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Una « Representatione composta per lo Magnifico Marco di Vecchi » ci resta in un manoscritto della prima metà del Cinquecento, insieme con moltissime composizioni di rimatori del secolo precedente; al quale, per conseguenza, mi par lecito supporre rimontino le parecchie altre Opere del Di Vecchio, che si trovano frammiste con le aversane.

Il maggior numero di queste tratta della passione e della morte di Cristo e si riducono, su per giù, a un tipo solo, simile, nell'insieme, al tipo umbro: però, d'ordinario si arricchiscono di una parte polemica, - se posso chiamar cosi la disputa tra uno o più discepoli di Cristo e un ebreo, intorno alle credenze di ognun di loro e alla verità della missione divina del Messia - e, talora, di una parte grottesca, introducendo su la scena la Morte, che si diverte a spaventare la gente. Anche sono una novità, a confronto della severa solennità e della mestizia delle laude e devozioni umbre, certe scene comiche, certi personaggi volgari, soldati, fabbri e simili, che nemmeno il Castellani pose in iscena. Nè il Castellani, nè gli autori umbri si fermarono a indicare che si dovesse dire durante la scena della crocifissione, la quale pare si rappresentasse alla muta; invece, i rimatori aversani fecero parlare i carnefici in maniera da accrescere l'orrore dello spettacolo. In generale, la forma è prolissa, impacciata, fredda.

A meglio intendere, per quanto è possibile in breve spazio e col sussidio di due soli documenti, le somiglianze e le differenze, che corrono fra le rappresentazioni toscane e le aversane, sarà utile confrontare la tela dell' Abramo ed Isac del Belcari con quella dell'Opus sacrificii Abrahae di Pirrantonio Lanza. L'Opus comincia con l'apparizione di tre giovinetti ad Abramo. Egli capisce che sono messi di Dio e li

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invita alla sua mensa; ma solo quando sono spariti indovina che erano proprio le tre persone della Trinità. Abramo ha la disgrazia di dover lottare col proprio padre, adoratore degli Dei della Grecia. Una volta che il vecchio gli comanda d'andare al tempio, a prostrarsi innnanzi a Giove e a Venere, egli spezza gl'idoli e si permette di contargli una storiella. Quando giunsi al tempio, dice lui, mi percosse le orecchie un gran rumore: poi vidi

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Ll'un Idol contro l'altro in gran furore.
Chi potria dir la czuffa e l'altri stridi
Che fra lor si sentean ?.....

Il vecchio si turba; il figliuolo gli fa una lunga predica, con gran lusso di mitologia e di teologia, e riesce a convertirlo. Tare finisce col farsi eremita. Giunge l'angiolo, che reca il comando del sacrifizio d'Isacco; il patriarca se ne accora molto, per sè e per la moglie, ma doma il dolore e risolve di ubbidire. Un demonio, in forma d'angiolo, vorrebbe stornarlo da quel proposito; ma è rimandato, con le pive nel sacco, all'inferno: la stessa sorte tocca a un altro, il quale apparisce in veste di eremita. Viene Isacco, accompagnato da' servi: dopo una refezione, Abramo vuol essere collocato sopra un asino:

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Pastor miei, ognun di voi già vede
Quanto sia vecchio e caminar non posso;
Cavalcatime su, per vostra fede.

Fate ben destramente ch'indi mosso
Non sia, tal che non scoppi in terra il dorso,
Onde poi mi fracasse alcun osso.

Tenetime su dricto e in mio soccorso
Un mi regga, altro tien l'asinello,
Tal che a nesciun periglio io sia incorso.

In groppa mi ponete Isac mio bello.

In questa maniera giungono a un certo punto, dove Abramo comanda a'pastori di fermarsi, ed egli e il figliuolo salgono sul monte. Un demonio si mostra a Isacco e gli dice: - Bada, tuo padre vuol assassinarti; ma il bravo giovinotto lo respinge sdegnoso. Poi chiede dove sia la vittima, ed Abramo risponde: il Signore ha provveduto, l'agnello è pronto,

Il qual morto, fia al padre acerbo e grave. Dopo l'agnello, il padre morirà di dolore anche lui.

Intanto Sara, la quale da tre giorni non vede ne il marito né il figlio, si dispera e manda due servi a cercarli. Questi giungono a piè del monte, dove si eran fermati i pastori; ivi apprendono, con maraviglia, che non si sa più niente dei padroni.

Pervenuto alla cima, Abramo è costretto a svelare la verità: Isacco domanda pietà; si commove al pensiero della madre:

O madre sconsolata et che farai ?
So cche si fossi cqui, io non morrei,
Che me difenderesti con toi lai.

Il padre riesce a persuaderlo, a rendergli meno amara la morte; però egli stesso non può frenare la piena del dolore, e vien meno, e si lascia cadere di mano il coltello. L'Angiolo rattiene il colpo fatale; padre e figlio, esultanti, ringraziano il Signore e scendono dal monte. I pastori li accolgono con giubilo; uno di essi corre a portare la lieta notizia a Sara:

Madonna, cqua si deve il beveraggio,
Perchè il signor tuo saggio è ritornato
Col figlio.....

Sara fa imbandire le mense. Giungono, cantando, Abramo, Isacco ed i servi: - dopo gli abbracci e gli sfoghi affettuosi, vanno a pranzo; mangiano e bevono allegramente e, infine, ringraziano Dio cantando. 1

La tela dell' Abramo ed Isac è più semplice e più ristretta. L'angiolo comanda al patriarca di andare a sacrificare Isacco sul monte: Abramo prontamente si apparecchia ad ubbidire, sveglia Isacco, chiama i servi, comanda loro di sellare l'asino, di prender pane, acqua, coltello, legna, fuoco, e parte con essi. A piè del monte fanno colazione. Padre e figlio cominciano a salire; il secondo chiede dove sia « l'animale »; il primo risponde che « Dio provvederà: » pervenuti alla cima, cominciano ad innalzar l'altare. Intanto Sara cerca per la casa il marito e il figlio: non trovandoli, si lamenta e piange. Abramo annunzia al figliuolo la prossima morte; Isacco, su le prime, non vuol rassegnarsi; pensa che, se la madre fosse presente, impedirebbe il sacrifizio:

O santa Sarra, madre di pietate,
Se fussi in questo loco io non morrei;
Con tanti pianti e voti ed umiltade
Pregheresti il Signor, ch'i' camperei.

Abramo, a nome di Dio, gli promette: « tu sarai al mondo e'n ciel felice ». Il giovine si sottomette al volere divino. Abramo lo spoglia e lega, poi l'esorta a pregare: il giovine chiede perdono de' peccati, prega di esser compreso in cielo tra gli eletti, domanda la benedizione paterna. Abramo, dopo averlo benedetto, alza il braccio, ch' è rattenuto dall'angiolo. Padre e figlio ringraziano Dio. Quando Isacco s' è rivestito, veggono un bel montone e lo sacrificano, lodando il Signore. Un angiolo viene a rinnovar loro le antiche promesse. Nuovi rallegramenti e rendimenti di grazie.

4 V. i miei Studi di storia lett. napol. Livorno, Vigo, p. 46.

Lodano ancora il Signore mentre scendono dal monte. I servi, accoltili lietamente, vorrebbero sapere perchè sieno in tal consolazione. Isacco risponde: prima deve saperlo Sara. Costei esce loro incontro, dolendosi di esser stata lasciata in affanni e in pene per sei lunghi giorni. Abramo le racconta per filo e per segno quel ch' è avvenuto. Sara, maravigliata e giubilante, vuole si ringrazi il Signore con canti e balli, e nessuno se lo fa dire due volte.

L'Opera Aversana, paragonata con la rappresentazione toscana (bene inteso, senza tener conto della differenza grandissima di forma), apparisce meno monotona, meno languida. Ciò si deve al maggior numero di personaggi, all'apparizione tre volte ripetuta del diavolo, alla scena semi-comica del banchetto finale; ma, soprattutto, all'esservi un tal qual movimento drammatico, che invano si cercherebbe nell'altra. Abramo non è così pronto a ubbidire, come in questa; nè vibra freddamente il colpo fatale, anzi, prima di vibrarlo, si commove, sviene: Sara non se ne sta con le mani in mano a lamentarsi di non trovar in casa i suoi cari, manda in traccia di essi. Un servo, con gentile pensiero, corre a portare alla povera donna la buona notizia del ritorno del marito e del figlio. La rappresentazione del Belcari riesce, inoltre, stucchevole, perchè lo stesso fatto vi è una volta rappresentato e due volte raccontato, prima dall'angiolo, dal patriarca poi; perchè troppo di rado l'ottava vi si rompe in maniera da permettere il dialogo; perchè preghiere e atti di grazia vi occupano troppo spazio. Ma come spiegare certe somiglianze, l'identità delle parole con cui Isacco, al momento di morire, rammenta la madre, le quali non derivano dal racconto biblico brevissimo? Forse il Lanza conosceva l’Abramo ed Isac; ma le differenze delle due composizioni permettono di sup

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