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trasferiva a Livorno, onde di persona regolare a modo suo l'andamento dei lavori da imprendersi, e soprattutto le spese che sarebbero occorse. Al quale oggetto chiamati una mattina a consiglio dinanzi a se nel Palazzo della Fortezza Vecchia il Buontalenti, il Provveditore Matteo Forestani, il Canaviglia, ed il Capo-Maestro Francesco Sirella faceva ai medesimi intendere essere sua volontà distribuissero le cose in modo che non fossero impiegate alla fabbricazione della nuova città più di 1500 persone oltre gli schiavi Turchi del Bagno, i forzati, ed i buona-voglia (4). Al quale oggetto per mezzo di Napoleone Cambi Depositario Generale faceva dare al Camarlingo dell' Uffizio della fabbrica, che era allora certo Domenico Altoviti, le più precise istruzioni, onde potessero servirgli di regola nei pagamenti, che avrebbe fatti in specie per l'erezione delle nuove case. (5)

Ciò stabilito il Gran Duca lasciava Livorno, restituendosi alla Capitale. Quivi però non trascurava di sinceramente pensare in varj modi al bene, ed al vantaggio maggiore della nuova Città; poichè poneva in opera subito le più vive premure acciò i Negozianti Fiorentini, che sino dai tempi della Repubblica avevano casa aperta in Alessandria d'Egitto, inviassero di colà a Livorno in preferenza le loro mercanzie ; procurava al tempo istesso ottenere in Costantinopoli da quel Sultano il ristabilimento dell'antico Bailo, e dei privilegj conceduti già alla Nazione Fiorentina; tentava poscia presso il Rè Filippo di Portogallo concludere l'appalto delle Spezierie derivanti dalle Indie onde farle poi tutte pervenire a Livorno; e comandava in fine si usassero agli Inglesi, che già cominciavano a dominare sul mare e nel commercio, tutte quelle attenzioni e facilità, che potessero far loro prediligere il Porto di Livorno colla concorrenza dei proprj navigli.

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E perchè la città si riempisse al più presto possibile di un maggior numero di abitanti, qualunque essi fossero, progettava contemporaneamente al Papa di ricevere in Livorno od in Pisa le bande tutte dei malviventi, che infestavano gli stati Romani, le quali non era sino allora riuscito ai soldati pontificj di potere sottomettere, sperando egli di farne in Livorno cogli allettamenti del traffico, e del guadagno altrettanti operosi, e tollerabili cittadini (6)

E che anche con si fatto mezzo si aumentasse in effetto la popolazione del luogo il ricaviamo dall' essersi dovuta a questi tempi sollecitamente ingrandire di nuovo la Pieve antica di S. Antonio, acciò nelle festività i cattolici vi potessero capire; mentre il Gran Duca pensava già fondare per essi nella città a guisa di Duomo una Chiesa principale, la quale all'antico titolo di S, Giulia avrebbe aggiunto quello anche dei SS. Francesco, e Filippo. (7)

Ma quantunque si trattasse di edificio sacro, e di indispensabile necessità, non ismentiva egli per questo la indole propria; mentre pronto sempre a far gettare per apparenza le prime pietre riteneva poi nell'animo il proposito di non lo volere proseguire, ben lungi dall'impegnarsi nello sborso di alcuna somma vistosa, la quale non gli porgesse mezzo o speranza di esserne rimborsato.

Non pertanto ordinava al Commissario di Livorno, che era allora Raimondo Mannelli Fiorentino, già succeduto al Macigni, all' Architetto Bernardo Girandoli, il quale forse era l'autore del disegno della Chiesa, al Provveditore della Fabbrica Alessandro Puccini, a Cosimo Paganelli comandante del presidio militare del luogo, ed al gia nominato Camarlingo Altoviti, di assistere tutti insieme al getto della prima pietra del nuovo

Duomo, che intendeva si eseguisse con il solito rito ecclesiastico dal Prete Tommaso Fugnani di Modigliana, Parroco allora di Livorno (8).

Aveva luogo in fatti nel 18 di Giugno la pomposa funzione intervenendo anche le milizie della guarnigione a renderla più solenne, le quali eseguirono un triplice sparo allora che la pietra si gettava, rispondendo al medesimo alternativamente le salve delle artiglierie dei forti, e delle navi del porto.

Con sì fatte dimostrazioni frattanto, e coll' idea di volere prima edificare la Città, ed in seguito il Porto, il Gran Duca Francesco lasciava del tutto in abbandono i lavori intrapresi con tanto zelo dal padre suo lungo lo stradone che conduceva alla Sassaja; cosicchè il grandioso progetto dei due Moli al Fanale non muoveva di un passo sotto di lui, rimanendo interamente interrotto, e sospeso.

Tutto quello perciò che ei seppe fare a prò del nuovo Porto si ridusse a formare non lungi dalla Bocca alcuni nuovi grandi Magazzini, i quali servendo all' uso della Dogana pel deposito delle mercanzie dava egli in custodia a certo Costantino del Gioja, coll' obbligo in questi però di dovere esigerne i relativi diritti, non meno che quelli riguardanti l'ancoraggio (i quali allora non rendevano all' Erario annualmente più di Scudi 1500); e di avere inoltre cura del Palazzo Granducale della Fortezza, ed insieme dell'Uffizio della Custodia dei Grani. (9)

Aveva già il governo Fiorentino per privilegio speciale dei Livornesi adottata la massima non dovessero questi pagare alcuna gabella per i generi che servivano nel luogo al loro uso, ed esteso il privilegio medesimo anco gli equipaggi dei bastimenti, che trovavansi nel porto. Ora il Gran Duca dichia

rava quali fossero questi generi, da quali luoghi, e territorj i Livornesi avrebbero potuto procurarseli; ed in che precisamente per le così dette cose minime dovessero consistere. Ed è ben da notarsi come colla Decisione del 24 di Marzo i generi privilegiati predetti si limitassero per ogni individuo in ciascun anno a due pezze di bordato, a due pani di zucchero, ad alcune libbre di pepe (10).

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Godevano inoltre i Livornesi a quel tempo nella propria Terra del benefizio di alcune Fiere che a guisa di grosso mercato procuravano ad essi molte utili contrattazioni, delle quali era obbligo dei Sensali approvati di tenere esatto registro. (11)

Procurava in pari tempo il Gran Duca onde porgere anche ai pescatori che in Livorno abitavano mezzi maggiori di guadagno, stabilire a sue spese, per esserne poi dai pescatori stessi reintegrato, molte vaste tonnare e presso la spiaggia di Antignano e presso Vada, chiamando dalla Sicilia a dirigerle, come narra il Galluzzi, (Stor. det G. Duc.) i più abili pescatori di tonni.

Ma ad onta di tutti questi sforzi del Principe, e del suo governo è fuor di dubbio non avere Livorno assunto per anche alcuna di quelle qualità, che costituiscono un vero Emporio marittimo ricco, e fiorente; mentre afflitto spaventevolmente tuttora dall'aria malsana, e palustre mancava affatto dei mezzi, che potevano assicurarne, e mantenerne la prosperità.

E per convincerci pienamente di ciò basti il sapere come ad un bastimento stato spinto dal libeccio verso terra occorrendo alcuni cavi per meglio ormeggiarsi in quella pericolosa situazione non fù possibile trovarne in Livorno, anzi neppure in Pisa; per cui non rimase altro mezzo al Guardiano del Porto di allora che di farli venire da Genova (12).

Misera in conseguenza essere doveva, e non poco, la generale condizione di Livorno sotto l'avaro Gran Duca regnante; e ne abbiamo nuovo riscontro dall' avere esso dovuto pubblicare contemporaneamente una legge, per la quale anche coloro, che rivestivano la qualità di Rappresentanti la Comunità, come per esempio gli Anziani, il Camarlingo ec., per quanto si trovassero attualmente in carica, potessero essere astretti anche colle vie esecutive del Tribunale a pagare i debiti, che avevano contratti nel luogo, in ispecie per salarj, mercedi, baliati, ec. (13).

Se Lorenzo Sani, il quale intorno appunto a questo tempo imprendeva a scrivere, ed a registrare in una sua Cronaca gli avvenimenti di Livorno, non avesse coperto il posto di Cancelliere Comunitativo, è ben da credersi che non avrebbe al certo mancato di notare egli pure la miseria della Terra, e le cagioni che la producevano, come di rilevare la poca delicatezza che si usava talvolta nei più lievi impegni da' suoi colleghi; ma nol fece, quantunque conducesse il suo lavoro col titolo di Dizionario Alfabetico sino al 1590, pel corso cioè di interi nove anni (14).

Essendo impiegato dissimulava eziandio il procedere riprovevole del Gran Duca Francesco, il quale vivendo per lo più nascosto, e mostrandosi quasi stanco di ogni impresa, lasciava che tutto deperisse, intrigandosi più volentieri in lascivie, che avrebbe dovuto evitare. Ma la Storia o non debbe essere scritta da chi manca di coraggio per dire la verità; o se si scrive non possono mai macchiarsi le sue pagine colla menzogna, colla adulazione, o col turpe silenzio che la Storia ha sempre formato il verace testimonio dei tempi e Dio stesso riprovando il mendacio come un vizio spregevole non potrebbe che abominarne l'autore.

E che il Gran-Duca Francesco più non si desse omai alcu

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