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( questi casi poi riferimmo in nota le parole del Nardi colle ragioni per le quali ce ne (( siam0 sc0stati, acciocchè 0gni lettore ne faccia giudizio da sè. (( E poichè t0ccammo delle precedenti edizioni del Nardi, noi abbiamo seguitata (( principalmente quella pubblicata in Wenezia dagli eredi di Tommaso Giunti l'anno ( 1575, la quale app0 i bibliografi è tenuta in più pregio delle altre; ma che nondi(( meno è brutta di gravissimi errori, dei quali molti notammo nel corso di questa edi( zione, e tutti poi cercammo di evitare. LC altre edizioni del Giunti, quelle di Na(( poli e di Milano non ci rimanemmo dal consultarle alluopo: ma le trovammo sem* pre o concordi con quella del 1515, 0 da peggiori macchie offese. E ciò ne basti aver (( detto intorno alle mutazioni introdotte nel lavoro del Nardi. (( A dubbio di molto maggior rilievo diedero naturalmente occasione le lacune che (( trovansi mella Storia di T. Livio, per quelle molte parti che ne andaron perdute: (( perOcchè messuno ignora quante buone ragioni sogliansi addurre si da quelli che (( amano di tojlierle col soccorso di altrui supplimenti, e si da quelli che risoluta(( mente ricusano tutto ciò che all'Autore non appartiene. E già un contemporaneo (( del Nardi (Francesco Turchi) ebbe composta in lingua volgare la seconda Deca che (( si trOva in alcune edizioni, c0minciando da quella per noi seguita: e nel secolo de(( cimosettimo il celebre Freinshemio scrisse in latino non pure la seconda Deca, ma (( ben anco i supplimenti a tutte le altre lacune, non che una lunga continuazione della ( Storia Liviana dall'anno 586 (dove finisce il lavoro di T. Livio a noi pervenuto) sino ( ai tempi di Augusto: di sorta che l'opera di questo famoso letterato supera di mole (( quel che ci resta dello Storico latino. A noi poi sembra che i supplimenti pOssano (( riuscire utilissimi, siccome quelli che ci metlono in grado di approfittar mejlio dei (( resti degli antichi scrittori, e che per lo contrario le continuazioni si p0ssano tra( lasciare, siccome Cose affatto straniere agli scrittori medesimi. E C0si (seguendo ( anche l'esempio di altri editori) pensammo di ajjiungere al Nardi una nuova tradu( zione dei supplimenti del Freinshemio alla seconda Deca ed alle altre lacune deli(( bri di T. Livio a noi rimasti, senza moltiplicare soverchiamente i volumi colla con(( tinuazione fino ai tempi di Augusto, perocchè questa pOSSOno i lettori attingerla ad (( altri fonti. Per conseguenza la nostra edizione di T. Livio inc0mincia dalla venuta ( di Enea in Italia e, senza interrompimento di sorta, conduce illeltore fino alTamno ( 586 di Roma, quando (per usar le parole del Freinshemio) la ruina del regno Mace( done e molte altre nobili province agjiunte all' Imperio già l'avevano resa terribile (( a tutto il mondo. ) Alle cose dette da F.Ambrosoli in questa prefazione messa in fronte della edizione Bettoniana del Nardi, p0che parole soggiungerem0. Delle modificazioni arrecate dall'Ambrosoli alla versione del Nardi, abbiam ritenule tulte quelle che giudicammoragionevoli, e daremo alloro luogo le corrispondenti mole di quell'egregio filologo. Spesso al)l)iam ripristinato de' luoghi della traduzione per aver trovata la lezione seguita dal Nardi conforme a quella per noi adottata. Più assai me abbiamo emendati per l'opp0sta ragione , e diverse parole e incisi e frasi abbiam supplite che mancavano affatto. Un maggior numero di passi ne' quali ci è sembrato che il cinquecentista avesse o mal colt0 0 mal reso il concetto di Livio, o che per vizioso costrutto ovvero per improprietà di vocaboli tornassero oscuri, abbiamo corretti senza più, riserbandoci di giustificare la correzione in apposite note che saramno comtrassegnate in modo diverso da quelle dell'Ambrosoli.

Benver0 in quest0 lav0r0 non ci siam mai dipartiti dalla più rigorosa sobrietà, rispettando anche le voci più antiquate (sirocchia per sOrella, sedia per sede ecc.), di cui non è penuria nel Nardi, Onde il su0 stile non avesse punto ad essere sfigurato. Insomma abbiam fatto quel tanto che era indispensabile perchè la nostra non fosse una mera e pedantesca riproduzione.

Gli Epitoni.

NOTIZIE

INTORNO LA VITA E GLI SCRITTI

Di

TIT0 LIVI()

Cessate le civili discordie, ed in pace col resto del mondo, Roma al tempo di Augusto offriva uno spettacolo.che non si riprodusse più mai. Quel tanto che conoscevasi dell'Europa, dell`Asia e dell'Affrica, e che fosse in qualche comunicazione cogli altri popoli, trovavasi del pari in dipendenza da Roma. E l'imperio universale della terra, quel problema cui i Romani avean sempre creduto a sè riservato di risolvere , era ormai una realità; sicchè non una volta i poeti del tempo cantarono che, se Giove dalle volte del1'0limpo volgesse in giù gli occhi, non vedrebbe che mondo Romano. Egli era pur naturale che chi in questo quadro sì magnifico ed unico a memoria d'uomo si affisava, si sentisse mosso a desiderio di conoscer le cagioni di tanta grandezza;e per un intelletto elevato e dedito alle cose storiche non poteva non riuscire di forte allettamento un'investigazione di tal natura. Ma a quali difficoltà non andava incontro chi, movendo da' tenui principii di Roma, si togliesse il carico d'ingolfarsi nell'immenso pelago di avvenimenti sì svariati e sì strepitosi, quanti ne comprendeva un periodo di circa sette secoli! avvenimenti de'quali bisognava insieme e tessere la narrazione e svelare le latenti cause che ne costiluivano la genesi e lo sviluppo!

ne distolse tanti provati ingegni fino a' tempi di Cicerone? Il quale rimpiangeva amaramente che un degno storico tuttora mancasse alla fortuna di Roma. Non che s'avesse penuria di storie particolari; anzi fuvvene dowizia, e quasi tutti gl'illustri capitani della Repubblica ebbero un narratore delle loro imprese, da essi protetto; gli Scipioni il loro Polibio, Pompeo il suo Teofane, e a questo titolo Archia fu caro a' capitani del suo tempo: e taciamo de' non pochi che, come Rutilio e Scauro e Cesare, furono storici di sè medesimi e delle proprie geste. Co'quali elementi e con allri di simil fatta agevolmente poteasi venire a capo di compilare la storia generale da' primordi di ltoma ad Augusto: eppure con maraviglia di molti non fu tentato che assai tardi, e infino a T. Livio si ebbero piuttosto cronisti che veri storici, a giudizio dello stesso Tullio. In Livio però ebbe finalmente il popolo Romano uno storico pari alla grandezza e alla gloria sua. T. Livio nacque in Padova l'anno di Roma 695. In qual tempo e perchè si tramutasse nella metropoli dell' impero ignoriamo, nè nulla abbiamo di positivo intorno a' suoi genitori, a` suoi studi e a checchè possa risguardare la sua vita privata e pubblica. Soltanto vari scrittori dell'epoca imperiale ci assicurano ch'egli fu ben noto ad Augusto,

Fu la diflicoltà, o qual altra fu la ragione che | il quale vuolsi che se ne servisse come di segre

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tario alle lettere. Certo egli è che quell'imperatore gli mandò luone le lodi, anche troppe, che nel racconto della guerra civile fra Cesare e Pompeo avea profuse alla parte avversa alla famiglia dilui, e sappiamo che sovente in tuono scherzevole diceva allo storico ch'egli era un Pompeiamo. La fama del suo ingegno e del suo vasto sapere attirò in Roma molti stranieri, che dalle Gallie e dalla Spagna si partivano a bella posta per venire ad ammirarlo. E per fermo, grande era di quel tempo in Roma il numero degli uomini insigni per letterario valore ed assai poeti vi fiorivano; ma uno storico, da non disgradare al paragone gli Erodoti e i Tucididi, non era comparso peraiico. E Catone il Vecchio, e Celio Antipatro, e Fabio Pittore, e Si. senna, e Rutilio, e Marco Bruto e segnatamente Sallustio, aveano in verità già scrilto e annali e storie di diverso pregio ; ma tutti alla maniera de' Greci restavano di gran lunga inferiori. Nè fal mancanza sfuggiva anche a' meno veggenti; senza dir che Cicerone aveva additato il modello cho seguir dovrebbe chi i fatti del popolo Romano volesse assumersi di tramandare a'posteri; ed egli

stesso meditava d'aggiungere al merito di sommo

oratore e filosofo quello eziandio di storico, se dai pacifici studi non lo avessero slornato i tempi difficili che sopravvennero. Perlanto ei non è da stupire se tanto si cele|)rasse uno scrittore che siffatto vuoto della I{oma. na letteratura desse opera a colmare e al desiderio universale soddisfacesse. Livio prese a scrivere la storia di Roma dopo la battaglia d'Azio e prima che Augusto, vinti i Can

tabri, chiudesse la seconda volla il tempio di Gia- . ' tiplicarsene gran fatto le copie a mano. Mla nè po

no, nell'anno 730. Inizialala dalle prime origini, la condusse insino alle guerre di Druso nella Germania, comprendendo tutto il lavoro in centoquarantadue libri. L'opera di lui presentava un non so che onde aveano ad esser colpili gli animi de' leggitori. Lo stupendo svolgersi delle sorti della cillà di Quirino, delineato in un sol quadro, riuscir doveva sublimemente atlraente pe' contemporanei dello scrillore, se tanto lo è stato ne' secoli successivi. Nè potea non sorprendere I' unitâ storica che sì grandemente rifulge in una narrazione la quale abbraccia tanta molliplicità di fatii prodigiosi so. vente operati in luoghi diversissimi da uno stesso popolo, e li va delineando con si peregrina magnificenza di stile. Laonde di Livio scrive Quintiliano, la cui testimonianza valga per tutte: « Nè cede Itoma ai Greci nella storia, nè tome di contrapporre a Tucidide Sallustio. E non si sde

gni Erodoto di esser pareggiato a Livio, ch'è nella narrazione mirabilmente dilettoso, e di chiarissimo candore nelle concioni , oltre quanto dir si possa eloquente. Tutto v'è detto in modo proprio ed acconcio alle cose non meno che alle persone; e nel maneggiare gli affetti, specialmente i più dolci, nessuno degli storici, per esprimermi con moderazione, lo sorpassò. Laonde Livio adeguò, benchè con pregi diversi, quella Sallustiana immortale l)revità. Perocchè sembrami aver pronunciato egregiamente Servilio Noniano, ch'essi sono piuttosto pari, che simili. )) La morale è da Livio tenuta in gran conto, e si fa palese nel modo più splendido ovumque i suoi dettati lo richiedano; invano però vi cercheresti una profonda conoscenza del cuore umano e il discoprimento delle mire politiche, le quali tanta parte si ebbero nella condotta del popolo e massime del senato. In ciù il nostro storico si ravvisa indubitatamente inferiore a Sallustio e a Tacito, a cui per allri versi sovrasta pure d'assai. Sennonchè vuolsi osservare che i tempi a lui anteriori non offriwano nè un Tiberio da smascherare, nè un Domiziano da vituperare; e le imprese de'Camilli, degli Scipioni e d'altrettali egregi Itomani, non certo (la subdoli fini informate, ma schiettamente grandi e per sè stesse magnifiche, richiedeano sollanto magnificenza li stile nel narratore. Differenza (li condizioni che lo stesso Tacito avverte e la rammenta nel principio delie sue istorie. I)e' cenquarantadue libri di Livio non restano che soli tremtacinque, perdita probabilmente irreparabile, della quale vuolsi incolpare in ispezialità la mole stessa dell' opera che riempiva tutta una biblioteca, sicchè non dowettero molti

co vi contribuirono la feroce invidia di Caligola che fu sul punto di far togliere da tutte le bibliotcche la immagine e gli scritti del nostro Livio, ed osò accusarlo di negligenza e verhosilà, e I'atroce caso di Mezio Pomposiano messo a morte da Domiziano, perchè facea girare attorno alcume concioni di Livio: circostanze tutte, che del)bono avere atterriti, non che svogliati, gli ammiratori ad um tempo e gli amanuensi. Dei libri di Livio abbiamo un epitome; ma ignoriamo a chi appartenga siflatlo lavoro. Con fondato giudizio possiamo ritenere non esser (lell'autore medesimo, come alcuni opinarono. Aliri lo attribuirono a Giulio Massimo, il quale per testimonianza di Slazio rilusse in compendio le istorie di Sallustio e di Livio. La grande diflerenza di stile che passa tra le storie di Lucio Floro e le epitomi di cui discorriamo non ci permelle credere che ne sia questi l'autore.

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