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INTRODUZIONE

Lo studio della lingua di Sallustio è di capitale importanza per la storia della lingua latina. Cicerone e Cesare sono i rappresentanti della età più pura, Sallustio è con T. Livio il precipuo rappresentante di un altro periodo un po' meno perfetto, ma degno di essere in special modo studiato e conosciuto, di un periodo di transizione che certo non è ancora la decadenza, ma dove già fa difetto la severa purezza antica, e si vedono a spuntare i germi dei difetti e delle caratteristiche dell'Età nuova. Sallustio è certo ancor più vicino a Cicerone ed a Cesare che a T. Livio, ma se ne separa per la voluta originalità della lingua: la quale presenta particolarità di tipi fonetici, morfologici, lessicali, sintattici; ed in alcuni di questi possiam ravvisare reliquie del passato, altri prenunciano l'avvenire; si riconosce nel complesso delle forme e dei vocaboli da lui usati un linguaggio di transizione, il linguaggio « che non è nuovo ancora e il vecchio muore ».

Due elementi di capital rilievo dànno alla lingua di Sallustio un carattere spiccatamente originale; un elemento arcaico che pervade tutte le opere di Sallustio, ed à sua base precipua in una estesa imitazione di Sisenna e di Catone; ed un elemento volgare. Conviene adunque ch'io discorra di questo duplice colorito arcaico-volgare che à si gran parte nella lingua e nello stile Sallustiano. Ma ne discorrerò in generale, studiandone cioè le ragioni ed i limiti, per vedere s'e' rappresentino una tendenza ed uno studio individuali, aventi relazione con la psiche e col cuore di Sallustio, con le sue preoccupazioni morali e politiche; o se si possano riferire pur di lontano ad un movimento arcaicizzante che allora si inizî, ed è ancor quasi inconscio, per accentuarsi in Tacito, e produrre più tardi la « Scuola Frontoniana ». Delle particolarità si dirà poi nella Grammatica, ciascuna a suo luogo evitando così inutili ripetizioni.

Nota bibliografica. – F. Deltour, De Sallustio Catonis imitatore. Parigi 1859; P. Schulze, De archaismis Sallustianis, Halle 1871; G. Brünnert, De Sallustio imitatore Catonis, Sisennae, aliorumque historicorum romanorum, Jena 1873; K. Kraut, eber das Vulgäre element in der Sprache des Sallustius. Blaubeuren 1881. I. Uri, Quatenus apud Sallustium sermonis latini plebeii aut cotidiani vestigia appareant, Parigi 1885; Wölfflin in Philologus XXXIV, 137-165. Le tendenze ed i gusti arcaici di Sallustio furon già dagli antichi rilevati; ed in virtà loro toccò a Sallustio di esser tenuto in sommo onore anche e appunto quando si accentud nella letteratura romana quell'indirizzo arcaico di cui abbiamo detto essere stato la base della Scuola di Frontone (1). Ecco intanto i giudizi degli antichi:

Svetonio in Gramm. 10 scrive: « Asinius Pollio in libro quo Sallusti scripta reprehendit, ut nimia priscorum verborum affectatione oblita (2), ita tradit: in eam rem adiutorium ei fecit maxime quidam Ateius Praetextatus.... », il quale sarebbe stato incaricato da Sallustis di fargli un indice di frasi arcaiche, « antiqua verba et figuras conligere ». Lo stesso Svetonio in « De illustr. Gramm. XV, à: « Lucius Lenaeus... Sallustium historicum... acerbissima satira laceravit..., appel

(1) Sallustio è assai frequente ed importante argomento della corrispondenza tra M. Aurelio e Frontone, ove il suo nome va spesso unito ai nomi di Catone e di Cicerone. Lib. III, ep. 3 ad Anton. « At ubi Catonis et Sallustî et Tulli tuba exaudita est, trepidant et pavent, et fugam frustra meditantur »: lib. II, ep. ad Front. 13. « Ego tibi de patrono meo M. Porcio gratias ago quod eum crebro lectitas. Tu mihi de C. Crispo timeo ut nunquam gratias agere possis : nam uni M. Porcio me dedicavi, atque despondi, atque delegavi. Hoc etiam ipsum atque unde putas? ex ipso furore; ed in lib. IV, ep. III: « Fronto quidem antiquitate potius delectatur et utitur verbis magis prisci Catonis, Plauti, Sallustî, quam eorum qui etsi excellentes, propius tamen sua tempora floruerunt ». (A. Mai, M. C. Frontonis opera inedita, Mediolani 1815, p. 39-40). (2) Questo giudizio di A. Pollione, che pure fu arcaicizzante, e

uno dei precursori di Frontone, non ci deve maravigliare. Ecco come il Valmaggi, in Bibliot. delle scuole It. N.° 11, vol. 2°, « Un altro precursore di Frontone » caratterizza la critica di A. Pollione, « In lui appare una certa intemperanza di gusto, una cotale grettezza e rigidità di giudizi che lo rendono critico assai meticoloso e pedante », e soggiunge di poi: « È stato Assirio a scoprire in T. Livio le traccie di quella tal famosa Patavinità provinciale, risparmiata da Quintiliano..., e non in Livio soltanto, ma, strano a dire, par che perfino in Cicerone egli abbia trovato materia da biasimare ». (Cfr. Quintil. XII, 1, 22).

lans vita scriptisque monstrosum, praeterea priscorum Catonisque verborum ineruditissimum furem » (1). In Quintiliano VIII, 3, 20 si legge questo distico d'incerto autore:

« Et verba antiqui multum furate Catonis,

Crispe, jugurthinae conditor historiae ». Augusto (in Suet. Oct. 86 ed. Roth) parla di parole « quae C. Sallustius excerpsit ex originibus Catonis ».

Frontone in Ep. ad Caes. IV, 3 « M. Porcius Cato eiusque fre. quens sectator C. Sallustius ».

A. Gellio, N. A. I, 58, 18 lo dice « verborum novator », parole ch'egli spiega poi in XI, 7, 2 « nova autem videri dico etiam ea quae sunt inusitata et desita, etsi sunt vetusta... ».

Da quanto abbiamo letto negli antichi si scorge ch' essi considerarono tale questione da un punto di veduta ristretto ed esclusivo. Oggidi la conoscenza della lingua latina e della sua evoluzione, specialmente lessicale, essendo più profonda, più esatta e sicura, la questione si allargð. Fu osservato da talano come potè anzi dovette accadere che molte espressioni, molti giri di frase, rifiutati come arcaismi dalla prosa letteraria classica, vivessero nella lingua popolare. Si distinse così in Sallustio una duplice corrente di elementi grammaticali e lessicali, una corrente arcaica ed una corrente volgare. Ed è naturale che la corrente arcaica abbia presso i critici moderni diminuito di volume e d'importanza, poichè molti fatti di lingua per lo innanzi a quella attribuiti, son ora passati alla seconda, e le asserzioni esagerate degli antichi, e specialmente di alcuni tra i moderni, che, come il Gerlach, videro in Sallustio una infinità di arcaismi furono dalla critica in gran parte smentite, e ridotti i fatti ai loro veri confini.

Gli studi e le ricerche aventi per oggetto il volgarismo sono, si può ben dire recentissimi ed ànno attratto a sè l'attenzione di sommi eruditi. Tra questi tiene il primo posto Ed. Wölfflin, il quale però, com'd naturale e solitamente accade dei novatori, esagero, a mio pensiero, la cosa, provocando da altra parte ana reazione non meno esagerata rappresentata dallo Jordan in « Kritische Beiträge zur Geschichte der Lat. Sprache » (Berlin, 1879).

Voler tracciare un limite assoluto tra Latino classico e Latino volgare è utopia; anzitutto nella realtà delle cose tale limite nond

(1) Lo scritto di Leneo doveva essere un pessimo libello, probabilmente origine di tutte le calunnie posteriori contro Sallustio.

mai esistito; inoltre s'è ancora nel campo delle ipotesi a voler delimitare il Latino volgare. Tuttavia alcuue considerazioni si possono fare in proposito. È cosa naturale che alcuni generi letterari fossero più atti ad accettar volgarismi ; tale attitudine ebbe specialmente la Commedia per una ragione intima, inerente alla sua natura e facile a comprendersi; ed anche per una ragione storica, poich'essa sorse e fiori nei primi periodi della letteratura; l'ebbe pure l'Epistola, a proposito della quale si ricordi quel che dice Cicerone in Ep. ad Fam. IX, 21 « Verum tamen quid tibi ego in epistulis videor ? Nonne plebeio sermone agere tecum? Quid enim simile habet epistula aut iudicio aut contioni.... epistulas vero cotidianis verbis texere solemus ». Ed anche la satira (Lucilio prima e più, Orazio poi). Nelle scritture storiche « De bello Africano » o « De bello Hispaniensi » l'elemento volgare è sparso a piene mani. Inoltre, alcuni scrittori, indipendentemente dal genere trattato, amarono per pure tendenze e simpatie individuali, introdurre volgarismi negli scritti loro. Così fece Varrone, che cronologicamente appartiene all'età classica, ma « affetta arcaismi e spesso il suo parlare è plebeo » (Draeger Histor. Synt. Vorrede XVI-XVII); e molto più Vitruvio che « parla non altrimenti che un operaio, e spesso esprime i suoi pensieri in modo tutto volgare e plebeo » (Bernhardy: Röm. litter. p. 903). E questa smania va naturalmente crescendo colla decadenza della lingua e della letteratura, in Putronio, Apuleio, ecc. Il Wölfflin concludeva essere volgarismi tutti i vocaboli e i modi che mancano presso gli scrittori classici, e si trovano in scrittori che, come Catullo, Cicerone nelle lettere, gli autori del « Bellum Africanum » e del « B. Hispaniense », Orazio nelle satire ed epistole, Vitruvio e Petronio, e a volte Persio e Giovenale, ebbero amore ai volgarismi. Ma questo campo va ristretto. Occorre distinguere, specialmente riferendoci all'epoca classica, i veri volgarismi, cioè i vocaboli e modi plebei (Volksprache), che sono assolutamente proscritti dai prosatori corretti, da vocaboli e modi appartenenti piuttosto al « sermo cotidianus, familiaris » (Ungangsprache) accolti in varia misura dai diversi scrittori, sui quali anzi poggia più o meno l'uso degli scrittori stessi. Questi ultimi più che scorretti volgarismi sono proprietà del linguaggio famigliare, più o meno accette anche al « sermo urbanus » della prosa (1). Ed allora ristretto così il campo del volgarismo, ne troviamo documenti ed esempî nei poeti comici, nei « Bella

(1) Cfr. Sen. Epist. 114, 13 « Quidam contra, dum nihil nisi tritum et usi. tatum volunt, in sordes incidunt ».

Africanum e Hispaniense », in Vitruvio, nel romanzo di Petronio e nelle iscrizioni murali specialmente di Pompei.

Dopo il Wölfflin le ricerche si fecero più attive e più numerose, dando luogo ad una serie di pubblicazioni di cui quì non è opportuno far ricordanza, e Volgarismi in maggiore o minor numero, con più o meno verità furon trovati in tutti gli scrittori latini, in Sallustio, Nepote, Livio, Tacito, nei commentarii di Cesare definiti dal Riemann un « pamphlet politique s'adressant au peuple », e perfino nelle prime opere di Cicerone, antecedenti al suo viaggio in Grecia (De invent., pro Quinct., pro Rosc. Am.) e nelle lettere sue specialmente ad Attico, ed in quelle dei suoi amici si sono scoperte costruzioni e locuzioni del « sermo familiaris » ch' egli avrebbe evitato poi specialmente nei Dialoghi.

Quanto ai volgarismi in Sallustio, ecco quel che ne dicea il Wölfflin: « In Sallustio i più sogliono riputare arcaismo ogni cosa nuova ed originale che rilevino in lui, mentre era meglio attribuirla al Latino volgare (Demokratenlatein) ». (artic. cit.). « E questi volgarismi occorrono frequenti nella prima opera di Sallustio la Catilinaria, meno frequenti nella Giugurtina, rari ne l'ultima e più perfetta opera sua, le Storie. Talora s'è indotti a credere che Sallustio fosse spinto ad usar locuzioni, che avrebbe dovuto fuggire affatto, dal mancargli la « copia verborum » (ib. p. 146).

Ma come accordare questa tendenza al volgarismo, coll' arcaismo che solo tutti gli antichi notarono in lui? Che v’à di comune, in altre parole, tra la ricerca dell' arcaico e l'uso plebeo? Il legame tra arcaico e volgare risulta chiaro a chi considera che s'intenda per arcaismo, ed è espresso nella sentenza Gelliana (N. A. X, 3) sulle orazioni di Gracco, « multorum sermo, nihil profecto abest a cotidianis sermonibus ». Le forme arcaiche si conservarono e tramandarono tenacemente nel linguaggio del popolo in Roma (1). Questo vive sempre,

(1) A questo proposito si ricordi quanto scriveva nel Journal des Savants (1884, Agosto p. 431) Gaston Roissier: « Ritschl a très-bien montré comment au troisième siècle avant notre ère, le latin qui n'avait pas encore de littérature, était en train de se corrompre et de se perdre, et de quelle façon Ennius et les écrivains de son temps arrêtèrent cette décadence et parvinrent à créer une langue littéraire. Schuchardt pense, après Fauriel, que tandis que les gens distingués acceptèrent avec empressement ces réformes et y conformerent leur langage, le peuple s'y montra plus rebelle, et que c'est de cette époque que date la séparation du « sermo urbanus » et du « sermo plebeius ». Ce dernier con

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