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strando, e che uscirono come il miglior sugo da più saggi intelletti dell'età loro, può fra gli altri ammaestramenti arguirsi la debolezza dell'umana provvidenza: veggendosi che di poi gli accidenti non propensati rendettero false il più delle predizioni, e vane il più dell'industrie. Ed è ciò comune a quasi tutte l'arti di questa vita: i più de'semi inaridiscono, i più degli strali non colpiscono, il più delle speculazioni falliscono. Nè per tutto ciò mancano di profitto: perciò che l'abbondante utilità, ben che rada, ristora a gran vantaggio la poco nociva disutilità ben che spessa. Mentre queste cose trattavansi in Roma, porsero gli ambasciadori a Legativarie aggiunte ed alterazioni desiderate da varii nelle divisate e ponderate riformazioni. Fra gli oratori il conte di Luna rinovò (1) ardentissimamente l'antica domanda, che si deputassero tanti per ciascuna delle nazioni, i quali racconciassero i canoni, e raccogliessero i pareri. I Legati con pari ardore gli contraddissero:

(1) Lettera de'Legati al cardinal Borromeo nel dì 6, e 8 d'agosto 1565.

imbracciando quello scudo che si provava il più forte contra varie impetuose richieste degli Spagnuoli in sì fatte contese: cioè l'uso contrario non sol di tutti gli altri concilii, salvo in qualche parte quei di Gostanza e di Basilea, ma del medesimo tridentino all'età di Paolo e di Giulio: onde insistendo cotanto il re, che si dichiarasser tutte le tre convocazioni per uno stesso concilio, e la presente per mera continuazion delle passate, non dovevasi dal suo ambasciadore richieder che si tralasciasse, e tacitamente si condannasse lo stile tenuto in quelle. Che 'l far ciò avrebbe data materia d'impugnar le constituzioni fermate non solo in que tempi, ma eziandio dopo l'ultimo adunamento, quasi statuite per indebito modo: e così di sconvolger da' fondamenti quell'edificio. Tanto convien premeditare ne' trattati civili, a punto come nelle disputazioni scolastiche, tutto ciò che segue da un principio universale prima di consentire a fermarlo. Aggiunsero, non esser l'Italia, come la Spagna e la Francia, posseduta da un solo principe, ma da molti, e tutti degni d'esser prezzati: onde non potersi, con deputare un picciol numero di ve scovi italiani, far che ciascun principe d'Italia v'avesse la debita parte. Finalmente, sì come, essendo i tre quarti del concilio composti di prelati sudditi al re di Spagna, non dovea parere strano agli altri signori coronati, che i vescovi di sua maestà v'ottenessero maggior potenza che i loro: così quando la maggior parte del concilio era di vescovi italiani, non dover sembrare ingiusto all'altre nazioni che vi prevalessero gl'Italiani, secondo che avviene in tutti i corpi; specialmente che d'ogni membro udivansi le domande e le proposte. Non passò questo parlamento senza parole immoderate, e non a pieno circuspette dalla parte del conte. E però che egli affermava, che in richieder ciò convenivano i ministri di tutti i re, ed anche il cardinal di Loreno, i Legati i quali temevano, questo esser vero, non già secondo la presente volontà de'rappresentatori francesi, ma secondo le commessioni vecchie, dalle quali come da non mai rivocate non avrebbon ardito d'allontanarsi, credetter sè necessitati di porre in uso l'ancora sacra, e risposero francamente, che prima di comportarsi nocevole innovazione se ne sarebbono partiti rompendo il concilio.

In quel colloquio fra l'oratore e i Legati non era stato il Navagero come allora indisposto di corpo: onde volle il conte parlare anche a lui di per se: e ripetendogli le cose disputate co'suoi colleghi, discese a rammaricarsi d'esser creduto orditore d'allungamento. A rifiuto di che contenersi in una lettera a se venuta poco avanti del re Filippo, avere alcuni messo imnanzi a sua maestà, che la diuturnità del concilio potea col tempo cagionar qualche rischio a suoi privilegii: poco il re tener di ciò cura sì per esser quelli tanto ben fondati che non avea cagion di temerne, sì perchè, comunque avvenisse, antiponeva il zelo dell'universal beneficio alla guardia del suo proprio interesse. Tal che, argomentava il conte, più tosto secondo la regola dell'utilità, a ministri del re conveniva procurar lo spedito fine. Non esser egli dunque per ritardare il processo, pur che l'affrettare fosse diligenza con far molt'opera in breve tempo, non ne gligenza con ommettere il necessario, contro a che doveva e voleva sempre adoperare ogni studio. Il Navagero, per obligarlo a giustificarsi più col frutto dell'opere, che con la sterilità de'discorsi, rispose: udirsi veramente di lui questa fama, della quale quanto esso cardinale s'era contristato, tanto si racconsolava per la sua contraria affermazione: e si confidava di doversi a pieno allegrare con l'esperimento, e col godimento degli effetti. Quindi si venne a ragionare sopra la riformazion de principi laici contenuta ne'capi dati agli oratori da presidenti. Di questa, dissegli il conte, non aver sè voluto rispondere nella sua scrittura: ma parergli conveniente, che si spedissero prima in concilio l'altre materie più smaltite, e sì ampie che ben senza perdersi tempo dai padri il potevano dare agli ambasciadori d'informarsi da'lor padroni e da principali ministri intorno agli usi e alle ragioni di ciascun regno. Riprese il Navagero, che non conveniva dividere queste due riformazioni, l'una delle quali senza l'altra sarebbe molto imperfetta, e non torrebbe i maggiori aggravamenti per cui si lagnavano i vescovi che la podestà loro fosse

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