Il senso di una fine

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Giulio Einaudi Editore, 2012 - 150 pagine
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La vita di Tony Webster è stata un fiume relativamente tranquillo, da costeggiare al riparo di scelte ragionevoli e sistematici oblii. Ora però la lettera di un avvocato che gli annuncia un'inattesa quanto enigmatica eredità sommuove il termitaio poroso del passato, e il tempo irrompe nella noia del presente sotto forma di parole risalenti all'adolescenza, quando Tony procedeva all'educazione morale, sentimentale e sessuale che ne avrebbe fatto, inavvertitamente come spesso accade, l'adulto che è. Il percorso a ritroso nelle zone d'ombra della vita, con i suoi dolori inesplorati e i suoi segreti, diventa cosi riflessione sulla fallacia della storia, "quella certezza che prende consistenza là dove le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione", secondo il geniale amico dei tempi del liceo, Adrian Finn. Ed è dunque a quel punto di congiunzione, ai ricordi imperfetti come ai documenti inadeguati, che il vecchio Tony deve ora guardare per comprendere le vicissitudini del Tony giovane. Come ha potuto la ragazza di allora, Veronica Ford, preferirgli l'amico raffinato e brillante, Adrian? Ci sono solo Camus e Wittgenstein dietro l'estrema decisione di Adrian? Da che cosa ha voluto metterlo in guardia tanti anni prima la madre della ragazza? Perché a distanza di quarant'anni Veronica ritorna nella sua vita con un bagaglio di silenzi e il rifiuto di dargli ciò che è suo? Gli indizi da studiare tessono un filo d'Arianna di reminiscenze inaffidabili.
 

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"Una catena di responsabilità individuali, ciascuna delle quali era di per sè necessaria; ma la catena è lunga abbastanza da consentire a ciascuno di scaricare le colpe sugli altri".
Così sentenzia
Adrian giovane, il personaggio per la verità solo appena abbozzato, intorno al quale ruota la storia. Storia che si presterebbe bene a un film (e che forse è stata scritta anche in questa prospettiva) (in effetti ne è stato tratto un film, bello, ma che ha ridirezionato la storia in un senso ottimista e buonista che non è quello del libro).
Una catena di responsabilità, appunto, la ricerca se non di una spiegazione completa degli eventi, almeno di un filo logico minimo, per darsi ragione di quelli nefasti, per scovare le radici del male.
Il tema è ingombrante e viene dritto da Edipo, Agamennone, insomma da millenni di elucubrazioni occidentali.
Nè la soluzione sbrigativamente data nella penultima pagina aggiunge alcunchè.
Il male sgorga dalla catena degli eventi posti in essere da individui inconsapevoli delle loro conseguenze ultime. Quanto è fatto è fatto, senza alcuna possibilità di cambiamento e genera meccaniche conseguenze. Il libero arbitrio della particella umana si perde nella grande macchina degli eventi.
E' meno ancora della antica nemesi.
Che se non altro uno straccio di spiegazione la dava facendo risalire tutto a un peccato originale, cioè a un'originaria scelta del male.
Qui s'è perso anche questo.
Nichilismo totale.
 

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Un romanzo breve ed intenso che fa riflettere. Cosa mi ha lasciato? Senza dubbio la riflessione di quanto il "punto di vista" sul mondo, sulle persone debba essere orientato ad una giusta distanza.
Come nella percezione visiva, anche in quella psicologica per una buona messa a fuoco è necessario allontanrsi un po'. E' quanto succede a Tony Wehbster, protagonista di questa storia che, attraverso una catarsi lenta e difficile, riesce ad andare al di là di sè stesso,della somma e sottrazione delle esperienze, e ri-valutare attraverso un'attenzione che va oltre sè stesso, la storia e i personaggi che l'hanno interpretata. Il meccanismo della negazione e della rimozione trovano in questo racconto una spiegazione che li rende plausibili ed umani.
Antonella
 

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