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Poche ore dopo la morte rfi Roberto Malatesta man- tonn cava in Ferrara d'infermità Federico d'Urbino, emulo del padre di lui Sigismondo, e principe, intorno al quale restò in dubbio se meritasse maggiori lodi dalle arti della pace ovvero da quelle della guerra. Nato nel 1422 d'illegittimi natali da Guid'Antonio da Montefeltro, signore d'Urbino, di Cagli, d'Agobbio e di Casteldurante, i nomi di Guido, di N'olfo e degli altri snoi antenati, saliti a fama ed a potenza nel mestiero delle armi, inclinaronlo fino dai primi anni verso questa professione. A ciò lo spingeva eziandio la necessità; posciachè l'origine sua l'escludeva dal seggio paterno in concorrenza d'Oddantonio figlinolo legittimo. Al varcare dell'infanzia ebbe per maestro Venturino da Feltre, il più illustre institutore di quel secolo nelle buone lettere e nel gentil sentire. Quindi una giovenile amistà da lui contratta con un Ubaldino della Carda ed un Guidazzo Manfredi lo indusse ad entrare sotto la disciplina di Niccolò Piccinino, che militava al soldo del duca Filippo Maria Visconti. V'entrò come uomo d'arme, solo, senza seguito, senza danari, senz'apparecchi. Poco stante, essendo morto il padre d'Ubaldino della Carda, e rimastane perciò vacante la compagnia, il Visconti ne distribuì il comando tra Ubaldino medesimo e Federico. Era allora l'età di lui verso i sedici anni, e bolliva guerra tra Milano e Venezia. Il giovinetto con

chiav. Viti. 128. — Jac. Volatcrr. Diar. Rom. p. 178 (R. I. 8. t. XXIII). ti--'.

quel grado guerreggiò bravamente nel Bresciano contro il Gattamelata, accompagnò il Piccinino in Toscana, e stava appunto occupato a trasportare artiglierie nel Casentino, quando accadde la disfatta di An ghia ri.

Essendosi perciò rivolti gli sforzi dei vincitori verso la Marca eia Romagna, ei li sostenne valorosamente, massime contro Sigismondo Malatesta, cui ruppe a Montelocco, e spogliò con ardito colpo di S. Leo, fortissima piazza, che rimase poi sempre nelle sue mani. Di qui i rudimenti della mortale inimicizia tra Sigismondo e Federico, superiormente accennata. Federico militò poscia sotto il Piccinino nell'Umbria, pugnò con Ciarpellone, e dopo la funesta giornata di Montelauro difese per ben 18 mesi la città di Pesaro dalle armi unite di Francesco Sforza e del Malatesta. A. 1444 Da Pesaro un inaspettato evento portello alla signoria di Urbino. Avevano gli abitatori di essa ucciso Oddantonio fratello di Federico, e vendicato in un istante le oppressioni di molti anni: Federico entrandovi fra le acclamazioni del popolo, giurò perdono e obblìo del passato: e una nuova era di prosperità - cominciò non meno pei sudditi che pel principe (I). Era uso dei signorotti della Romagna, che, non potendo colle rendite dello Stato sostenere il decoro conveniente al proprio grado, vi sopperissero colle paghe e cogli acquisti da condottiero; i sudditi, numerosi , agguerriti e poveri, di buon grado li seguivano ad acquistarsi nelle guerre di fuori oro ed onore. Talora quei signorotti concedevano per certo

(I) Baldi, Fila di Federico d'Urbino, L. I.

prezzo ai maggiori principi la facoltà di reclutare soldati nelle proprie terre: più spesso, parte col comando, parte colle allettative, essi medesimi ne levavano il numero pattuito, e li guidavano al soldo altrui. A tale effetto di tempo in tempo si scriveva sui ruoli il fiore della gioventù: al sopraggiungere di un pericolo , al crescere della sua condotta, il signore chiamava a servirlo la quantità d'uomini necessaria , somministrava loro vesti ed armi, distribuiva la presta, ed ecco la compagnia fornita (1). Cosi le milizie di Urbino, di Rimini, di Faenza c di Città di Castello venivano mantenute a spese di Milano, di Venezia, di Firenze e di Roma: nè ad un bell'uopo mancavano esse alla difesa della patria: imperocchè il medesimo principe solitamente le comandava fuori, e le reggeva dentro; sicchè anzi pel continuo uso della guerra vi si rendevano più atte. Aggiungasi la protezione e la stima, che il principe si conciliava presso gli Stati da lui serviti.

In questo modo il nuovo ufficio di conte di Urbino, anzichè rimuovere Federico dall'esercizio di condottiero, gli prestò i mezzi onde professarlo coli maggior vantaggio e magnificenza. Morto Niccolò Piccinino, accettò egli coll' assenso del Papa da Francesco Sforza (il quale non era ancora duca di Milano) la condotta di 400 lancie e di allrettanli fanti, a comune conservazione degli Stati. Quid fede gli serbasse, ricettando lui perseguitato e misero

(1) Cron. d'Jgobbio, p. 990 (1. XXI). - Baldi, fila di Guittobaldo duca d'Urbino, 1. IX. 121. Vilt. 78. — Sacchelli, No'velia, 119.

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nelle proprie terre, sovvenendolo con tutte le sue forze, rifornendolo di arme e di viveri, epperciò appunto esponendosi all'odio ed alle ostilità di tutta la Lega, già raccontammo. Partito lo Sforza per la Lombardia, Sigismondo Malatesta fece ribellare Fossombrone a Federico. Ricuperolla questi in capo a tre di: le sue soldatesche smaniavano dalla voglia di mandarla a ferro ed a sacco; Federico lo vietò sotto severe pene; però, mentre per le vie va a viva forza ritraendo gli armati dallo ingiuriare i cittadini, s'abbattè in un gruppo di gente furiosa, che trascinava a morte con mille strazii colui ch'era stato il capo della rivolta. Federico il conobbe, e tosto accorre, gettasi in mezzo alla folla, fa salire in groppa lo sciagurato e lo salva. Indi a pochi giorni, addoppiando benefizii a benefizii, lo creava suo tesoriere (1). Con simigliami azioni Federico da Montefeltro si procacciava quella fama di buono e di magnanimo, cui, grazie al cielo, nè la forza, nè la fortuna bastano a far conseguire.

Aggiustate le sue cose, Federico militò con ugual fede ai soldi di Firenze , di Napoli, del Papa, di Venezia e di Milano. Aveva il re Alfonso giurato di non accettare ai suoi servigi verun condottiero italiano senza riceverne malleveria: ma essendosi presentata l'occasioné di assoldare Federico d'Urbino, il re, anzichè rimaner privo di tanto capitano, o mancare al suo giuramento, impegnò, narrasi, se medesimo ai proprii tesorieri. Sotto gli stipendii della Chiesa, Federico terminò la mortale sua contesa con

(1) Baldi, Vita di Federico, ì. II. 90.

Sigismondo Mala testa. Di costui già narrammo abbastanza le male opere e qualità. Ora è dovere nostro di soggiungere, che una certa feroce severità nell'amministrare la giustizia, una certa magnificenza nel trattare, nell'edificare, in ogni suo fatto, unita alla grande riputazione ottenuta nell'esercizio della guerra , gli aveva conciliato appo i sudditi più riverenza che odio; massime che a paragone del governo uniforme, per quanto aspro e disastroso, di Sigismondo , stava davanti ai loro occhi 1' esempio delle vicine terre della Chiesa, non mai ferme sia nel servire sia nel viver libero, ora insanguinate da temporanei tiranni, ora smembrate da cieche fazioni, ora spogliate da governatori insolenti

Adunque Federico, mosso e dal proprio interesse Ae dagli espressi comandi del Papa, voltò tutto il suo nerbo contro Sigismondo, ed avendolo vinto al guado del fiume Cesano in decisiva giornata, lo ridusse a implorar pace per gran mercè. 11 Papa gliela concedette a patto che, rinunziando a tutti gli altri possessi, ritenesse solamente a vita la signoria di Rimini. Ciò concluso, Sigismondo passò in Levante ài soldi della Repubblica di Venezia, a cercarsi nella lonta

(1) Fu per lungo tempo attribuita a Sigismondo l'invenzione delle bombe, coli'appoggio del passo famoso di Roberto Valturio «Inventum est machina quoque hujusce (turai, « Sigismonde Pandulphe, qua pila? anta tormentata pulveris « piena cum fungi aridi fomite urentis emiltuntur» (De re milit.

I. X. 267). Ora è conosciuto che Sigismondo altro non fece che perfezionare le palle incendiarie, l'ormandole di bronzo anzichè di legno, come si costumavano prima del 1460. V. l'romis, Dissertai. Il all'Architeli, di Francesco di Giorgio (t.

II. 166).

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