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Quest' uso di sostantivi in -tas, se non è per tutti i singoli casi un arcaismo di fatto, può ben dirsi un arcaismo di tendenza. Ne troviamo es., alcuni veramente strani in Laber., Varr., Cat., Pac., Acc., Sis., Cel. Antip., Apul.

III°. in -as Satias (= satietas): H. II, 95 « Frumenti ex inopia gravi satias facta ». Sovente l'adoperano Livio (25, 23, 16 ; 27, 49, 8; 30, 3, 4) e Tacito (An. III, 30; 54; VI, 38; XVI, 16). E arcaismo dovuto alla lettura di annalisti antichi. Ne troviamo es. in Plauto (Pseud. 322); in Ter. (Eun. 972 ; Hec. 594); in Lucil. (29, 68); in Sil. (IV, 110).

IV°. in -tudo Claritudo : G. 2, 4; 7, 4: da Catone (I. 15, 1; 19, 17) e da Sisenna (fr. 49). Si ritrova in Velleio, Gellio : l’à imitato Tacito (H. I, 85 ; II, 178 ; 83 ; e 30 volte negli Annali). Il Goelzer ne cita un es. di S. Gerolamo (Vir. ill. « Ad tantam claritudinem venit »).

Necessitudo: C. 17, 2 « Quibus maxuma necessitudo inerat » ; 17, 5 ; 21, 3 « omnibus necessitudinibus circumventus » ; 33, 5; 58, 11, 19; G. 19, 8; 48, 1 « coactus rerum necessitudine » ; 80, 6; 102, 5. Cfr. Tacito An. I, 9 « necessitudine reipublicae » ed altri 5 luoghi solo degli Annali. Si à in Sempr. Asell. (fr. 5) e Sis. (fr. 98).

Sallustio predilige queste forme in -tudo, comuni nel periodo arcaico, rare nel classico, e rivissute nel linguaggio Frontoniano. Ed è così forte questa sua predilezione ch' ei trascura la differenza di significato tra « necessitudo » (amicizia, relazioni e vincoli di famiglia) e « necessitas » (necessità) differenza forse ai suoi tempi non ben fissa ancora, e preferisce la prima forma come più piena. Altri esempi notevoli nel periodo arcaico sono : « pinguitudo » (Catone I. 11, 2); « sanctitudo » (Claud. fr. 2); « crebritudo » (Sis. fr. 122); « duritudo » (Cat. I. 48, 16).

Vo. in -edo : Torpedo : H. I, 77, 19 « Si tanta torpedo animos obrepsit » ; III, 48, 20 « cuius torpedinis erat decipi »; H. III, 48, 26 « occupavit nescio quae vos torpedo. » Cfr. Tac. H. III, 63 « tanta torpedo invaserat animum »; è arcaismo, da Catone (I. 83, 7).

Cupido: C. 3, 5 « Honoris cupido >>; 7; 10; 13 (bis); G. 1; 6; 19; 20; 25; 37; 42 ; 63 ; 64 (bis) ; 84 ; 93 ; H. I, 77, 7; 11 ; IV, 69, 5; I. 103. Sallustio usa pure « cupiditas » (C. 2, 1; 5, 2; 21, 4): cioè « cupiditas » : «cupido » :: 3:21. Nè in Ces., nè in Cicér. trovasi « cupido >>; i contemporanei prediligono « cupiditas ». Tacito imita Sallustio e « cupiditas » non appare una sola volta negli annali. Livio l’à 1, 23, 7 e spesso altrove. È imitazione Catoniana : Cat. I. 47, 14 « aliud est... amor, longe aliud cupido. »

Di aggettivi e participi sostantivati mi toccherà discorrere in un

capitolo speciale della Sintassi: qui ne dirò alcuni soltanto, l'uso dei quali riguarda più il lessico che la sintassi: tali creditum C. 25, 4« Fidem prodiderat, creditum abiuraverat. » È termine giuridico; l'uso classico vuole « pecunia credita »: cupitum H. IV, 47 « Colere plurumum (plebem) ut mox cupitis ministram haberet, decreverat ». Tac. An. IV, 3: requisitum, H. i, 3 « Profectus ad requisita naturae » : cfr. Quintil. VIII, 6, 59; e Amm. 23, 6, e l'uso moderno.

Tra i sostantivi composti è notevole « Benefactum » C. 8, 5 « Sua ab aliis benefacta laudari... malebat » ; G. 85, 5 « Mea benefacta reipublicae procedunt »; H. I, 77, 4; ib. 6 « Gentis Aemiliae benefacta. » È imitazione catoniana: infatti Catone à « benefacta » in I. 19, 14; 38, 11; 37, 3; 45, 6; 69, 7 e « malefacta » 69, 7: così pure lo si à in Ennio (pr. Cic. de Off. II, 61, 18) e sovente in Plauto.

b) Significato. - Acceptio: in G. 29, 4 « Cuius rei species erat acceptio frumenti ». In latino il significato comune di questa parola era un significato giuridico, e nel Cod. Teodosiano è frequente la frase « acceptio personarum »; si usava poi in filosofia come traduzione del Greco óró,445, 27,140%. Ma nel senso etimologico di « accettazione, ricevimento » è raro: lo si à una volta sola in Cicerone: Top. 8 « neque deditionem, neque donationem sine acceptione intelligi posse »: ed in S. Gerolamo, (in Mich. I. ad 3, 9 sgg.) « sine munerum acceptione non iudicant ».

Aevum: G. 1, 1 « Natura imbecilla atque aevi brevis »; H. I. 5 « longissumo aevo »: è parola poetica e solenne; non differisce da « aetas » che per colorito di espressione. Ambedue significano « età » sia di un individuo (vita), sia di una generazione (secolo).

Ambitio: C. 3, 4 « Aetas ambitione conrupta »; 4, 2; 10, 5; 11, 1; 52, 22 e 26; G. 63, 6; 96, 3. À il significato generale di ricerca di onori e del favor popolare per giungere alla meta. Quest' ultimo significato si specifica in G. 45, 1 « Inter ambitionem saevitiamque moderatum »: G. 86, 3 « Id factum per ambitionem consulis memorabant »: G. 100, 5; dove « ambitio » vale « cattivarsi l'affezione dei soldati con indulgenza e perdono »; in H. II, 98, 5 « Ex ambitione mea » (= desiderio).

Antiquitas: H. I, 19 « Tantum antiquitatis curaeque pro italica gente maioribus fuit »: non à qui il solito senso di « tempo antico »; ma è unito

» quasi in endiadi ed à un significato molto affine a « cura » stesso, zelo, amore); quello stesso significato che à l'aggett. « antiquus » negli es. Virgiliani: G. II, 209 « antiquas domos »; En. II, 635; ed in Cic. Att. 10, 8 « Navalis apparatus ei semper antiquissima cura fuit » (= ebbe sempre il più grande interesse); e « non habui quicquam antiquius nostra amicitia ».

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Artes: C. 2, 9 « Praeclari facinoris ant artis bonae famañ quaerit » ; 10, 4: 11, 2; G. 1, 3; 4, 7; 29, 5; 41, 2; 63, 3; 85, 9. E anche solo G. 2. 4 « Artes animi quibus summa claritudo paratar »; H. II, 37 « vir nulla arte inferior » - C. 3, + « animus insolens malarum artium »; 13, 5 « animus imbutus malis artibus »; 85, 43 « luxuria et ignavia pessumar artes »; ecc. Onde si può scorgere che la parola « artes » à in Sallustio un uso molto esteso e molto vario, che si può riassumere cosi: da un lato « artes bonae », cioè tutta l'attività gloriosa dell'uomo, sia psichica sia morale; d'altro lato « malae artes », i vizi, le tristezze, le cattive azioni. In generale vale « regola di condotta » (Liv. praef. 6) (1).

Asperitas: G. 29, 1 « Asperitas belli »; 67, 3 « in ea tanta asperitate »: 75, 2 « omnis asperitates supervadere »; 92, 4 « non eadem asperitate, ceterum haud secus difficile »; H. I, 68 (Dietsch) « tantas asperitates » (2). Dal suo significato materiale il vocabolo è qui venuto ad assumere significato morale; e questo processo semasiologico è proprio di ogni lingua, e di ogni età: « asperitas » vale « difficoltà ».

Casus : l'accezione comune del vocabolo è in mal senso, e cosi l'usa Sallustio in C. 35, 4; 40, 2; 51, 9; G. 14, 22; 23, 2; 62, 9; 73, 1. Ma in G. 25, 9 « Casum victoriae »; 56, 4 « praeclari facinoris casum », « casus » vale « occasione favorevole », come in Tac. An. I, 13 « L. Arruntium, si casus daretur, ausurum » se gli se ne offrisse il destro).

Civitas: H. II, 5 « Tartessum, Hispaniae civitatem quam nunc Tyrii mutato nomine Gaddir habent »; H. III, 43 « Cales civitas est in Gallaecia »; H. I, 114 « Lusitaniae gravem civitatem »; H. I, 65 « Magna vis hominum convenerat agris pulsa aut civitate eiecta ». Se confrontiamo questi esempi con le definizioni che dà Cicerone di « civitas » e di « urbs », e colla differenza che Cicerone e Nonio stabiliscono tra i due vocaboli, vediamo che Sallustio usa « civitas » per « urbs ». « Urbs » infatti significa la città, come in opposizione

(1) II Nitzchner (in a De locis Sallustianis qui apud scriptores et veteres grammaticos leguntur » Annover, pag. 43, 44) fa un'osservazione ingegnosa ed esatta, confermata dalla disposizione dei migliori codici: egli nota che S. usa a bonae artes o quando precede immediatamente l'idea contraria cui si opporrebbe così risolutamente il « bonae » iniziale (contrasto); ed usa « artes bonae » quando riassume una precedente enumerazione di virtù.

(2) Passo controverso : i codd. dànno a tantas spiras » difeso da L. Müller; il Maurenbrecher (I, 108) à congelturato « tam altas ripas »: altri in altri modi. a domicilî più insignificanti, e « civitas » lo stato come complesso dei cittadini, e la personificazione dei loro diritti, la « cittadinanza » (1).

Tale scambio tra i due vocaboli è una negligenza, un abuso, frequente in Petronio (8 « errare per totam civitatem »); 141 « civitatem per totam circum ducebatur »); in Quintil.; in Svet. Si à in Ennio 291 trag. R. « civitatem video Argivum incendere »; Cicer. Epist. 9, 9, 3 « Athenas vel in quamvis quietam civitatem »; Vitruv. 32, 1 « civitatis amplissimae moenia »; 39, 14 « in Hispania civitas Maxilua »; 194, 24 « Cilicia civitas est Tarsos »; 200, 27; 203, 2 « Zama civitas est Afrorum cuius moenia... ». In Tacito la confusione è maggiore; maggiore anche in Ammiano; ed arrivando alle lingue neolatine la voce « civitas » sola sopravvive soffocando « urbs ».

È dunque questo un volgarismo in Sallustio.

Conscientia : C. 15, 4 « Conscientia mentem excitam vastabat »; G. 35, 4 « alium conscientia, alium mala fama et timor impediebat »; 32, 5; 85, 26 « modestiam in conscientiam ducere ». À cattivo senso ed equivale a « mala conscientia » di G. 62, 8; ed a « conscius animus » di C. 14, 3 e di G. 40, 2.

Consultor: G. 64, 5 « Cupidine atque ira pessumis consultoribus »; 85, 47 « Consultor et socius periculis adero »; G. 103, 7 « Fautor consultorque sibi »; H. I, 77, 1; H. III, 48, 15 « Jovem consultorem exspectatis »; H. I, 74. Quest'uso di « consultor » in senso attivo (= qui consilia dare solet), uso imitato da Tacito (An. VI, 10) è da considerarsi come un arcaismo. Si trova in Varrone R, R. III, 2, 1 « Malum consilium consultori esse pessumum »; Gell. IV, 5, 5.

Cultus : C. 13, 3 « Lubido stupri, ganeae, ceterique cultus ». questo uso affatto eccezionale di « cultus » nel senso pregnante di

(1) Le testimonianze Ciceroniane in proposito sono: Cic. de Rep. VI, 9, 13 « Concilia coetusque hominum iure sociati quae « civitates » appellantur » : pro P. Sextio 42,91 « Tum conventicula hominum quae postea « civitates » nominatae sunt, tum domicilia coniuncta, quas a urbes » dicimus »: Acad. prior II, 45, 138 « Aristoteles aut Xenocrates, quos Antiochus sequi volebat, non dubitavissent quin et praetor ille esset et Roma urbs et eam civitas incoleret » :

De Rep. I, 26, 41 « Hi coetus igitur hac, de qua exposui, causa instituti sedem primum certo loco domiciliorum causa constituerunt, quam cum locis manuque saepsissent, eiusmodi coniunctionem tectorum oppidum vel urbem appellaverunt delubris distinctam spatiisque communibus. Omnis ergo populus qui est talis coetus multitudinis, omnis civitas quae est constitutio populi » ; e Nonio 429,1 « inter a urbem » et « civitatem » hoc interest; urbs est aedificia, civitas incolae. »

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« raffinatezza nel lusso e nella voluttà, modo di vivere voluttuoso, mollezza »: cfr. Liv. 29, 21, 13 « cultus ac desidia imperatoris ».

Discessio : H. I, 11 « Discessio plebis a patribus »; (= discidium): cfr. Ter. Andr. 568, dove vale « divorzio ». Cicerone l'usa solo a significare il « passar dei senatori da una parte o dall'altra », cioè la votazione, « discessionem facere ».

Dolus : C. 26, 2 « Neque illi... ad cavendum dolus aut astutiae deerant ». Qui « dolus » à buon senso e vale « abilità »; è più l'apparenza che la realtà di ciò che significa comunemente questa parola. Così in G. 46, 8 « In Jugurtha tantus dolus, tantaque peritia locorum et militiae erat... >>; 53, 6 « Dolus Numidarum nihil languidi neque remissi patiebatur ». Ed è arcaismo: anticamente « dolus » avea significato neutro, e quando era preso in mala parte si diceva « dolus malus ». Cfr. Catone K. 145, 2 « suo dolo malo ». Ulpiano Dig. IV, 3 « Veteres dolum etiam bonum dicebant et pro « sollertia » hoc nomen accipiebant, maxime si adversus hostem latronemve aliquis machinaretur »; e Festo « Doli vocabulo nunc tantum in malis utimur, apud antiquos autem etiam in bonis rebus utebatur. Unde adhuc dicimus « sine dolo malo » nimirum quia solebat dici et « bonus » (Gell. XII, 9) (V. sotto a « Venenum »).

Dominatio : C. 5, 6 « Post dominationem Sullae »; 6, 7 « Regium imperium in superbiam dominationemque se convortit »; 17, 5; 20, 2; 28, 4; G. 31, 16 « Quodsi tam vos libertatis curam haberetis, quam illi ad dominationem accensi sunt... »; 20 « nisi vos dominationis eorum satietas tenet »; 41, 2 « dominationis certamen inter civis »: sempre dunque in cattivo senso; equivale a « governo dispotico ed usurpato » ; e così Sallustio usa anche il verbo « dominare » C. 8, 1; 51, 3.

Excitium : C. 55, 6 « Ille dignum moribus factisque suis exitium vitae invenit ». È sinonimo arcaico di « exitum » = fine naturale di essere; poi passò a significare « fine violenta, rovina ». Cfr. Festo: « Exitium antiqui ponebant pro « exitum »; nunc « exitium » pessimum exitum dicimus (p. 81, M.).

Fraus : nella formula « sine fraude », C. 36, 2 « Diem statuit antequam sine fraude liceret ab armis discedere ». Questa formula è un arcaismo, che troviamo già nelle XII tavole (« se fraude esto », A. Gellio 20, 1, 49). Cfr. Cic. Phil. 8, 11, 3 « Eis fraudi ne sit, quod cum M. Antonio fuerint ». Trovasi pure in Liv. 1, 24, 5 e 26, 12, 5 « ut qui civis Campanus ante certum diem transisset, sine fraude esset »; 31, 32, 4. Fraus à doppio senso: passivo e vale « pena », « pe

« detrimentum »; attivo e vale « frode », « inganno »

riculum »,

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