tanto più alto, quanto più valsero a sublimarla quei chiarissimi ingegni. Mai non si ebbe di questi favori il popolo romano, perchè i più levati di mente erano uomini dati agli affari; nessuno scompagnava l'esercizio della mente da quello del corpo; chi più valeva, amava più l'operare che il parlare, e le virtuose sue opere essere da altri lodate, che farsi egli lodatore delle altrui.

9. Adunque nella città e nell'esercito era osservato il buon costume. Massima la concordia, di avarizia presso che nulla: il giusto e l'onesto traeva forza più dalla loro natura, che dalle leggi. Le contese, le discordie, i livori esercitavano coi nemici, tra cittadino e cittadino si gareggiava solo di virtù; magnifici nel culto degl' iddii, frugali nella famiglia, fedeli con gli amici. Con questi due argomenti, con l'osare in guerra e, fatta la pace, con la giustizia, sè stessi e lo stato governavano. Delle quali cose io mi ho questi luculentissimi documenti, che più spesso si andò in guerra a punire coloro che contro il divieto avevano mescolato le mani col nemico e che, chiamati a raccolta, indugiavano a ritrarsi dalla mischia, che coloro ai quali era bastato l'animo disertare le insegne o per forza abbandonare il posto. In tempo di pace poi, più col dolce che con l'amaro correggevano, ed alla patita ingiuria amavano piuttosto rispondere col perdono, che con la vendetta.

10. Ma, poichè lo Stato aggrandì per le fatiche guerresche e per giustizia, potenti re furono domi in guerra, selvagge tribù, pode

thago, aemula imperi Romani, ab stirpe interiit, cuncta maria terraeque patebant, saevire fortuna ac miscere omnia coepit. qui labores, pericula, dubias atque asperas res facile toleraverant, his otium divitiaeque optandae aliis oneri miseriaeque fuere. igitur primo pecuniae, deinde imperi cupido crevit; ea quasi materies omnium malorum fuere. namque avaritia fidem, probitatem ceterasque artis bonas subvortit; pro his superbiam, crudelitatem, deos neglegere, omnia venalia habere edocuit. ambitio multos mortalis falsos fieri subegit, aliud clausum in pectore, aliud in lingua promptum habere, amicitias inimicitiasque non ex re, sed ex commodo aestumare, magisque voltum quam ingenium bonum habere. haec primo paulatim crescere, interdum vindicari; post, ubi contagio quasi pestilentia invasit, civitas inmutata, imperium ex iustissumo atque optumo crudele intolerandumque factum.

11. Sed primo magis ambitio quam avaritia animos hominum exercebat, quod tamen vitium propius virtutem erat. nam gloriam, honorem, imperium bonus et ignavus aeque sibi exoptant; sed ille vera via nititur, huic quia bonae artes desunt, dolis atque fallaciis contendit. avaritia pecuniae studium habet, quam nemo sapiens concupivit; ea quasi venenis malis inbuta corpus animumque virilem effeminat, semper infinita, insatiabilis est, neque copia neque inopia minuitur. sed postquam L. Sulla, armis recepta re publica, bonis initiis malos eventus habuit, rapere omnes, trahere, domum alius, alius agros cupere, neque modum neque modestiam victores habere, foeda crudeliaque in civis facinora facere. huc accedebat, quod L. Sulla exercitum, quem in Asia ductaverat, quo sibi fidum faceret, contra morem maiorum lu

rosi popoli aggiogati con la forza; di Cartagine, emula del romano impero, non avanzò pur la sementa, e terra e mare tutto in loro arbitrio; la fortuna si mise ad infuriare, ed a mandare tutto in fascio. Le ricchezze e la pace, desiderio degli altri, addivennero impaccio e malanno per coloro, i quali senza pena avevano durato fatiche, pericoli, dubbii e difficili casi. Adunque dapprima fu sete di oro, poi infocò in febbre di signoria; questo fu il fomite di ogni male. Imperocchè l'avarizia sommerse fede, probità ed ogni altra virtù; ed a vece di queste, educò alla superbia, alla crudeltà, al disprezzo degl' iddii e al tener tutto per vendereccio. L'ambizione costrinse molti a divenire fallaci, a nascondere altro nel petto ed altro ostentare sulle labbra; non dal merito, ma dall'utile togliere la ragione delle amicizie e delle inimicizie, e curare più la onestà delle sembianze, che quella dell'anima. Crebbero questi vizii dapprima lentamente, qualche volta puniti. Ma, come il contagio dilagò quasi in peste, la città si rimutò : il governo, da giustissimo ed eccellente che era, crudele ed insopportabile addivenne.

11. Nei primi tempi più l'ambizione che l'avarizia travagliava gli umani petti; il qual vizio imparentava con virtù. Imperocchè il valoroso ed il dappoco concorrono di egual passo alla gloria, all'onore, alla signoria; ma quegli per legittimo sentiero si fa strada; questi, per difetto di onesti argomenti, si caccia innanzi con inganni e frodi. L'avarizia anela al danaro, di che nessun sapiente ebbe appetito. Quella, quasi pregna di pestilenti veneni, corpo ed animo da uomo rimuta in femmina, sempre sterminata, incontentabile, nè per poco, nè per molto si acqueta. Ma, poichè L. Silla, occupato con la forza lo Stato, trasse da buoni principii tristi effetti; tutti in sul rapinare, ed arraffare, chi alla casa, chi al podere altrui agognare; i vincitori non ebbero più modo e pudore; sozze e feroci cose commisero contro i cittadini. Aggiungi che L. Silla,

xuriose nimisque liberaliter habuerat; loca amoena, voluptaria facile in otio ferocis militum animos molliverant. ibi primum insuevit exercitus populi Romani amare, potare, signa, tabulas pictas, vasa caelata mirari, ea privatim ac publice rapere, delubra spoliare, sacra profanaque omnia polluere. igitur hi milites, postquam victoriam adepti sunt, nihil reliqui victis fecére. quippe secundae res sapientium animos fatigant; ne illi corruptis moribus victoriae temperarent.

12. Postquam divitiae honori esse coepere et eas gloria, imperium, potentia sequebatur, hebescere virtus, paupertas probro haberi, innocentia pro malivolentia duci coepit. igitur ex divitiis iuventutem luxuria atque avaritia cum superbia invasere; rapere, consumere, sua parvi pendere, aliena cupere, pudorem, pudicitiam, divina atque humana promiscua, nihil pensi neque moderati habere. operae pretium est, quom domos atque villas cognoveris in urbium modum exaedificatas, visere templa deorum, quae nostri maiores, religiosissumi mortales, fecere. verum illi delubra deorum pietate, domos suas gloria decorabant, neque victis quidquam praeter iniuriae licentiam eripiebant. at hi contra ignavissumi homines per summum scelus omnia ea sociis adimere, quae fortissumi viri victores reliquerant; proinde quasi iniuriam facere id demum esset imperio uti.

13. Nam quid ea memorem, quae nisi his qui videre nemini credibilia sunt, a privatis conpluribus subvorsos montis, maria constructa esse. quibus mihi videntur ludibrio fuisse divitiae; quippe quas honeste habere licebat, abuti per turpitudinem pro

a cattivarsi l'amore dell'esercito che aveva capitanato in Asia, contro l'antica costumanza, lo aveva tenuto nei piaceri e troppo licenziosamente. Gli ameni e sollazzevoli soggiorni di corto avevano nell'ozio effeminati i fieri spiriti dei soldati. Quivi dapprima si accostumò l'esercito del popolo romano agli amoreggiamenti ed al vino, al prendere vaghezza delle statue, delle dipinture e dei vasi cesellati; a rapire queste cose di soppiatto ed all'aperto, a spogliar templi, e tutto, sacro e profano, contaminare. Adunque così fatte soldatesche, toccate che ebbero le vittorie, lasciarono a nudo i vinti. Laonde, se la prospera fortuna commuove l'animo dei sapienti, molto meno quelli, scostumati, si contenevano nella vittoria.

12. Poichè le ricchezze vennero in onore, e fruttarono gloria, signoria, potere, la virtù cominciò ad invilire, la povertà si tenne in dispregio, la innocenza fu stimata malevolenza. Adunque dalle ricchezze eruppe nei giovanili petti la lussuria e l'avarizia in un con la superbia; si rapinò, si scialacquò, non si curò il proprio, si agognò all'altrui, d'infamia e d'onore, delle divine ed umane cose si fece un fascio, si ruppe in tutto alla scapestrata. Veduti che avrai i palagi e le ville costruite a foggia di città, ti conviene andare a vedere i templi degl'iddii, che i nostri avi religiosissimi elevarono. Ma quelli ornavano i templi degli Dei con la pietà, le proprie case con la gloria; nè ai vinti toglievano altro, fuori della potenza a nuocere. Questi, al contrario, di niun conto, spogliavano per colmo di ribalderia gli alleati di quello che uomini virtuosissimi avevano lasciato ai nemici; quasi che il comandare ed il soprusare fosse tutt'uno.

13. Ma a che parlare, cosa incredibile a tutti, salvo a chi l'ha · vista, come siano stati spianati monti, ristretto il mare per gli edifizi da moltissimi privati; i quali parmi che si avessero a scherno le ricchezze, sendochè queste, che onestamente potevano usare, pes

-LA CONGIURA DI CATILINA.

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