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le quali era mandato; finalmente stava egli in aspetto, quando per certa piccola paga il principe teneva come accaparrata la compagnia di lui per ogni caso di guerra (1). Solitamente questo contratto di aspetto pei signori padroni di castella cambia vasi in una raccomandigia; posciaché il principe non solo si obbligava a passare ad essi una certa provvigione in pace ed una maggiore in guerra, ma eziandio ne riceveva in protezione i domimi (2). Così per qualsiasi tempo il sostentamento di coteste compagnie era sicuro, e la dignità e la possanza di chi le guidava diveniva per così dire perpetua.

Da ciò scaturivano due beni. In primo luogo i condottieri italiani, essendo padroni pressoché assoluti di compagnie vecchie ed affezionate, vi potevano comodamente introdurre que' perfezionamenti, che invano i capitani stranieri avrebbero tentato d'introdurre in quelle loro bande tumultuarie e di poca durata. Perciò il conte Alberico da Barbiano poté aggiungere la ventaglia all'elmo degli uomini d'arme, e munirne il collo di una goletta, e coprirne i destrieri di barde lunghe sino al ginocchio di cuoio cotto dipinte e indorate (3), e ornare il frontale di questi con uno stile di ferro aguzzo: i quali perfezionamenti, venendo imitati prestamente dagli altri con

(1) Vedi la noia XIV.

(2) Vedi la nota XIV. A.

(3) Molti non ispréirievoli dipintoii ricavavano allora il vivere dall'istoriare coteste barde a varii lavori e pai I imeni i di imprese, più o meno vistose secondo il potere di chi le portava. V. Vasari, Vita di Lazzaro l'asari.

dottieri italiani,.procacciavano poi ad essi i vantaggi testé descritti sopra i Tedeschi (1).

In secondo luogo, le compagnie italiane essendo al paragone delle straniere molto più agguerrite, obbedienti e maneggiabili, non fa meraviglia se chi le comandava perfezionasse anche il modo di trattare la guerra. Molti anni per verità erano ancora da scorrere prima che la. supremazia nel mestiere delle armi dipendesse dalla eccellenza delle facoltà mentali, epperciò tra capitano e capitano si potessero assegnare vere e sostanziali differenze; ma intantoché si stavano provando quelle nuove ed imperfette armi da polvere , che allargarono poi immensamente il campo delle guerresche operazioni, intantoché si stava attendendo quella più squisita distinzione di gradi, e quella fermezza di disciplina ( necessaria condizione d'ogni buona impresa, e mediante la quale ogni opera, ogni volere, come raggi a centro, colliman nella mente del capitano supremo), é fuori di dubbio, che i condottieri italiani ridussero la pratica della guerra alla più sotti) perfezione, a cui essa giungesse da'Romani in poi. E in verità, sia presso le milizie feudali, sia presso quelle de'Comuni, sia presso le compagnie straniere, le battaglie erano state quasi niente altro che accaniti scontri di schiere contro a schiere; perché quando l'unione fra le varie parti dell'esercito é come nulla, e la disciplina é precaria, che fa il soldato, se non se accorrere dove vede sventolare il suo pennone, e combattervi il nemico che incontra, vinca o perdala squadra vicina? Giovanni Acuto, non so se ultimo dei

(1) P. Jovii, Elogia, L. II. 190 (Basilea, 1571), e V. sopr* parie 111 e. 1. §. VI.

condottieri stranieri, o se primo degli italiani, primo fu le cui fazioni militari con certa scienza si disegnassero e compissero. Tennergli poi dietro Braccio, Sforza, e le due scuole.

Ma queste cagioni medesime, che avevano rese le compagnie italiane di tanto superiori alle straniere, Je avevano pur rese di molto maggiore pericolo ai principi che le assoldavano. Nelle compagnie straniere le tempestose voci di una feroce moltitudine additavano ai capi, come ultimo scopo, preda e godimenti: conseguito questo scopo, altro desiderio più non rimaneva, che di nuova preda e di nuovi godimenti; né i capi, stante la ristrettezza della loro autorità, si sarebbero, se non indarno, accinti ad una propria e più diuturna impresa. Ma nelle compagnie italiane il comando trasmettevasi di padre in figlio; onde il condottiero, potendo a suo agio proseguire l'intento che gli pareva, dapprima colla rapina s'acquistava ricchezze, poscia colle ricchezze si acquistava potenza, da ultimo saliva ad ambire ed a procurarsi il principato.

Dal servire in guerra allo spogliare in pace il passaggio é più facile che altri noi pensi, quando si milita, non per dovere naturale di cittadino, ma per ufficio prezzolato di venturiero. Se le armi fossero allora state, come di ragione, nelle mani dei sudditi, in una sola maniera (oltre il caso di guerra esterna) avrebbero que' principi potuto perdere lo Stato, cioé per rivolta: al contrario essendo le armi in balia dei mercenarii, oltre la rivolta de'sudditi, doveano i principi temere la insolenza e la infedeltà de'soldati. Ned altro riparo trovavano a questo male, fuorché

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coli' assoldare parecchie compagnie, e più piccole al possibile (i), col premiarle assai, e mediante la mutua gelosia tenerne desta la disciplina e l'emulazione. Pure tutte coteste astuzie erano per giovare a nulla, ogniqualvolta i capi delle compagnie si fossero uniti in un proposito, oppure, rotto il vincolo comune, ciascuno si fosse messo a correre dietro ai proprii disegni, o si fossero tutti insieme accordati col nemico esterno o colle fazioni intestine, oppure si fossero provati a sospingere i sudditi oppressi contro il signore inerme ed odiato, o ad elevare tirannide dentro tirannide, e principato su principato. A questo termine adunque di miseria erano pervenuti coloro, che sotto falsa lusinga di maggiore sicurezza avevano allontanato i sudditi dalla milizia ed aperto le viscere dello Stato a uomini di doppia fede, di voglie grandi, e, attesa l'universal corruttela, onnipotenti. Quali frutti se ne dovessero aspettare, il mostrò Milano sul principio del XV secolo.

(1) Tra i ricordi lasciati nel 1420 da Gino Capponi al suo figliuolo, si trovano questi: «Guardisi chi ama il Comune «dalle gran cnndutte e dalle soperchio spese....: non si dia «mai gran conduttao mezzana» nessuno cittadino, ne a signore «vicino, se la necessità non lo stringe. Le battaglie campali « non fanno per nessun modo per la comunità nostra; perchè «gli uomini d'arme sono latti come le pecore: e però è da « volere vincere col tempo, e non con la ventura in un pim

« to L'assedio di città o terre grosse, è troppo pericoloso

« l'acquisto che se ne spera. ...» p. 1149 (R. t. S. t. XVIII).

II.

Non mai dall'imperatore Federico Barbarossa in poi erasi veduta nell'alta Italia veruna potenza somigliante a quella, che Gian Galeazzo Visconti aveva lasciato al suo morire. Tutta la Lombardia (tranne Padova, Modena, e Mantova) dalle Alpi all'Adriatico, e di giunta, Siena, Perugia, Assisi, Bologna, Pisa eia Lunigiana; ventimila fanti e altrettanti cavalli, abbondantissime munizioni, vaste fortezze, l'Italia piena del suo nome, ed a sostegno di tanta mole i più famosi capitani del secolo, Alberico da Barbiano gran conestabile del regno di Napoli, Iacopo del Verme il vincitore dell'Armagnach, Ugolotto Biancardo, Ottobuono Terzo, Galeazzoda Mantova, Antonio e Galeazzo Porro, Cabrino Fondulo e Facino Cane, l'uno cremonese, l'altro di Casale Monferrato, entrambi saliti dagli ultimi a'supremi gradi della milizia con somma audacia e scaltrezza impareggiabile (1). Oltre a

(1) Era Facino nato in Casal Monferrato (a) da un Emanuele del borgo S. Martino dell'antica stirpe de'Cani. Aveva portato le prime armi sotto Ottone di Brunswick, allora governatore di quella contrada; quindi prese stipendio presso i

A. <38" signori di Verona e combattè alla battaglia del Caslagnaro: rimastovi prigioniero, si rivolse a servire i vincitori e con pari coraggio che elTeratezza militò a nome dei Carraresi nella guerra del Friuli. Quindi si fece soldato del Visconti, e con tal animo sovvenne il marchese di Monferrato nella sua guerra

A. 1398 contro i principi di Savoia, che il marchese per premio gli infeudò il borgo di S. Martino, ed il Visconti gli concesse la condotta di 200 lancio. Con questa soldatesca Facino nel ili

(a) Onesto si prova dall'autentico documento riportato alla nula W.

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