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vettero rassegnarsi a riportare a Napoli – ridicola preda! — un paio di pianelle.

Il celebre libretto non merita, dunque, la fama di storica verità, di cui tuttora gode, ed a ragione il De Blasiis crede necessario e augura si rifaccia daccapo la narrazione della congiura. Speriamo che non tardi troppo ad avverarsi l'augurio.

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I

SEPOLCRI

D’IPPOLITO PINDEMONTE

I

Verso la fine del maggio del 1806, Ippolito Pindemonte attendeva a comporre un poemetto in ottava rima su i Cimiteri. 1 Dovevano essere quattro canti. Nel primo (lo sappiamo da Mario Pieri) « fingeva di esser passato di notte tempo pel Camposanto di Verona, e di aver sentito quelle ombre rammaricarsi tra loro e con sè medesime, vedendosi trascurate dalle persone più care, colpa la confusione in cui le ossa loro giacevan sotterra ». Nel secondo, gli pareva che, messosi a letto, pieno il capo di siffatti pensieri, « era trasportato nell'antico Egitto, e nell'antica Grecia e Roma; » dove assisteva alle cerimonie usate verso i defunti. Nel terzo, ragionava co' più famosi uomini moderni, « intorno ai modi da doversi praticare verso i trapassati ». Nell'ultimo, proponeva il disegno dei cimiteri. In fondo, era il meccanismo tradizionale delle Visioni, al quale pur allora aveva ridato voga Vincenzo Monti, e il quale, per poco, piacque anche al Manzoni e al Leopardi nella loro prima giovinezza.

1 V. La vera storia dei Sepolcri di Ugo Foscolo, Vol. I. Livorno, co' tipi di Francesco Vigo, 1884.

Il 7 luglio del 1806 il Pindemonte, annunziando all'Isabella Albrizzi di aver composto alcune ottave del poemetto, le chiese un parere, perchè non voleva affaticarsi e poi lacerare lo scritto. Aveva mandato la parte già composta (l'autore della Vera Storia dei Sepolcri vuole tutto il primo canto), e la tela del rimanente, al Cesarotti. Questi censurò l'idea delle ombre parlanti a Ippolito sveglio, consigliò di restringere la tela in due soli canti, espresse il dubbio che l'ottava rimą fosse la forma metrica più conveniente al soggetto. Ricevuta la risposta, il poeta incarico (14 luglio) il Pieri, di ringraziare il Cesarotti, e promise di considerar bene i suggerimenti avuti, prima di porsi seriamente al lavoro. Tutto ciò induce a supporre che il Pindemonte prima avesse maturato bene l'idea, dentro di sè, e poi avesse ricominciato a scriver ottave; ma l'autore della V. St. tiene per probabile, per non dir certo addirittura, che « non si tosto gli pervenne la lettera del Cesarotti, smettesse l'idea del suo poemetto, e si accingesse a rifarlo in versi sciolti ».

Ugo Foscolo fu col Pindemonte il 17 di giugno. Ripassando per Verona il 23 luglio, non vi trovò l'amico, andato in campagna; il 26 gli scrisse da Milano: « Fra giorni ripasserò per Verona tornatomi a Venezia; perchè so che non siete in città che il solo sabato, io ci resterò sabato sera ». Di questo secondo incontro mancano prove dirette. Domenico Bianchini, appassionatamente studioso della vita e delle opere del Foscolo, lo nega recisamente; 1 ma l'autore della V. St. colloca

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1 Dopo la pubblicazione di questo studio (N. Antologia, 1.° ottobre 1884) il prof. F. Novati ebbe occasione di confutare, come segue, l'ipotesi della seconda visita, nella Cronaca Sibarita di Napoli (n. 3, 16 febbraio 1885):

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